UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI ROMA "LA SAPIENZA"
anno accademico 2001/2002

studente: Gianluca Rossi
relatore: prof. Fulvio Beato

INDICE

PRIMA PARTE

CAPITOLO 1 Prospettive recenti della sociologia dell'ambiente con particolare riguardo allo studio degli spazi protetti.
1.1 Premessa.
1.2 La genesi della sociologia dell'ambiente negli Stati Uniti.
1.3 La sociologia dell'ambiente in Italia.
1.4 La ricerca sociale sugli spazi protetti.

CAPITOLO 2 La politica pubblica delle aree protette in Italia: i parchi regionali.
2.1 La politica pubblica dei parchi in Italia.
2.2 La legge 394/91.
2.3 I parchi regionali nella legge quadro.
2.4 I parchi regionali in Italia: problematica sociale e politica.
2.5 I parchi regionali e lo sviluppo sostenibile.

CAPITOLO 3 Le aree protette del Lazio: il Parco regionale dell'Appia Antica.
3.1 Le aree protette nel Lazio: un sistema in continua evoluzione.
3.2 La politica pubblica per le aree protette nel Lazio.
3.3 Il Parco dell'Appia Antica: tradizioni, cultura, natura.
3.4 La storia del parco.
3.5 La protezione di una storia millenaria svolta in tre anni.
3.6 Il Parco dell'Appia Antica: 5 itinerari tutti da scoprire.
3.6.1 L'asse del parco: La via Appia Antica.
3.6.2 La Caffarella storico—archeologica.
3.6.3 La Caffarella naturalistica.
3.6.4 Il Parco archeologico della via Latina.
3.6.5 Il Parco dei sette acquedotti.

SECONDA PARTE: LA RICERCA EMPIRICA

CAPITOLO 4 Metodologia e tecnica della ricerca.
4.1 Premessa.
4.2 L'oggetto della ricerca.
4.3 La ricerca di sfondo.
4.4 Le ipotesi della ricerca.
4.5 Gli strumenti utilizzati e la raccolta dei dati.
4.6 L'elaborazione dei dati.

CAPITOLO 5 I risultati della ricerca: l'analisi univariata.
5.1 Introduzione: l'analisi univariata e l'analisi bivariata.
5.2 L'analisi univariata: la struttura sociale dei frequentatori del Parco della Caffarella.
5.3 L'analisi univariata: fruizione e opinioni sul parco.
5.4 L'analisi univariata: il Comitato per il Parco della Caffarella.
5.5 L'analisi univariata: problemi ambientali, comportamenti, preoccupazioni, interessi.

CAPITOLO 6 I risultati della ricerca: l'analisi bivariata.
6.1 L'analisi bivariata.

CAPITOLO 7 La ricerca del 1994: una comparazione diacronica dei risultati.
7.1 Premessa: la ricerca del 1994.
7.2 I risultati della ricerca: una comparazione intertemporale.

Conclusioni: prospettive per futuri approfondimenti.

Appendice.

Bibliografia generale.

CAPITOLO 1 Prospettive recenti della sociologia dell'ambiente con particolare riguardo allo studio degli spazi protetti.

1.1 PREMESSA

Il concetto di ambiente occupa di certo un posto centrale nella tradizione sociologica. Data la polisemia che il termine assume nelle scienze sociali e, in particolare modo nella sociologia, si è cercato di ridurne la portata semantica parlando di un ambiente naturale, di un ambiente sociale, di un ambiente psicologico ma anche di un ambiente interno e di uno esterno rispetto all'individuo. Centrale nella tradizione sociologica è apparsa la definizione dei rapporti tra le diverse dimensioni dell'ambiente: tra la dimensione naturale e quella sociale, tra quella biotica e quella culturale e i relativi effetti di causazione che queste dimensioni occupano nei processi di determinazione dei comportamenti umani.

Secondo il pensiero di Gallino la riflessione sociologica su rapporto società / ambiente naturale ha attraversato sino ai giorni nostri tre fasi distinte. Una prima fase, che risale alle radici stesse del pensiero sociale, in cui si è affrontata l'influenza dei fattori ambientali sui fenomeni sociali. Nella seconda fase la stessa riflessione si rovescia. La terza fase della riflessione sul rapporto società e natura si sta infine svolgendo nel segno dell'ecologia cioè lo studio dei complessi rapporti che legano tra loro tutti i sistemi organici, viventi, animali e vegetali, inclusi i microrganismi, entro la biosfera (Gallino, 1983, p. 21).

Una ricostruzione storica delle origini, nelle scienze sociali, della riflessione sul rapporto ambiente—società, potrebbe arricchire di molti riferimenti la nascita e l'evoluzione della sociologia dell'ambiente, mettendo in luce i precursori di questo ramo del tronco principale della sociologia. Ad alcuni dei primi sociologi, il legame tra l'organizzazione sociale — che diventa il campo tematico della nuova scienza — e il contesto fisico/naturale in cui agiscono i popoli, i gruppi, le comunità e le istituzioni appare come uno dei nodi tematici da affrontare e da indagare all'interno di una teoria.

Le influenze della natura, della configurazione orografica e del clima sulla società sono infatti state un tema importante nella riflessione del secolo XVIII e, ancor più, del XIX.

Impostazione principale in quest'epoca è quella definibile come "determinismo ambientale", che afferma il nesso casuale tra la struttura dell'ambiente e le forme di organizzazione della società, i tipi d'insediamento, i regimi politici, le caratteristiche fisiche, caratteriali e morali degli abitanti nonché i loro costumi e le loro pratiche abituali.

Sintetizzando le analisi di Laplace, uno dei massimi rappresentanti del determinismo, si potrebbe affermare che a una certa causa C consegue sempre necessariamente un determinato effetto E.

C Æ E

Il determinismo ambientale ritiene di poter stabilire un nesso di consequenzialità necessaria tra aspetti relativi alla dimensione naturale ed i principali caratteri della società umana. Ad una causa ambientale Ca conseguirebbe, necessariamente, un effetto sociale Es (Davico, 1994).

Ca Æ Es

Emile Durkheim fu il primo ad elaborare una definizione sistematica alla relazione ambiente/società, cercando di dare un significato al rapporto esistente tra il mondo della natura e i sistemi sociali.

Per Durkheim esiste un "sostrato materiale" su cui riposa l'intera vita sociale, una sorta di allocazione fisica dei fatti sociali, che è determinata dal territorio, nelle sue componenti climatiche e spaziali, e dalla densità della popolazione che vi risiede (Martinelli, 1981, p. 35). Questo elemento è a sua volta capace di influenzare la costituzione e le caratteristiche stesse dei fatti che formano la società.

Lo studioso ritiene talmente importante questo campo di analisi da rendere necessaria la fondazione di una nuova scienza, la morfologia sociale, che racchiude in se stessa gli apporti di più discipline quali la geografia, la demografia, la storiografia e la stessa sociologia (Martinelli, 1981, p. 42).

Pur riscontrando nel pensiero di Durkheim la volontà di trovare un "terreno" fisico dove ancorare i fenomeni sociali, si può cogliere l'incapacità, o forse l'impossibilità, di integrare pienamente le due sfere, come si può ben vedere dall'introduzione del concetto di "sostrato", che, secondo lo studioso, permetterebbe la spiegazione sociologica. Il sostrato è il terzo elemento dove si congiungono le due dimensioni, quella sociale e quella ambientale.

Si evidenzia così l'influenza, nell'impianto teorico del sociologo francese, del clima culturale dal quale attinge: il positivismo, quel positivismo che con il suo determinismo, la centralità riconosciuta alle leggi naturali, la rinnovata geografia umana, ha concentrato la sua attenzione sul legame esistente tra i fenomeni sociali e le condizioni fisiche della loro realizzabilità (Mela, Belloni, Davico, 1998).

Nel periodo a cavaliere tra l'Ottocento e il Novecento ritroviamo un forte interesse per la dimensione spaziale/territoriale, specialmente nel pensiero di George Simmel. Benché non parli in modo esplicito di ambiente, egli concede larga importanza alla categoria "spazio" per la centralità che ricopre nella formazione dei fenomeni sociali e in special modo nella relazione ambiente/società. La formazione dei fatti avviene spazialmente, essendo lo spazio l'elemento che sta alla fonte della costituzione delle forme sociali, la forma, la categoria interpretativa, e l'elemento che influenza le relazioni (Mela, Belloni, Davico, 1998). Sicuramente Simmel non possiede una chiara concezione dell'ambiente ma si possono comunque segnalare alcuni temi che verranno assunti in epoca recente non solo dal cosiddetto approccio spazialista, ma che entreranno a far parte anche della contemporanea riflessione sociologica ambientale, quali l'analisi "radicata territorialmente", il tentativo di affrontare l'ambivalenza tra forme sociali e territoriali e, infine, l'approccio olistico.

All'inizio del 1900 il filone che affronta più accuratamente la relazione ambiente/società, e in particolare modo il rapporto spazio fisico/cultura, è quello della scuola di Chicago.

Subendo l'influenza del darwinismo, questo gruppo di studiosi, tra cui ricordiamo Robert E. Park, Ernest W. Burgess, William I. Thomas e Harvey W. Zorbaugh, si propone di formare una nuova disciplina definita "ecologia umana" che consiste nello "studio delle relazioni spaziali e temporali degli esseri umani in quanto influenzati dalle forze selettive, distributive e adattive che agiscono nell'ambiente" (Park, Burgess, McKenzie, 1925, p. 59).

All'interno della nuova disciplina si ritiene essenziale riuscire a mostrare la propria utilità nel risolvere una serie di problemi pratici, derivanti dalle continue e progressive trasformazioni sociali delle società di tipo capitalistico nello spirito della social reform.

Thomas è la figura che domina la realtà di Chicago fino al 1918 ponendosi come mediatore della tradizione europea della ricerca sociologica e gli sviluppi delle scienze sociali statunitensi.

Egli ritraduce il problema della trasformazione sociale dalla realtà europea, segnata dal processo di industrializzazione alla realtà statunitense caratterizzata dallo scientific management combinato con la nuova struttura metropolitana influenzata dai nuovi movimenti immigratori che intensificano il mutamento sociale.

Lo studioso elimina così ogni spinta evoluzionista, riducendo lo spazio e il condizionamento biologico del comportamento individuale e collettivo.

Il gruppo centrale del Dipartimento vede nell'analisi ecologica il paradigma attraverso il quale leggere scientificamente i processi di evoluzione e di trasformazione della società.

Si pretende di applicare alle società umane, a volte un po' forzatamente, le caratteristiche comportamentali riscontrabili nell'ecologia vegetale; un ordine biotico come fondamento dell'ordine sociale.

La configurazione delle città è all'origine di principi quali quello di competizione, invasione e simbiosi ai quali obbediscono tutte le specie viventi (Rauty, 1995).

Chicago dunque è la città che sperimenta, durante gli anni Venti, tutti gli aspetti della trasformazione sociale e diventa il "laboratorio" nel quale la scuola omonima analizza le caratteristiche di quella disorganizzazione sociale diffusasi insieme all'assetto metropolitano. I processi sociali sono così espressione di storie "naturali"; all'interno delle relazioni sociali infatti i rapporti sono sempre in una situazione di mobilità.

Contributi più recenti vengono da due diverse e opposte interpretazioni della relazione ambiente/società: il paradigma sistemico con riferimento a Niklas Luhmann (Mela, Belloni, Davico, 1998), e le tesi neomarxiste con riferimento al pensiero di Peter Dickens (Davico,1994).

Luhmann acquista interesse per la questione ambientale relativamente tardi in special modo affrontando l'argomento nel testo Comunicazione ecologica del 1986 e in Sociologia del rischio del 1991 (Mela, Belloni, Davico, 1998). Al centro delle sue riflessioni è il concetto di sistema autopoietico, vale a dire un sistema che riproduce da sé le unità elementari di cui è costituito, un sistema che è stato ripreso nelle opere di Humberto Maturana e Francisco Varela, e applicato ai sistemi sociali.

Secondo il sociologo tedesco i problemi sollevati dalla minaccia ambientale hanno trovata impreparata la sociologia, più preoccupata dei problemi che si pongono all'interno della società che non di quelli che interagiscono con l'ambiente esterno.

Un sistema sociale è per Luhmann essenzialmente un sistema di comunicazione, vale a dire che esso è composto da una rete di comunicazioni che si sviluppa riferendosi a se stesso. Si tratta quindi di un'entità dotata di attività autopoietica poiché è la comunicazione ad autoriprodursi incessantemente. Esaminato dal punto del sistema sociale, quindi, l'ambiente non è una grande entità sistemica dotata di una sua unità interna ma è piuttosto il sistema sociale che definisce come ambiente ciò che sta al di là di se stesso.

In definitiva oggetto della sociologia non è il sistema sociale ma il sistema sociale e il suo ambiente visti come unità.

Con riferimento alle teorie neomarxiste si può subito affermare che solo in epoca recente l'attenzione si è focalizzata, richiamando il pensiero di Marx, sulla questione ambientale. Tale riflessione si svolge in un periodo ovviamente diverso da quello di Luhmann e ciò sia sul piano politico sia su quello teorico.

Sul versante teorico deve essere qui segnalato il lavoro di primo piano di Peter Dickens, sociologo inglese che nel suo bagaglio culturale, oltre ai riferimenti al marxismo classico, analizza anche la sociologia di Anthony Giddens e la cosiddetta epistemologia del "realismo critico" di Roy Bhaskar (Davico, 1994).

Society and Nature del 1992 e Recostructing Nature del 1996 sono i lavori del sociologo inglese che hanno contribuito in modo significativo alla costituzione della sociologia dell'ambiente (Mela, Belloni, Davico, 1998).

Secondo l'Autore la strada da evitare è quella di un riduzionismo naturalistico generato dall'incapsulamento della dimensione sociale nella dimensione naturale, interpretando la relazione delle società umane con la natura come la dipendenza da un'entità di cui l'uomo fa già originariamente parte.

Parafrasando Marx, la natura dovrebbe essere intesa come il corpo inorganico dell'uomo, implicando un continuo contatto della vita fisica e spirituale con quella parte della natura diversa dal corpo umano, poiché essa è la materia, l'oggetto e lo strumento della sua attività vitale.

Il "realismo critico" si propone quindi di effettuare una stratificazione dei livelli di conoscenza, organizzando il sapere secondo livelli che vanno da quelli più astratti, basati su leggi ad ampio raggio pressocchè immutabili, a quelli più concreti, basati sullo studio di fenomeni condizionati da una storia specifica.

Nel pensiero di Dickens appaiono importanti i rapporti che si stabiliscono tra i fenomeni riguardanti un dato livello analitico e i fenomeni dei livelli inferiori: essi sono regolati da schemi probabilistici e non deterministici.

Si può complessivamente osservare che lo studioso inglese ritiene la relazione società/ambiente costitutiva per le società umane e che ogni tentativo di interpretare queste ultime non può tralasciare di considerare anche le relazioni dell'uomo con il suo "corpo inorganico" (Mela, Belloni, Davico, 1998, p. 85).

Appare anche opportuno sottolineare i recenti contributi di riflessione sui movimenti ambientalisti di autori come Touraine, Offe, Habermas e Giddens.

Per Touraine il movimento ambientalista incarnerebbe "…l'idea stessa di disillusione critica nei confronti del mito del progresso…" (Davico, 1994, p. 41). Il potere tecnocratico rappresenta il nemico dei movimenti ambientalisti che secondo il pensiero di Touraine giocano un ruolo analogo a quello della classe operaia della società industriale.

Offe vede i movimenti ecologisti come i soggetti storici in grado di ribaltare il tradizionale modello di razionalità della società moderna, basato sull'idea di progresso. Tuttavia "…tale razionalità non esige la messa in atto di un progresso, ma punta sulla conservazione di istanze di valore. Tutto ciò che esiste e che merita di essere conservato assume un carattere di posta in palio. L'utopia non è più qualcosa di totalmente altro e migliore da realizzarsi in futuro, ma emerge come sforzo teso ad evitare delle perdite e delle catastrofi irreversibili. Si tratta, in altri termini, di consolidare il fondamento ormai labile di istanze come la pace, le basi biologiche della società, i diritti civili e quelli umani…" (Davico, 1994, p. 43). Come Offe e Touraine anche Habermas e Giddens dedicano la loro attenzione ai movimenti ambientalisti interrogandosi sul ruolo che questi ultimi rivestono nelle società contemporanee. Soprattutto Giddens sottolinea che il tratto caratteristico che differenzia i movimenti ecologisti dagli altri movimenti delle società moderne risiede nel fatto che più portatori di diritti sono portatori di imperativi morali (Davico, 1994, p. 45).

1.2 LA GENESI DELLA SOCIOLOGIA DELL'AMBIENTE NEGLI STATI UNITI

L'atto di nascita ufficiale della sociologia dell'ambiente è particolarmente recente ed è databile al 1976, al momento in cui l'Associazione americana di sociologia riconosce la formazione di una sezione di sociologia dell'ambiente, in seguito denominata "Società, ambiente, tecnologia".

Volendo sottolineare il ruolo svolto dalla proposta di un nuovo approccio sociologico compiuto, tale data potrebbe essere spostata al 1978 con la pubblicazione di un articolo dei sociologi statunitensi Catton e Dunlap nel quale veniva proposto un nuovo paradigma sociologico, il New Ecological Paradigm. Appare così evidente che un ruolo fondamentale nella elaborazione dello statuto scientifico della nuova disciplina è stato svolto dalla cultura sociologica statunitense.

L'affermazione della tematica ambientale, che proprio negli Usa trova la sua maggiore opera di espressione, rappresenta uno dei fattori più rilevanti che distinguono l'epoca attuale da quella che l'ha immediatamente preceduta.

Essa si lega alla perdita di fiducia nella linearità del progresso umano e specialmente alla convinzione che lo stesso possa sottomettere la natura al servizio dell'umanità, fornendo indeterminatamente le risorse utili ai suoi scopi. Questa convinzione comincia ad incrinarsi alla fine della seconda guerra mondiale e con l'inizio della guerra fredda.

Alla fine degli anni Sessanta incominciano a delinearsi altre problematiche riguardanti non più azioni intenzionalmente distruttive, ma relative al normale funzionamento del sistema sociale: inquinamento atmosferico, idrico, crisi ambientale della città, ma soprattutto le preoccupazioni legate alla sicurezza delle centrali nucleari (Strassoldo, 1989; cit. in Martinelli, p. 62).

Incidenti come quello di Three Miles Island (1981) e soprattutto quello di Chernobyl (1986) imprimono una svolta nell'opinione pubblica mondiale. Nel contesto nordamericano, l'esigenza di reimpostare molti temi relativi ai rapporti società/ambiente e uomo/natura opera trasversalmente sia nel campo scientifico, quanto nelle attività economiche, politiche, giuridiche oltre che nelle opinioni degli attori sociali coinvolti.

Fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta viene riconosciuto dalla letteratura internazionale il "nuovo paradigma ecologico" di Catton e Dunlap, una teorizzazione radicale e innovativa, che si pone in relazione polemico/critica con la sociologia classica e contemporanea accusata di non guardare all'ambiente bio/fisico come a un elemento influente sul comportamento umano e sull'intera organizzazione sociale (Davico, 1994).

I due Autori impostano il loro lavoro su alcune considerazioni storico/analitiche:

il rapporto tra l'ambiente naturale e la società ha subito un radicale mutamento con l'avvento delle società avanzate consumatrici intensive di risorse naturali.

Le continue apprensioni relative ai "limiti dello sviluppo", generate da un abbandono delle aspettative legate ad un periodo di esuberanza economica e sociale che gran parte della sociologia aveva condiviso con l'opinione pubblica, possono far parlare di crisi ambientale e di social problem.

Negli USA trovano terreno fertile i movimenti ambientalisti e questo con una forza non conosciuta nemmeno in Europa.

Gli indicatori che possono farci capire l'entità della trasformazione del tema ambientale in political issue sono molti.

Primo fra tutti è l'attenzione della stampa nazionale riscontrabile nelle ricerche condotte sui tre giornali di maggior tiratura New York Times, Wall Street Journal, Detroit News (Moloney, Stovonsky, 1971; cit. in Beato, 19982, p. 23) seguito dalla diffusione della stampa specializzata e tematica (vedi Science and The Citizen, 30.000 copie vendute nel1973).

L'evento più degno di nota proviene, tuttavia, dal settore delle politiche pubbliche, quasi in risposta alle pressioni del movimento ambientalista: l'approvazione della celeberrima National Environmental Policy Act (NEPA) nel 1969.

I punti notevoli appaiono i seguenti:

  1. la creazione del Council on Environmental Quality (Ceq);
  2. l'obbligo per le agenzie federali di elaborare un Environmental Impact Statement (Eis) che introduceva la valutazione di impatto ambientale (VIA).

E' da segnalare, inoltre, l'introduzione nel 1972 della Federal Water Pollution Control Act e, nel 1977, della Clean Air Act, legislazione importantissima di controllo dell'inquinamento, e dell'istituzione nel 1970 da parte del Congresso della Environmental Protection Agency (Epa) con l'obbiettivo di riunire e coordinare molte agenzie responsabili della regolazione pubblica dell'inquinamento.

I mutamenti avvenuti negli anni Sessanta si pongono così alla base, ancorché indiretta, della genesi di un nuovo orientamento sociologico che racchiuderà al suo interno, ritraducendo tutto nei suoi termini, il contenuto dell'acceso dibattito politico e le caratteristiche degli attori in gioco (opinione pubblica, Stato, movimenti sociali e ambientali, ecc.).

Durante quegli anni la sociologia manifesta dapprima attenzione per temi specifici per poi concentrarsi su una nuova proposta teorica che, partendo da una riflessione critica sull'intera tradizione sociologica europea e americana (compreso il filone "ecologico" della scuola di Chicago), giunge a formulare un nuovo progetto della disciplina, in direzione dell'incorporazione dell'ambiente naturale nell'ambito oggettuale della sociologia.

Catton e Dunlap sono i maggiori esponenti di questo progetto; ad essere messo sotto accusa è quello che i due Autori vedono come presupposto antropocentrico, implicito in tutta la sociologia.

I due studiosi etichettano tale presupposto come paradigma dell'eccezionalismo umano (Hep: Human Exceptionalism Paradigm) e poi, più efficacemente, come esenzionalismo umano.

Analizzando più in dettaglio il paradigma dell'eccezionalismo, per poi passare al nuovo paradigma ecologico, possiamo riscontrare l'evoluzione nel pensiero dei due Autori della nuova teorizzazione dell'oggetto ambiente nella sociologia. Esso si compone di alcune assunzioni:

  1. a ragione della loro cultura, gli esseri umani possiedono i caratteri dell'unicità fra tutti gli organismi viventi;
  2. la cultura può variare quasi indefinitamente e può pertanto mutare con molta più rapidità dei tratti biologici;
  3. poiché molte differenze fra gli uomini risultano socialmente indotte piuttosto che innate, esse possono essere socialmente mutate talchè le differenze indesiderabili possono venire eliminate;
  4. da ciò discende che l'accumulazione culturale può consentire il progresso senza limiti rendendo in ultima istanza risolvibili tutti i problemi sociali (Catton e Dunlap, 1978, pp. 42—43; cit. in Beato, 1998, p. 28).

L'accettazione di un tale paradigma produce nella sociologia una incapacità a riconoscere la piena esistenza della crisi ambientale; il fattore dell'abbondanza ha influito in modo fondamentale su tutti gli aspetti della vita dell'America.

I due fondatori della sociologia dell'ambiente osservano che la cultura dell'abbondanza ha prodotto una barriera di difficoltà alla sociologia, prima di tutto per l'incapacità di riconoscere il concetto di scarsità e quindi la problematizzazione degli atteggiamenti ottimistici verso il progresso ininterrotto delle società industriali e anche della sociologia americana in particolare.

Stimolati da eventi preoccupanti, però, molti ricercatori si avvicinano culturalmente alla relazione ambiente/società; Catton e Dunlap citano i lavori di Rachel Carson (Silent Spring, 1962), Barry Commoner (The Closing Circle, 1971), gli Ehrlich (Population, Resources, Environment, 1970) e l'articolo di Garret Hardin apparso su Science nel 1968 sulla Tragedy of the commons (G.Hardin, 1968; cit. in Beato, 19982, p. 33).

E' da sottolineare che le aree tematiche di questi lavori sono in netto contrasto con le assunzioni presenti nel "paradigma dell'eccezionalismo umano".

Nel momento in cui formulano il nuovo approccio paradigmatico, i due Autori possono sicuramente fare affidamento su alcune specifiche elaborazioni nelle quali rinvenire i tratti salienti di un nuovo, alternativo approccio.

Le assunzioni del NEP (New Ecological Paradigm) si definiscono attraverso tre proposizioni fondamentali:

  1. gli esseri umani sono soltanto una specie tra le molte altre, e sono inseriti in maniera interdipendente nelle comunità biotiche che formano la nostra vita sociale;
  2. legami complessi di causa ed effetto e di retroazione nella rete bio/naturale producono molte conseguenze impreviste che si generano anche dall'azione umana intenzionale;
  3. il mondo è finito e pertanto esistono potenti limiti fisici e biologici che si oppongono alla crescita economica, al progresso sociale ed ad altri fenomeni della società (Beato, 19982, p. 34).

Appare ovvio, allora, che la sociologia debba necessariamente abbandonare la pretesa di porre le società umane al di fuori del mondo della natura, come se esse potessero esistere e svilupparsi indipendentemente dal complesso degli altri elementi che formano la realtà naturale. Il nuovo paradigma ecologico impone alla disciplina di occuparsi dell'intero quadro dei rapporti dell'uomo con l'ambiente, tanto sul piano cognitivo, quanto sul piano dei comportamenti e delle relazioni materiali. La nuova sociologia ambientale deve quindi partire dalla considerazione secondo cui le vicende umane sono profondamente interdipendenti con quelle degli ecosistemi (Mela, Belloni, Davico, 1998).

Un contributo teorico di grande rilevanza è anche quello relativo all'individuazione e all'elaborazione di una struttura analitica per la sociologia dell'ambiente per quanto concerne la definizione del suo oggetto specifico.

Nucleo centrale della sociologia dell'ambiente è lo studio dell'interazione tra ambiente e società, interazione dotata di una reciproca condizionalità: essa configura una relazione bi-direzionale.

La struttura analitica proposta si basa su di una prospettiva ecologica e il fondamento dichiarato della proposta stessa risiede nel concetto di "complesso ecologico" teorizzato nel 1959 da Otis Dudley Duncan, esponente di quella Sociological Human Ecology dalla quale i due fondatori presero molti spunti teorici malgrado dei rapporti a volte critici (il complesso ecologico ma anche il concetto di carrying capacity, ecc.).

Il complesso ecologico — oggetto fondamentale di studio della sociologia dell'ambiente — si compone di quattro sistemi interrelati, che possono essere sintetizzati mediante l'acronimo POET, vale a dire:

P = la popolazione;

O = l'organizzazione sociale;

E = l'ambiente (environment);

T = la tecnologia.

Se nel complesso ecologico di Duncan era centrale l'organizzazione sociale e periferico l'ambiente bio/fisico, nella elaborazione di Catton e Dunlap il focus è l'ambiente e le altre tre variabili periferiche.

Ora, quindi, l'oggetto della sociologia dell'ambiente può essere ben delineato asserendo che esso si configura come relazione che insieme distingue e connette i due universi fenomenici: da una parte il complesso sociale e dall'altra l'ambiente biofisico (Beato, 19982, p. 60).

Gli Autori operano una espansione del complesso ecologico al fine di dare una più dettagliata versione del quadro analitico della sociologia dell'ambiente.

Alla variabile di organizzazione sociale Catton e Dunlap sostituiscono una configurazione tripartita che recupera una più adeguata tematizzazione dell'articolazione sociale.

Inseriscono così nel framework analitico della sociologia dell'ambiente il sistema sociale, il sistema culturale e il sistema della personalità.

Le macro variabili in osservazione diventano cinque e si pongono tra esse e con l'ambiente in interconnessione reciproca e quindi bidirezionale.

In modo molto semplice e allo stesso tempo puntuale, i due sociologi statunitensi propongono per la sociologia dell'ambiente un framework analitico che si pone due obbiettivi scientifici fondamentali per la nuova disciplina:

  1. esaminare come le variazioni che si registrano sulle macro variabili sociali possano agire sull'ambiente bio—fisico;
  2. indagare come l'ambiente bio—fisico può a sua volta determinare dei mutamenti sulle macro variabili sociali.

Occorre conclusivamente riconoscere che il Nuovo paradigma ecologico ha contribuito all'affermazione della sociologia dell'ambiente come campo di ricerca sociologica dotato di relativa autonomia e, soprattutto, ha messo in luce come il consolidamento di questo campo non possa aver luogo senza una svolta paradigmatica radicale, in direzione di un superamento dell'antropocentrismo implicito in quasi tutte le grandi scuole di pensiero sociologico.

1.3 LA SOCIOLOGIA DELL'AMBIENTE IN ITALIA

Dopo il riconoscimento nel 1976, da parte della Associazione americana di sociologia, della nuova disciplina, e dopo l'elaborazione di Catton e Dunlap, alla fine degli anni Settanta, di una struttura analitica per la sociologia dell'ambiente, si è acceso un intenso dibattito anche nel panorama italiano che ha portato all'elaborazione di numerosi lavori teorici ed empirici e alla conseguente istituzionalizzazione accademica della disciplina.

Il "New Ecological Paradigm" suscita nel dibattito italiano pareri discordi, fatto questo che genera diversi orientamenti di ricerca e diverse modalità di approccio alla relazione ambiente—società.

La produzione scientifica dedicata dai sociologi italiani alla relazione ambiente—società può essere esaminata ripercorrendo i Convegni nazionali tenuti dagli anni Ottanta in poi.

Nel primo Convegno italiano di sociologia (Roma, ottobre 1981) fu dedicata una sottosezione alla cosiddetta sociologia dei disastri nel quale Autori come Cavazzani, D'Angelo, Cattarinussi e Barazzetti presentarono studi e ricerche che riguardavano la realtà italiana, con riferimento a quel particolare tipo di impatto ambientale che è il terremoto, originato da cause naturali, ma che ha effetti a seconda dei diversi modi di organizzazione territoriale e sociale (Martinelli, 1989).

Un convegno successivo è quello organizzato dalla Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche (FAST) e dalla Società italiana di ecologia (SITE) sugli indicatori ambientali nel 1986. In esso una sezione tematica aveva per titolo "Il punto di vista del sociologo"; i contributi di Amendola, Gasparini, Gubert, Martinotti e Strassoldo furono concentrati sui ruoli della sociologia e dei compiti del sociologo nelle valutazioni ambientali e nella costruzioni di indici di qualità della vita. Nel Convegno nazionale tenuto a Roma dal 14 al 16 gennaio 1991 dall'Associazione italiana di sociologia, sezione territorio, vennero discussi i problemi delle origini degli studi ambientali nella sociologia fino ai più recenti sviluppi.

Alla Conferenza presero parte studiosi come Corigliano, Amendola, Strassoldo, Farro, Martinelli e Beato.

Ma la letteratura ambientalista di matrice sociologica ha di sicuro origine più visibile da contributi individuali.

Primo fra tutti quello di Raimondo Strassoldo. Nel 1974, da un suo corso di sociologia urbana e rurale tenuto presso l'Università di Trieste, derivò una dispensa dal titolo "Ambiente energia potere: appunti di eco—sociologia" dal quale scaturì poi il volume "Sistema e ambiente: Introduzione all'ecologia umana" del 1977 (Martinelli, 1989, p. 34).

Lo stesso Autore condusse nel 1978 studi sul terremoto del Friuli, raccolti nel volume, curato con Cattarinussi, Friuli la prova del terremoto dove è possibile ritrovare uno schema teorico derivante in modo esplicito dall'ecologia umana. Altro testo importante è Le radici dell'erba. Sociologia dei movimenti ambientali di base, testo in cui l'Autore si è occupato dell'analisi dei movimenti ambientalisti di base. Da segnalare l'opera Sistema e ambiente. Introduzione all'ecologia umana nella quale l'Autore, attraverso il filo conduttore rappresentato dalla coppia concettuale sistema ed ambiente, cerca di sintetizzare in una "…scienza nuova una serie di discorsi sui rapporti società—ambiente fisico finora sviluppati autonomamente da discipline disparate…" (Strassoldo, 1977, p.13).

Alla domanda sulla sociologia e l'ambiente in Italia, e cioè se è auspicabile la costituzione in termini disciplinari di una sociologia dell'ambiente oppure è preferibile aprire tutte le discipline sociologiche ai problemi dell'ambiente, Strassoldo ritiene che possano essere sviluppati entrambi i percorsi anche in Italia come è già avvenuto negli Stati Uniti (Strassoldo, 1981). E proprio riguardo la sociologia dell'ambiente troviamo numerosi interventi su opere curate da colleghi (vedi Sistemi sociali e ambiente, 1989, in Martinelli, 1989, pp. 43-72) o su riviste scientifiche (vedi ad esempio Sociologia dell'ambiente, 1993-94, in Sociologia urbana e rurale, anno XV-XVI, n.42-43, pp. 62-91).

Attenzione particolare è sicuramente da assegnare ai nomi di Franco Martinelli e Fulvio Beato i quali, nel panorama nazionale ed internazionale, detengono un posto rilevante per la loro produzione scientifica.

Franco Martinelli è Ordinario di Sociologia urbana nella Facoltà di Sociologia dell'Università di Roma "La Sapienza", ed è stato coordinatore della sezione di sociologia del territorio dell'Associazione (1986—1990) e segretario del Gruppo per lo studio dei processi urbani del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Già Curatore di I sociologi e l'ambiente, testo che raccoglie gli atti del Convegno nazionale dell'Associazione italiana di sociologia, sezione territorio, del 1991, è Autore anche di numerose ricerche sulla percezione del verde a Roma e nelle aree periferiche della città. Tra queste opere sono da citare Mobilitazioni per il verde e opinioni sull'ambiente. I cittadini dei nuovi quartieri di Roma del 1991 e Roma: verde e quartieri nella città metropolitana del 1992, curato con Umberto de Martino, ordinario di urbanistica e presidente della sezione laziale dell'Istituto nazionale di Urbanistica.

Affrontando nei suoi scritti il contributo della sociologia nello studio delle problematiche ambientali e nella diffusione di una cultura ecologica, Martinelli sostiene che il rapporto tra ambiente naturale ed azione umana è già presente in Autori dell'antichità e dell'età moderna.

Degno di attenzione è il tentativo di individuare le origini, dal punto di vista culturale, dei sociologi italiani impegnati nello studio dell'ambiente e nella diffusione della cultura ecologica.

Da ricordare è anche il lavoro svolto da Fulvio Beato, docente di sociologia dell'ambiente presso l'Università di Roma "La Sapienza", studioso particolarmente sensibile alle problematiche socio—ambientali.

Volto a sottolineare l'impegnativo processo di definizione dei quadri teorici della giovanissima disciplina, Beato tenta una ricomposizione—integrazione dei diversi approcci teorici cercando di mettere in sintonia nel suo lavoro le diverse scuole di pensiero socio—ambientale: l'oggettivismo ecologico e causalista del New Ecological Paradigm e il costruzionismo sociale nelle versioni più vicine al contesto storico e sociale (Beato, 1999).

Nella sua produzione ritroviamo anche l'intenzione di voler delineare nuovi campi di ricerca che oggi sono al centro di un acceso dibattito internazionale delle scienze bio—fisiche dell'ambiente ma non ancora delle scienze sociali (sociologia del rischio).

Delineando un abbozzo di "sociologia dell'ambiente globale", l'Autore affronta il tema dei mutamenti ambientali globali, tema che non può essere preso in esame senza che si sottolinei la connessione con la sempre maggiore affermazione dei fenomeni di globalizzazione economica, politica, culturale e sociale che sono espressione forte di questo fine secolo e che incideranno particolarmente sugli assetti politico—sociali futuri (Beato, 1993).

Sul piano della ricerca sono da segnalare i lavori svolti sull'agricoltura biologica e sulle aziende agricole, descrivendo le aziende attraverso la loro distribuzione territoriale e le loro caratteristiche strutturali (Beato, 1990a), le ricerche sul rischio (Beato, 1990b) e i lavori sulle aree protette (Beato, 1999). Fra i suoi scritti La valutazione di impatto ambientale. Un approccio integrato; Rischio e mutamento ambientale globale. Percorsi di sociologia dell'ambiente; Agricoltura, economia e politica; Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali presentato il 23 Novembre 2000 all'Istituto L. Sturzo e commentato favorevolmente dagli studiosi presenti (Martinelli, Amendola, ecc.), oltre i numerosi articoli di contenuto ambientale sulla rivista Ecologia antropica di cui è coordinatore.

Altro sociologo italiano che si è interessato in questi anni alla relazione ambiente—società è Giorgio Osti, dottore di ricerca che collabora, come professore associato, con il Dipartimento di teoria, storia e ricerca sociale dell'Università di Trento per ricerche nel campo della sociologia dell'agricoltura e del mondo rurale.

In una ricerca, riguardante l'area rurale del Triveneto (Osti, 1990), fornisce alcune indicazioni sistematiche sul rapporto tra la dimensione agricolo—rurale e la dimensione dell'ambientalismo volte a verificare l'esistenza della relazione tra la struttura socio—economica del mondo agricolo e le preferenze politiche verso i movimenti politici ispirati all'ambientalismo.

Testo importante, nell'ottica dello studio delle aree protette, è La natura in vetrina. Le basi sociali del consenso per i parchi naturali nel quale Osti presenta un indagine che ha per oggetto quattro parchi regionali alpini (Osti, 1992).

Constatando l'interesse crescente durante questi anni per i parchi naturali, interesse a cui però non ha fatto seguito un adeguato coinvolgimento di enti ed associazioni, l'Autore cerca di gettare luce sulle cause sociali di questo interesse di facciata.

Prima di concludere la nostra panoramica sugli studi della sociologia dell'ambiente in Italia, dobbiamo ricordare alcuni nomi che si sono inseriti nel dibattito sulla relazione ambiente—società.

Tra questi troviamo Antimo Farro, sociologo attento alle attività delle formazioni ambientaliste nazionali specialmente nel suo lavoro La lente verde. Cultura politica e azione collettiva ambientaliste del 1991; Luca Davico, che ha cercato di compiere nell'opera Sociologia ambientale: dal pensiero sociologico classico al pensiero "verde" un resoconto dell'evoluzione del dibattito sul rapporto società—ambiente in sociologia; Alfredo Mela che in collaborazione con Davico e Belloni si è occupato di sociologia dell'ambiente (vedi Mela, Belloni e Davico, 1998) e, per finire, in contrasto con gli orientamenti generali della disciplina, Alfredo Milanaccio (Milanaccio, 1990), che sottopone a critica aspra ed insolita la sociologia dell'ambiente sottolineando una situazione ancillare per la nuova disciplina rispetto alle altre scienze sociali e una sorta di crisi d'identità per i sociologi aderenti ad un solo paradigma (New Ecological Paradigm).

Va infine ricordato il lavoro di un giovane sociologo dell'ambiente e del rischio che partecipa abilmente al dibattito scientifico nazionale (vedi De Marchi, Pellizzoni e Ungaro, 2001) ma anche internazionale (Pellizzoni, 1999).

Si può concludere osservando che la sociologia dell'ambiente in Italia è ancora alla ricerca di una giusta collocazione nel panorama delle scienze sociali. Non per questo, però, è da passare sotto silenzio il lavoro fatto per valorizzare, anche nel nostro Paese, l'attenzione sociologica per la questione ambientale.

Infatti, grazie alle ricerche degli studiosi sopra elencati ed altri non richiamati, in questo breve periodo di vita della disciplina si sono evidenziati i problemi della relazione ambiente—società attraverso un intenso lavoro di sistemazione teorica e un'assidua ricerca empirica di sicuro interesse.

Giova infine sottolineare che, con quello che si terrà presso l'Università della Calabria nel giugno 2001, si sono organizzati tre Seminari nazionali di Sociologia dell'Ambiente.

1.4 LA RICERCA SOCIALE SUGLI SPAZI PROTETTI

Con l'avvento dello sviluppo industriale italiano, alla fine del XIX secolo e l'inizio del XX, si avvia il processo di protezione delle aree di elevato valore naturale e ambientale.

Si tratta di un avvio molto lento visto che alla fine degli anni Quaranta solo poche migliaia di ettari erano sotto protezione e 200 mila all'inizio degli anni Settanta. Nei venti anni successivi le aree protette vedono quintuplicata la loro estensione che raggiunge il milione di ettari.

L'eccezionale sviluppo delle aree naturali protette negli ultimi venti anni è avvenuto in coincidenza di alcuni avvenimenti importanti per la protezione della natura e dell'ambiente mondiale.

Si fa qui riferimento alla Conferenza di Stoccolma del 1972 che portò alla firma del primo programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep) e all'importantissima Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo del 1992 a Rio de Janeiro.

Grande impulso è venuto inoltre dall'Iucn (International Union Conservation of Nature) la più importante autorità scientifica del settore che conta sull'adesione di ben 120 Stati. Attraverso il lavoro dell'Iucn è stata definita la classificazione delle aree ambientali protette ed anche la tipologia del "Parco nazionale" ponendo maggior attenzione al quadro gestionale, ai principi di conservazione, gli usi consentiti e le finalità da perseguire (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999).

La prima comunicazione in materia d ambiente è stata presentata al Consiglio d'Europa nel luglio del 1971. A questa data seguiranno nel tempo cinque programmi d'azione nei quali sono definiti i principi e gli obbiettivi dell'azione comunitaria in materia di ambiente (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999).

Nei primi due (1973—1977 e 1977—1981) viene affrontato principalmente il problema dell'inquinamento mentre nel terzo (1982—1986) si affronta la necessità di una politica di prevenzione dei danni all'ambiente.

Con l'entrata in vigore del quarto Programma d'azione la politica europea delle aree protette assume carattere generale e organico, avviando l'istituzione di una rete europea di habitat naturali, denominata "Europa 2000".

Questo programma implementa la direttiva 92/43 relativa, appunto, alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali della fauna selvatica mettendo in primo piano la necessaria collaborazione tra le politiche nazionali e la politica comunitaria in materia ambientale.

Si afferma che "…gli aspetti principali della politica ambientale non devono più essere pianificati e realizzati isolatamente dai paesi individuali: sulla base di un piano comune a lungo termine, i programmi nazionali in tali campi devono essere coordinati e le politiche nazionali rese omogenee all'interno della Comunità…" (titolo I dell'allegato I del 4° Programma d'azione.)

Gli articoli 2 e 3 del Trattato sull'Unione europea, firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992, amplificano ulteriormente l'impegno della Comunità europea verso la protezione dell'ambiente: "…la Comunità ha il compito di promuovere […] una crescita sostenibile […] che riscatti l'ambiente".

Nel 5° Programma d'azione lo sviluppo sostenibile, la tutela dell'ambiente e la conservazione delle risorse naturali diventano criterio e indirizzo per lo stesso sviluppo economico e sociale.

Il 21 maggio 1992 viene istituito uno strumento finanziario per l'ambiente (LIFE) al fine di provvedere agli interventi indirizzati alla tutela della natura e per prevenire danni alla stessa.

In Italia l'interesse e l'iniziativa a favore delle aree protette parte con notevole ritardo. Se pensiamo che il Parco di Yellowstone, il primo parco nazionale al mondo, è stato istituito nel 1872 si comprende immediatamente che il dibattito italiano sulla protezione ambientale arriva in ritardo nel processo ormai secolare della protezione pubblica della natura, cioè nella forma della costituzione delle aree protette.

Ai primi due parchi nazionali si arriverà dopo commissioni e disegni di legge mai approvati e solo nel 1922, con l'istituzione del Parco nazionale del Gran Paradiso e, nel 1923, con quella del Parco d'Abruzzo.

Passeranno altri anni prima di arrivare all'istituzione del Parco del Circeo (1934) e dello Stelvio (1935).

Una lettera di Renzo Videsott, professore di medicina veterinaria a Torino e commissario dal 1945 del Parco del Gran Paradiso, sintetizza bene la situazione delle aree protette nel primo dopoguerra.

"I parchi sono assediati da una impaludante retorica, dal formalismo, dall'oppio della burocrazia, dalla piovra della speculazione, dalla bassa concezione politica, dalla tesi della miseria economica, dalla peste della faciloneria, dal mare dell'ignoranza, dagli oceani dell'indifferenza umana" (Videsott, lettera cit. in Ronchi, 1998, p. 2).

Fino gli anni Settanta, anni in cui si riprende il dibattito sulle aree protette anche grazie all'istituzione delle Regioni a statuto ordinario (1970) e ai decreti di trasferimento delle materie indicate all'art. 117 della Costituzione, il solo avvenimento degno di rilevanza è l'istituzione del Parco nazionale della Calabria.

Il DPR 616 del 24 luglio 1977 attribuirà alle Regioni la competenza ad istituire parchi regionali e riserve, mentre lo Stato istituirà 150 riserve naturali, ma nessun nuovo parco nazionale. Verranno istituiti dalla fine degli anni Settanta agli anni Ottanta ben 60 parchi regionali e numerose riserve.

Per i parchi nazionali mancava infatti una normativa chiara di riferimento; nel 1986 viene istituito il Ministero dell'ambiente dando nuovo impulso alla politica delle aree protette.

Con la legge 305/89 viene avviata infatti l'istituzione di ben 6 nuovi parchi nazionali: il Parco nazionale dei Monti Sibillini, il Parco nazionale del Pollino, il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, il Parco nazionale dell'Aspromonte, il Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi e il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi.

La vera svolta legislativa avviene con la legge 6 dicembre 1991 n. 394, legge quadro sulle aree protette che riordina l'intera materia e dà nuovo impulso alla protezione dell'ambiente e della natura.

La legge ha portato a termine l'istituzione di ben 8 nuovi parchi fornendo un quadro normativo unitario a tutti i parchi nazionali e regionali, ha stabilito le procedure per l'istituzione delle riserve marine e ha consentito l'avvio della definizione della Carta della Natura che individua lo stato dell'ambiente naturale in Italia.

Per le scienze sociali questa esplosione di domanda sociale di ambiente e di azioni di politica ambientale è una forma prettamente nuova dell'agire umano prodottasi in aderenza con i macro—mutamenti dei sistemi sociali contemporanei e che produce un complesso di azioni sociali e collettive che assumono la forma di re—azioni: azione ambientale come conseguenza dell'azione antiambientale (Beato, 1999, p. 39).

Lo studio delle aree protette si posiziona bene quindi, come oggetto della sociologia dell'ambiente, sia per la relazione bi—direzionale che si stabilisce tra sistema sociale e sistema naturale, sia perché è di fatto e di diritto una produzione sociale e, più specificatamente, una produzione statuale.

Infatti, la socialità di uno spazio protetto risulta evidente non soltanto durante la fase di fondazione ma anche durante le fasi di gestione economica e tecnica, nella fruizione dei visitatori, nella cosiddetta mission (le finalità assegnate all'area) e nelle comunità locali. Lo studio delle dimensioni sociali di un'area protetta va scientificamente inserito in un approccio fortemente interdisciplinare, dove è possibile analizzare le relazioni tra gli attori sociali collettivi e le sempre strutture differenziate e differenziatrici del territorio che da queste relazioni si generano, si sviluppano e si modificano.

La sociologia ha fornito i suoi contributi soprattutto nei Paesi di cultura anglosassone dove, come negli Stati Uniti, nasce e si afferma l'idea stessa della protezione naturalistica.

Si è trattato di ricerche volte a conoscere soprattutto i modi sociali della fruizione delle aree protette sia per fini gestionali sia per fini conservazionistici.

Anche nel panorama italiano negli ultimi anni si è visto crescere l'interesse per studi empirici con oggetto le aree protette.

Tutto questo è avvenuto in ritardo parallelamente al ritardo dell'attenzione dell'opinione pubblica e della domanda sociale, che solo da pochi anni si stanno interessando alle problematiche delle aree protette e del loro sviluppo sostenibile.

Analizzando alcune ricerche condotte in Italia sul tema delle aree naturali protette, possiamo avere un idea delle problematiche prese in esame dalla sociologia dell'ambiente in questi ultimi anni.

In Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali Fulvio Beato analizza gli effetti di una massiva fruizione delle aree protette.

Partendo dalla constatazione di una crescente fruizione delle aree protette nel corso degli ultimi anni, l'Autore sottolinea che tale fruizione può rappresentare una minaccia ambientale per le aree naturali che i processi della modernità non hanno ancora distrutto (Beato, 1999, p. 35).

Le attività turistiche non governate si dimostrano così un pericolo per le aree naturali protette; si devono quindi apprestare delle modalità di uso sociale dei parchi che, pur producendo benessere economico per gli attori sociali direttamente coinvolti, sappiano anche garantire l'integrità nel tempo delle risorse naturali e della qualità ambientale (Beato, 1999, p. 37).

Anche Giorgio Osti in La natura in vetrina(1992) esegue una ricerca sulla attenzione che le aree protette hanno avuto in questi ultimi anni.

L'Autore sostiene che l'idea di parco ha subito negli ultimi anni un'evoluzione molto accellerata, portando i parchi ad essere concepiti come progetti molto complessi.

Questa evoluzione è però più nelle idee che nei fatti; lo scopo della indagine è quindi capire se effettivamente i parchi sono un'esperienza a scartamento ridotto e se ciò è dovuto all'assenza di una solida base sociale che garantisca il consenso e la mobilitazione.

Da "progetto politico" a "sistema economico" si è arrivati oggi alla visione del parco come "modello" e cioè un laboratorio di sperimentazione, un modo innovativo di intendere il rapporto uomo — natura, eventualmente da esportare in altre aree.

Su questo idealtipo si stanno orientando molti studiosi e amministratori per ovviare all'eccessivo formalismo che accomuna tutti i parchi a cui è particolarmente calzante l'appellativo di "parchi di carta" (Tassi, 1984). L'importanza del lavoro di Osti è in definitiva derivante dal fatto che, più che mettere l'accento sui nemici del parco, ha voluto sondare la forza e le caratteristiche dei sostenitori che a volte possono causare conseguenze negative per l'immagine del parco e per il sostegno politico alla sua realizzazione.

Da citare sono anche alcuni studi di Franco Martinelli sulle mobilitazioni per le aree verdi nella città di Roma (vedi Martinelli, 1991) e in special modo sui problemi dell'utenza dei parchi regionali urbani (vedi Martinelli, 1993).

Quest'ultimo lavoro parte dalla definizione di parco regionale urbano e dall'elencazione delle sue funzioni per poi passare a valutare e commentare alcune ricerche sociologiche sui parchi in Italia e sulle aree verdi di Roma e del Lazio. L'Autore ritiene che l'aiuto e la guida alla percezione dei beni ambientali e culturali nelle sedi di competenza possa contribuire alla diffusione della cultura ambientalista tipica del nostro tempo. Questa considerazione apre la strada a nuove ipotesi di ricerca per quanto riguarda l'utenza dei parchi regionali urbani del Lazio. L'avvio dei piani d'assetto, l'organizzazione dei trasporti e della viabilità, nonché la densità demografica e la qualità sociale degli insediamenti limitrofi, possono ampliare o restringere i bacini dell'utenza, regolandone l'afflusso. L'unità di analisi di tali ricerche non dovrà essere la popolazione dei visitatori ma un campione di popolazione insediata nei bacini d'utenza delle aree protette, che tenga conto della popolazione notturna (i residenti), della popolazione diurna (consumatori, lavoratori e studenti) e che possa fornire informazioni dettagliate per la programmazione degli interventi dei piani d'assetto e per le forme organizzative desiderate dai cittadini.

Analizzando gli studi empirici sulle aree protette in Italia, risulta subito una volontà, da parte dei ricercatori, di accertare e valutare la qualità sociale dell'utenza e la modalità di uso dei parchi e degli spazi verdi, con l'obbiettivo di conoscere il modo di fruizione da parte dei cittadini e l'impatto dei frequentatori sull'ambiente e le aspettative degli stessi.

Ponendo le ricerche italiane a confronto con le ricerche anglosassoni e in special modo con quelle statunitensi, troviamo obbiettivi di ricerca comuni ma con oggetti di studio ben diversi: parchi di primo livello di grande dimensione, completamente spopolati come quelli americani o australiani, e i parchi naturali europei caratterizzati da un elevata antropizzazione del territorio e le finalità multiple.

Ci piace concludere con una frase ottimistica: "…la sociologia dell'ambiente […] è una scienza giovane e contiene tutti i rischi della sua età.

Ma contiene anche tutti i vantaggi di un esperienza in formazione: il senso della sfida e quello della scoperta che appaiono tanto più significative quanto meno concedono alla prorompente e pervasiva ideologia del novismo a— storico" (Beato, 1999, p. 5).

Bibliografia del capitolo 1

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CAPITOLO 2 La politica pubblica delle aree protette in Italia: i parchi regionali.

2.1 LA POLITICA PUBBLICA DEI PARCHI IN ITALIA

I Paesi nordamericani già da tempo hanno rivolto molta attenzione alle problematiche della conservazione delle zone naturali (Yellowstone fu il primo parco nazionale ad essere istituito negli Stati Uniti nel 1872). Purtroppo il nostro Paese è partito in ritardo anche rispetto ad altri Paesi industrializzati, malgrado l'elevata percentuale di territorio a rischio di degrado, determinato dall'assenza di leggi per la tutela degli spazi verdi.

Finalmente nel 1922 anche i tentativi italiani di protezione territoriale della natura raggiungono il loro primo obbiettivo istituendo un'ex riserva di caccia reale come parco nazionale: il Gran Paradiso. Nello stesso anno fu promulgata la prima legge sulla protezione del paesaggio e dei siti naturali, ispirata ad una concezione di tutela di elementi eccezionali per il loro valore essenzialmente estetico ed educativo, modificata con la legge 29 giugno 1939, n.1497 sulla protezione delle bellezze naturali, tuttora vigente ed integrata con la legge 8 agosto 1985, n.431. Il 1923 segna l'istituzione del parco nazionale d'Abruzzo, parco che per anni avrà una storia tormentata prima per il fascismo poi per la pressione turistico—edilizia.

Verranno istituiti negli anni a seguire il parco nazionale dello Stelvio (1935), il parco nazionale del Circeo (1934) e il parco nazionale della Calabria (1968) che vanno a completare i cosiddetti "Parchi storici" (Beato, 1999).

La tutela della natura e del paesaggio, però , nasce e resta per lungo tempo separata dalla pianificazione del territorio. Natura, paesaggio, arte e storia da una parte, e città e territorio dall'altra, restarono separati in sfere autonome, affidati a responsabilità di diverso livello di governo (centrale e locale) e gestiti con strumenti diversi (vincoli legali e piani).

A partire dagli anni Settanta vennero predisposte numerose proposte legislative di origine politica, scientifica e ambientale per una legge quadro nazionale sulle aree protette. Si parte dalla proposta di legge Ciffarelli del 1970, che ha rappresentato la traccia per i successivi progetti. Tale proposta, mentre considerava ancora i parchi come elementi isolati da conservare, già introduceva l'esigenza della pianificazione del parco articolata per zone (Dente, 1990). Con il completamento della regionalizzazione del 1977 si moltiplicarono i progetti di legge quadro, oscillando tra tesi centraliste e tesi regionaliste, ma ribadendo l'esigenza della pianificazione.

Nell'ottobre del 1980 si tenne a Camerino (nelle Marche) un convegno indetto dal Comitato per i parchi nazionali e le riserve analoghe. Al convegno convogliarono le esperienze delle comunità scientifiche e dell'ambientalismo italiano che, attraverso una eccezionale cooperazione, elaborarono la "strategia italiana per la conservazione". Obbiettivo era quello di tutelare il 10% del territorio nazionale, chiamando in causa in questa azione di rilevanza prima sociale che politica, lo Stato e soprattutto le Regioni (Beato, 1999, p. 45).

Nel 1986, anche in Italia viene istituito il Ministero dell'Ambiente in risposta all'aggravarsi della crisi e delle emergenze ambientali in molti settori. Il nuovo Ministero, istituendo sei nuovi parchi nazionali con la legge 305/89, dà nuova linfa alla politica pubblica delle aree protette.

Ma è la legge 394/91, legge quadro sulle aree protette, che riordina l'intera materia dando un vigoroso impulso allo sviluppo delle aree protette, coinvolgendo la maggior parte delle regioni italiane.

La dinamica storica degli ultimi anni può essere ben rappresentata e ricostruita da un punto di vista quantitativo come appare dalla tabella seguente.

ANNI AREE PROTETTE ETTARI VAL. %
1984 339 963.800 3,2
1996 754 3.041.046 10,1

Fonte: AA.VV., 1998, Statistiche ambientali, Roma, ISTAT; su dati Ministero dell'Ambiente - centro di studio per la genetica evoluzionistica del CNR.

2.2 LA LEGGE 394/1991

Quella sulle aree protette è di sicuro una legge rimasta nel limbo per un tempo incredibilmente lungo. Il suo cammino è stato così accidentato che pochi ormai credevano in un suo approdo positivo. Le prime proposte di legge sui parchi, come è noto, risalgono al 1964. Fino al 1970, però, l'anno in cui vengono istituite le Regioni, il dibattito e l'interesse per le aree protette, malgrado le proposte di legge, non vanno molto al di là di ambienti culturali piuttosto ristretti.

Sono gli ambientalisti—conservazionisti ad agitare la questione, mentre le forze politico—sociali mostrano ancora scarsa attenzione e sensibilità per la questione. Azioni positive si registrano quando la tutela del territorio può giocare un ruolo determinante nella lotta contro grosse speculazioni edilizie che minacciano, in quegli anni, ambienti di grande pregio. Molti dei parchi che saranno istituiti negli anni successivi, prenderanno corpo proprio all'insegna delle battaglie contro le operazioni scellerate di individui votati al guadagno, operazioni purtroppo non sempre sconfitte (Lewanski, 1990; in Dente, pp. 281-314).

In mancanza di una legge nazionale che tutelasse il patrimonio naturalistico italiano, le Regioni ritennero giusto impegnarsi concretamente nella istituzione dei parchi, piuttosto che limitarsi a protestare nei confronti delle inadempienze dello Stato e dei ritardi del Parlamento.

Nei primi anni Ottanta, nel corso della settima legislatura, dalla collaborazione tra Ministero dell'agricoltura e foreste, Italia Nostra, WWF Italia e CAI, prende corpo la prima iniziativa legislativa in materia da parte del Governo. Ne è fautore il Ministro senatore Giovanni Marcora che intende così adempiere al disposto di cui all'art. 83 del DPR n. 616/1977 che aveva fissato nel 31 dicembre 1979 il termine per l'approvazione della disciplina generale di parchi e riserve naturali. Il disegno di legge n.711 del 7 febbraio 1980 prevedeva, tra l'altro, l'adeguamento dei parchi nazionali esistenti, la costituzione dei parchi nazionali in enti autonomi (come già per il Parco d'Abruzzo e per quello del Gran Paradiso), la ripartizione del territorio del parco in zone con diversificazione di destinazione e tutela, l'indicazione delle attività vietate perché incompatibili, l'istituzione di otto parchi nazionali nonché di riserve e parchi marini e di un servizio autonomo per le riserve naturali e, infine, del Consiglio nazionale per la protezione del patrimonio naturale con compiti di coordinamento, di indirizzo e di controllo degli enti gestori delle aree naturali protette, affidato alle rappresentanze di tutti i soggetti interessati (Stato, Regioni, comunità montane, comunità scientifica e associazioni ambientalistiche) (Lewanski, 1990; in Dente, pp. 281-314).

Durante i giorni 28, 29 e 30 ottobre dello stesso anno, l'Università di Camerino ospitò lo storico convegno promosso dal WWF Italia e dal Comitato parchi e riserve analoghe operante nell'ambito del Parco nazionale d'Abruzzo. La conferenza si concluse lanciando la sfida, allo Stato e alle Regioni, di realizzare entro la fine del secolo un sistema di aree naturali protette su una superficie pari ad almeno il 10% del territorio nazionale. Alla fine dell'ottava legislatura, il disegno di legge Marcora, unificato con altri, decadde e così anche le proposte legislative presentate e discusse nell'ottava e nella nona legislatura.

All'inizio della decima legislatura (1987-1992) è ancora viva l'eco della tragedia di Chernobyl. Nel Parlamento italiano per la prima volta entra in scena uno schieramento di deputati e di senatori verdi che, nonostante le loro provenienze disparate, si ripromettono alcuni obiettivi comuni a quelli del movimento ambientalista.

Ma l'attenzione verso la problematica ambientale arriva anche da parte di parlamentari di derivazione politico—partitica tradizionale. La normativa sulle aree naturali protette è, in quegli anni, quella che subisce il maggior ritardo nella lista di attesa dei progetti di legge: più volte sul punto di essere votata nelle precedenti legislature, i suoi ostacoli maggiori sono stati i perenni conflitti di competenze tra Stato e Regioni, le persistenti sacche di arretratezza culturale sui temi della conservazione della natura e, infine, per la prematura interruzione di alcune legislature. Tra i vari progetti di legge presentati al Parlamento durante la decima legislatura, quello sul quale converge alla Camera l'adesione di 38 deputati di quasi tutti i gruppi parlamentari reca il numero 1964 (26 novembre 1987). Il Ministro dell'ambiente Giorgio Ruffolo rinuncia a presentare un autonomo disegno di legge del Governo affermando la validità del p.d.l.n. 1964/1987 e riservandosi eventuali modifiche e integrazioni. L'iter legislativo inizia alla Camera (relatore l'on. Piero Angelini dapprima e l'on. Franco Ciliberti in un secondo tempo) su un testo unificato che di fatto si fonda sulla p.d.l.n. 1964/1987 (Lewanski, 1990; in Dente, pp. 281-314). Gli aspetti di più acuto conflitto nel dibattito parlamentare (specialmente durante la prima lettura della legge presso la commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera) riguardano le modalità di reclutamento dei direttori (art. 9), il nulla osta del Consiglio direttivo dell'ente per intervenire, impianti e opere all'interno del parco (art. 13), la sorveglianza (art. 21), l'elenco dei nuovi parchi nazionali (Moschini, 1992).

La legge 6 dicembre 1991 n. 394 è stata approvata in via definitiva alla Camera dei deputati il 20 novembre 1991, ed è entrata in vigore il successivo 28 dicembre (Moschini, 1992). Un evento di grande importanza e che ha rimesso il nostro Paese in sintonia con le nazioni della Comunità Europea e del resto del mondo. Infatti dai passi barcollanti dei primi decenni del secolo, quando la conservazione della natura era intesa unicamente come tutela delle bellezze del paesaggio, si è arrivati finalmente ad una normativa organica e unitaria con una visione finalmente globale, comprensiva anche della protezione dei valori ecologici e scientifici.

Ma cerchiamo, ora, di analizzare gli aspetti più qualificanti della legge, cercando di sintetizzare le novità e gli obbiettivi della normativa.

La legge prevede l'istituzione degli enti parco, l'elaborazione di un piano per il parco, l'emanazione di un regolamento disciplinante le attività consentite nell'area nonché la redazione di un piano pluriennale finalizzato a promuovere, nel rispetto delle esigenze di tutela del territorio, ogni iniziativa di sviluppo economico—sociale a favore delle collettività residenti all'interno o nelle zone limitrofe del parco. Sintetizzando, la legge quadro, è la risultante di un compromesso fra politica di sviluppo ed una politica di tutela dei valori ambientali situate in potenziale conflitto fra loro.

In particolare l'ente parco, previsto dalla legge, è non solo un ente gestore del parco ma, soprattutto, ente normativo che emana la disciplina cui si deve sottoporre il relativo territorio, sotto il profilo sia urbanistico che paesistico— ambientale.

Passiamo ad analizzare i beni oggetto della speciale tutela e gestione; questi sono i territori ove sono presenti le formazioni fisiche, geologiche e biologiche o gruppi di esse, di rilevante valore naturalistico ed ambientale (Moschini, 1992). Le finalità da perseguire sono:

Le aree naturali protette sono descrivibili attraverso la seguente classificazione:

  1. parchi nazionali;
  2. parchi naturali regionali;
  3. riserve naturali.

Queste ultime, in base all'importanza degli interessi presenti possono essere statali o regionali. Riguardo l'ambiente marino la legge distingue:

La classificazione delle aree naturali protette è stata così integrata, ai sensi dell'art. 2 comma 5, della legge 394/91, da parte del comitato per le aree naturali protette sulla base del parere espresso dalla consulta per le aree naturali protette (Moschini, 1992). Risulta adottata la seguente classificazione:

  1. parco nazionale;
  2. riserva naturale statale;
  3. parco naturale interregionale;
  4. parco naturale regionale;
  5. riserva naturale regionale;
  6. zona umida di importanza internazionale, ai sensi delle convenzioni di Ramsar, di cui al D.P.R. n. 448/1976;
  7. zona di protezione speciale (ai sensi della direttiva 79/409/CEE concernente la conservazione degli uccelli selvatici);
  8. zona speciale di conservazione (in conformità della direttiva 92/437/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche);
  9. altre aree naturali protette.

Le linee fondamentali dell'assetto del territorio vengono tracciate dal Comitato per le aree naturali protette sulla base della carta della natura, predisposta dai servizi tecnici nazionali previsti dalla L. 183/1989. Il Comitato è composto da sei ministri o sottosegretari delegati e da sei presidenti di regione o assessori delegati compreso il Ministro per l'ambiente.

Le funzioni di tale organo sono l'integrazione della classificazione delle aree protette, l'adozione del programma per le aree naturali protette di interesse nazionale ed internazionale e l'approvazione dell'elenco ufficiale delle aree naturali protette.

Sulla base delle suindicate funzioni viene redatto il programma triennale per le aree naturali protette di interesse nazionali ed internazionali. Il piano prevede la determinazione dei territori facenti parte delle aree d'interesse internazionale, nazionale e regionale; l'ampliamento delle aree e l'indicazione del termine per l'istituzione di nuove aree naturali protette; la ripartizione delle disponibilità finanziarie per ogni area; le previsioni di contributi in conto capitale; la determinazione dei criteri e degli indirizzi a cui devono uniformarsi, nell'attuazione del programma, lo Stato, le Regioni e gli organismi di gestione delle aree protette.

Organo gestore a livello locale è l'Ente Parco. L'ente ha personalità giuridica di diritto pubblico, ha sede legale ed amministrativa nel rispettivo territorio ed è sotto la vigilanza del Ministro dell'ambiente (Moschini, 1992).

Esso è composto da:

  1. il presidente;
  2. il consiglio direttivo;
  3. la giunta esecutiva;
  4. il collegio dei revisori dei conti;
  5. la comunità del parco.

Le persone nominate durano in carica cinque anni con la possibilità di essere rinominate una sola volta. Lo strumento affidato all'Ente Parco per la tutela dei valori naturali ed ambientali è il piano per il parco (art. 12, L.394/91). Il piano deve provvedere alla organizzazione generale dell'area in special modo ai regimi vincolistici, ai sistemi di accessibilità, ai servizi ed alle attrezzature per la gestione del parco, agli interventi sulla biodiversità, alla suddivisione del parco in base al diverso grado di protezione. Queste zone sono suddivise in:

  1. riserve integrali (ambiente integralmente conservato);
  2. riserve generali orientate (uniche attività consentite quelle produttive tradizionali, la costruzione di infrastrutture strettamente necessarie, manutenzione ordinaria e straordinaria);
  3. aree di protezione (sono consentite attività esercitate secondo gli usi tradizionali, secondo i metodi di agricoltura biologica, attività agro — silvo — pastorali, pesca e raccolta di prodotti naturali);
  4. Aree di promozione sociale (pur facenti parte dello stesso ecosistema, sono rappresentate da quei territori più ampiamente modificati dai processi di antropizzazione).

Il piano del parco deve essere predisposto dall'ente parco entro sei mesi dalla istituzione dello stesso ed è adottato dalla regione entro i quattro mesi successivi.

Se il piano non viene predisposto dall'ente entro il tempo stabilito, o se la regione non lo adotta entro i quattro mesi, il Ministro dell'ambiente si sostituisce all'amministrazione inadempiente nominando un commissario ad acta.

L'art. 11 comma 2, della legge 394/91, tratta l'argomento del regolamento del parco. Secondo l'articolo il regolamento del parco disciplina:

  1. la tipologia e le modalità di costruzione di opere e manufatti;
  2. lo svolgimento delle attività artigianali, commerciali, di servizio ed agro — silvo — pastorali;
  3. il soggiorno e la circolazione del pubblico con qualsiasi mezzo di trasporto;
  4. lo svolgimento di attività sportive, ricreative ed educative;
  5. lo svolgimento di attività scientifiche e biosanitarie;
  6. i limiti di emissioni sonore, luminose o di altro genere, nell'ambito della legislazione in materia;
  7. lo svolgimento delle attività da affidare ad interventi di occupazione giovanile, di volontariato, con riferimento particolare alle comunità terapeutiche ed al servizio civile alternativo;
  8. l'accessibilità nel territorio del parco attraverso percorsi e strutture per disabili, portatori di handicap ed anziani.

Nel comma 3 dello stesso articolo sono specificati i divieti in vigore nel territorio del parco. Essi sono:

  1. catturare, uccidere, danneggiare, disturbare le specie animali, raccogliere e danneggiare specie vegetali, escluse le zone dove sono consentite attività agro — silvo — pastorali, nonché introdurre specie estranee, vegetali o animali, che possono alterare l'equilibrio naturale;
  2. aprire e gestire cave, miniere e discariche, nonché asportare materiali;
  3. modificare il regime delle acque;
  4. esercitare attività pubblicitarie fuori dai centri urbani;
  5. introdurre ed impiegare qualsiasi mezzo di distruzione o di alterazione dei cicli biogeochimici;
  6. introdurre, da parte dei privati, armi, esplosivi ed ogni mezzo distruttivo o di cattura, se non autorizzati;
  7. usare fuochi all'aperto;
  8. sorvolare con veicoli il territorio del parco senza autorizzazione.

Il regolamento deve anche precisare le eventuali deroghe ai suddetti divieti.

L'approvazione del regolamento è di competenza del Ministro dell'ambiente, sentita la consulta, di intesa con le Regioni e le Provincie autonome, e previo parere degli enti interessati, che deve essere espresso entro quaranta giorni dalla richiesta ministeriale.

Si è voluto dare uno scorcio delle novità introdotte dalla legge 394/91 per far capire l'importanza che ha avuto la sua introduzione, sia a livello nazionale, sia al livello regionale.

Il nostro Paese ha finalmente la possibilità di creare un "sistema" di aree protette, al quale deve essere ricondotto ogni argomentazione del dibattito pubblico, come realmente si sta riscontrando. Ed è questa la struttura simbolica che è stata messa in ombra da molti studiosi e dagli esperti dell'ambiente: le aree naturali protette del nostro paese diventano un sistema rompendo con le difficoltà burocratiche e provincialiste del passato.

All'interno della legge 394/91 appare evidente la consapevolezza del decisore pubblico di prestare attenzione agli aspetti dell'estetica naturalistica dei valori scenici e dei panorami, alla maturazione dell'ecologia come scienza ed all'intenso e complicato rapporto tra sistemi sociali e sistemi ambientali.

Finalità fondamentale della legge è la promozione delle attività educative ambientali che insieme alla formazione lavorativa, alla ricerca scientifica e alle attività ricreative eco—compatibili è il mezzo di maggior sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Tutte queste attività previste dalla legge hanno in questi anni portato il sistema delle aree naturali protette del nostro Paese a cercare di raggiungere l'intento, auspicato da molti, di creare una rete ecologica Nazionale (REN) quale articolazione della rete europea EECONET (European Ecologial Network) avente lo scopo dell'identificazione di specie ed habitat di importanza europea e lo sviluppo di misure per la conservazione dell'integrità dei sistemi naturali dai quali essi dipendono. È evidente come il nostro paese, se sarà in grado di raggiungere un progetto tanto ambizioso, possa essere un laboratorio di significativa importanza, europeo ed internazionale, nell'applicazione delle più avanzate e sofisticate strategie di conservazione e tutela della natura e di sviluppo sostenibile locale, avendo un territorio disegnato da rilevanti sistemi ambientali costellati da un fitto ed articolato sistema di aree naturali protette.

Ma i problemi non sono mancati e tuttora affliggono la regolare crescita del sistema delle aree protette.

Nel 1996, anno dell'insediamento del Governo Prodi, dopo quasi cinque anni dall'approvazione della legge quadro sulle aree protette, nessun parco nazionale aveva la pianta organica operativa, circa la metà dei parchi mancava del direttore, i finanziamenti erano talmente esigui da non consentire un normale funzionamento degli Enti Parco. Senza l'operatività degli Enti Parco non si potevano fare né i regolamenti del parco, né i piani del parco, né tantomeno definire i piani per lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali. Indebolendo la credibilità dei nuovi parchi nazionali e alimentato le critiche al nuovo sistema delle aree protette avviato dalla legge 394/91 questi ritardi hanno procurato non pochi problemi. Principali cause di tali ritardi sono: la struttura del Ministero dell'Ambiente non adeguata ai nuovi compiti previsti dalla legge quadro; un impegno dei Governi e del Parlamento non all'altezza delle aspettative; la complessità delle procedure amministrative e l'estrema burocratizzazione; una scarsa comunicazione e collaborazione fra Stato, Regioni e enti locali.

Sotto accusa sono le modalità, le procedure, gli strumenti, che dovevano assicurare quella leale cooperazione istituzionale, condizione fondamentale per la realizzazione di un sistema di aree protette; cooperazione che doveva evitare di mettere su il gradino più elevato lo Stato (Valbonesi, 2000).

Gli organismi preposti al raccordo fra Stato e Regioni (il Comitato per le aree protette e la Consulta tecnica) hanno fallito nel loro compito, così, il rapporto Regioni—Stato è stato gestito alla vecchia maniera, in una estenuante e sempre frammentaria trattativa tra uffici ministeriali e Regioni e con gli stessi parchi, al di fuori di qualsiasi visione di insieme e trasparenza.

I decreti Bassanini, modificando di fatto la legge e non soltanto per quanto riguarda questi organi misti soppressi, hanno aperto nuove prospettive alla collaborazione tra Stato e Regioni.

Con affanno, molti dei ritardi sono stati recuperati e quasi tutti gli Enti Parco sono in grado di funzionare con presidenti, direttori, consigli direttivi, comunità del parco, piante organiche e la gran parte degli statuti; gli stanziamenti ordinari sono aumentati significativamente. La legge 394/91 è oggetto anche di un dibattito istituzionale che riguarda due aspetti essenziali: il rapporto fra Stato, Regioni ed autonomie locali e la programmazione e la gestione del territorio e delle attività economiche. L'obiettivo generale della normativa nazionale deve essere perseguito da tutto il sistema istituzionale con funzioni differenziate: dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province, dai Comuni e dalle Comunità montane. Lo Stato garantisce in primo luogo, l'attuazione degli accordi internazionali e delle direttive e delle politiche europee; in secondo luogo deve garantire la tutela e la valorizzazione, nel breve e nel lungo periodo, del patrimonio naturale e ambientale del Paese.

Questo patrimonio naturale e ambientale va conservato per obbligo internazionale e perché è una risorsa strategica per il paese.

Ma il tema più discusso, e che ha suscitato numerosi conflitti a livello locale, è il divieto di attività venatorie, stabilito dalla legge 394/91, nelle aree naturali protette. Attendibili studi scientifici dimostrano che la fauna selvatica, disturbata e ridotta di numero dal prelievo venatorio, tende a rifugiarsi nelle zone meno accessibili, non sempre le più idonee alla riproduzione, rischiando pesanti riduzioni delle popolazioni che sono difficilmente valutabili preventivamente.

In conclusione, nella legge 394/91 si è stabilizzato un difficile e delicato equilibrio che consente una estesa partecipazione delle comunità locali ed una leale collaborazione con le Regioni in forme compatibili col carattere dei parchi nazionali, ed in forme improntate ad una forte autonomia nella istituzione e gestione dei parchi e delle riserve regionali. Rompere questo delicato equilibrio rischia di ridurre l'impegno dello Stato in un settore decisivo di rilevanza internazionale e nazionale.

2.3 I PARCHI REGIONALI NELLA LEGGE QUADRO

La categoria dei parchi regionali nasce in Francia nel 1967 (Decreto I marzo 1967, n. 67/158) come strumento di competenza dello Stato, trasferita poi alle Regioni nel 1975, data in cui vengono introdotti gli strumenti di piano costituiti dalla Charte Costitutive con annesso Plan du parc(Scarabotti, 1997). Visto che la categoria dei parchi nazionali si adattava bene a territori poco abitati e di alto valore nazionale ed internazionale era chiara la necessità di adottare una nuova categoria di parco per territori accessibili, popolati ed interessati da attività economiche e produttive di vario tipo. Il sistema francese si distingue per avere integrato le finalità conservative, ricreative e di ricerca scientifica con obbiettivi di sviluppo socio—economico e per avere introdotto nei parchi visioni e procedimenti innovatori in uso solitamente nella pianificazione urbanistica. Nel corso degli anni i parchi regionali hanno trovato una definizione giuridica sempre più precisa grazie a sistemazioni legislative sempre più dettagliate (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p.161).

I parchi regionali italiani sono sorti sulla falsariga di quelli transalpini. Primo fra tutti è il parco lombardo della valle del Ticino, istituito il 9/1/1974, grazie ad un progetto di legge di iniziativa popolare presentato nel 1972. La storia della sua istituzione si intreccia con quella del trasferimento delle competenze in materia alle Regioni. La facoltà di istituire parchi regionali viene disposta con il Dpr.15/1/1972 n.11, laddove si attribuiscono alle Regioni poteri di protezione della natura "non contrastanti con quelli dello Stato". Il decreto suscitò però molte polemiche che furono sedate con il successivo Dpr.616/77. A conclusione di questa evoluzione normativa, il primo piano territoriale di coordinamento del primo parco regionale italiano viene approvato con la Lr.22/3/1980, n.33 (Scarabotti, 1997).

Durante la lunghissima gestazione pluridecennale della legge quadro nazionale sui parchi, la 394/91, grazie ad un intenso lavoro politico sfociato in una miriade di susseguenti disegni di legge, anche altre Regioni, seguendo l'esempio della Lombardia, sviluppano una propria politica per le aree protette attraverso nuove leggi, piani e parchi. Le Regioni si sono così dimostrate, nel ventennio precedente la legge 394/91, molto attive, giungendo a costituirsi come modello per l'elaborazione della legge quadro nazionale (Scarabotti, 1997, pp.11-20).

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, le aree protette individuate dalla legge 394/91 art. 2 sono classificate in:

  1. parchi nazionali;
  2. parchi naturali regionali;
  3. riserve naturali statali e regionali.

Finalmente la legge prescrive il piano per il parco e stabilisce che i parchi naturali regionali siano costituiti da "aree terrestri, fluviali, lacuali ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico ed ambientale" che formano "nell'ambito di una o più regioni limitrofe, un sistema omogeneo individuato dagli assetti naturali dei luoghi, dai valori paesaggistici ed artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali" (legge 394/91, art.2, comma 2). Analizzando l'art.2 si può individuare la discriminante atta a distinguere il parco regionale da quello nazionale. Essa risiede nel fatto che l'area del parco nazionale ha un valore intrinseco oltre che in relazione all'uomo, valore sottolineato nel testo di legge dal concetto di ecosistema e dal valore scientifico e naturalistico, mentre l'area del parco regionale ha soprattutto un valore relazionale sottolineato dal valore ambientale, in relazione alla fruizione antropica (Ceruti, 1993; cit. in Scarabotti, 1997, p.12). Sotto il punto di vista della pianificazione i parchi regionali, anche grazie alla ormai trentennale esperienza di pianificazione, sono quelli che ricoprono il maggiore interesse, sia per le sperimentazioni scientifiche ed i progetti di orientamento ecologico—ambientale, sia per le indicazioni che tali lavori possono fornire ad altri livelli di piano caricati di istanze ambientali, quali i piani di coordinamento provinciali e i piani regolatori comunali.

In riferimento alla legge 394/91 la Regione esercita, attraverso i suoi servizi, importanti funzioni. Giova in questa sede elencarle particolarmente.

  1. Legislative ed istituzionali: promulga le leggi di settore e di istituzione dei nuovi parchi e provvedimenti di istituzione delle riserve naturali; di pianificazione: elabora il piano regionale dei parchi, approva i piani territoriali dei parchi ed i programmi di gestione delle riserve naturali;
  2. di programmazione: elabora i programmi di investimento assegnando, sulla base delle risorse comunitarie, nazionali e statali, i finanziamenti agli enti di attività, controllandone i risultati e approvando i piani di sviluppo del territorio;
  3. di indirizzo: definisce linee guida per lo svolgimento di attività di pianificazione, programmazione e gestione tecnica e amministrativa delle Aree protette;
  4. di coordinamento: coordina gli aspetti legali, finanziari, operativi, informativi, realizzando banche dati, progetti, ricerche, attività a vantaggio di tutte le aree protette regionali.

Nel piano regionale dei parchi, che é parte del piano territoriale paesistico regionale, sono individuati i parchi istituiti e quelli in programma, le riserve istituite e le zone di maggiore interesse naturalistico e paesaggistico—ambientale dove creare nuove riserve. Il sistema di aree protette comprende territori rappresentativi della diversità biologica ed ecologica della regione e al suo interno si trovano la maggior parte degli ambienti rari e minacciati, con molte stazioni di entità floristiche o faunistiche rare a livello regionale.

Gli Enti di Gestione, con l'apporto degli enti locali che ne fanno parte e la Regione, lavorano quindi a edificare e consolidare un sistema di territori protetti in cui la diversità biologica e delle culture, che costituiscono il patrimonio non solo delle regioni ma del Paese e del pianeta, vengono conservate e tramandate alle generazioni future (Osti, 1992) .

Si è sottolineato che i parchi hanno finalità essenzialmente conservative e ricreative. Volendo scendere nel dettaglio possiamo abbozzare un elenco delle finalità più completo, non essendo la finalità conservativa da sola sufficiente a descrivere i compiti di un parco regionale. La conservazione deve essere quindi integrata da altre finalità costruttive i cui risultati possano essere utilizzati da tutti e in tutti i territori, affinché la protezione della natura, propagandosi dalle aree protette come principio guida per un equilibrata politica delle risorse, giunga a dirigere nel giusto modo le attività umane sino al centro degli ambienti maggiormente antropizzati (Giacomini e Romani, 1986). Queste ulteriori finalità sono:

  1. opera di prevenzione attraverso una valutazione anticipata degli effetti sull'ambiente degli interventi antropici;
  2. funzione storico—culturale riferita sia ai beni culturali di carattere eccezionale (chiese, castelli, monumenti, ville, ecc.), sia a quelli della cultura materiale legata al sistema produttivo agricolo o industriale;
  3. promozione dello sviluppo socio—economico, soprattutto nelle zone marginali e depresse, sia attraverso la riqualificazione delle attività economiche locali tradizionali, sia approfittando delle occasioni fornite dalla presenza del parco attraverso lo sviluppo di attività economiche legate alla fruizione dell'area;
  4. sviluppo della fruizione ricreativa predominante nei parchi regionali rispetto a quelli nazionali predisponendo idonee aree attrezzate;
  5. incentivazione della ricerca scientifica la funzione didattico—educativa e della formazione professionale per dare sempre più professionalità alle attività di chi lavora o di chi lavorerà nel settore ambientale;
  6. infine, la necessità di trasformare il parco luogo di sperimentazione, intendendo l'attività pianificatoria e progettuale come un atto perennemente sperimentale.

Se queste sono le funzioni dettate dalla legge quadro per i parchi regionali, non vanno dimenticate però le aspre lotte e gli innumerevoli conflitti che da sempre rappresentano i principali ostacoli alla realizzazione dei parchi stessi. Il partito degli oppositori è composto dalle comunità locali operanti specialmente nel settore agricolo che vedono nel parco un forte ostacolo all'attività economica anziché uno strumento di protezione ambientale. Le ragioni di questo problema vanno sicuramente ricercate nell'assenza del fenomeno ambientalismo che rimane ancora essenzialmente un fenomeno urbano. Gli altri nodi problematici sono le attività estrattive, le normali attività antropiche urbane e produttive che vanno a cozzare apertamente con gli obbiettivi del parco (ad esempio i grandi impianti tecnologici), per finire con il turismo di massa che "divora" l'ambiente grazie anche ad una carente e cattiva educazione civica ed ambientale. Occorre quindi tenere conto delle capacità di portata degli ecosistemi (carrying capacity), per evitare l'innescarsi di meccanismi irreversibili di degrado che possono condurre ad un punto di non ritorno dal quale diventa impossibile ristabilire l'equilibrio originario del singolo ecosistema (Beato, 1999).

Nonostante i risultati positivi prodotti dalla legge quadro, il problema principale dei parchi regionali, trasversale ai problemi elencati sopra, è quello del consenso, fondamentale in quanto necessario per legittimare l'esistenza e spesso la sopravvivenza dei parchi stessi.

Si può concludere osservando che il parco dovrebbe costituirsi come il luogo della risoluzione dei conflitti e della costruzione di nuove tipologie di rapporti tra le varie forze che operano all'interno dello stesso (Viola, 1988).

2.4 I PARCHI REGIONALI IN ITALIA: LA PROBLEMATICA SOCIALE E POLITICA

Nel dicembre 1991, con l'emanazione della legge quadro sulle aree protette, si concludeva un cammino arduo e di non breve durata, contrassegnato da arresti e rinvii, da polemiche accese e dall'indifferenza di molti. L'approvazione quasi all'unanimità delle forze politiche generò grande sorpresa anche perché dietro quel consenso vi erano obbiettivi e posizioni non del tutto identici. I conflitti sono stati quasi sempre generati da ritardi, errori, incomprensioni ministeriali, ma anche dall'atteggiamento attendista di molte Regioni ed enti locali che di fronte alle richieste legittime, sociali e strumentali, hanno dimostrato in troppe occasioni poco coraggio e capacità di governo. La nuova legge ha rimesso in moto, dopo quasi mezzo secolo di scandalosa inerzia, lo Stato, assegnando allo stesso un ruolo per controllare i poteri delle Regioni, ruolo mai esercitato positivamente. Alle Regioni viene riconosciuto finalmente un ruolo rimasto finora vago, contestato e affidato esclusivamente alla loro buona volontà. La legge le riconosce finalmente autonome e gli conferisce il diritto di un aiuto decisionale e finanziario dello Stato.

Nonostante ciò, il sistema delle aree protette regionali rileva ancora un panorama articolato e complesso riguardo al quale la valutazione politico—sociale non appare del tutto soddisfacente.

Il problema centrale che viene solitamente sottolineato risiede nella mancanza della crescita delle azioni regionali di conservazione dell'ambiente attraverso lo strumento parco (Osti, 1992).

Anche per la politica delle aree protette, così come, purtroppo, per altre politiche, il Paese continua ad essere spezzato a metà. Molte Regioni del meridione, anche se si sono adeguate alla Legge 394/91, non hanno ancora istituito nessun parco e non sembra prevedibile che ciò possa avvenire entro breve termine. Anche nelle Regioni dove da anni sono istituiti parchi e riserve regionali sono presenti, salvo rare eccezioni come nel caso dell'Emilia—Romagna, della Toscana, del Lazio, dell'Abruzzo e delle Marche, forti difficoltà finanziarie e normative che impediscono alle aree protette di operare con tranquillità e sicurezza (Moschini, 1998).

Al disinteresse, o alla deresponsabilizzazione, di alcune Regioni nei confronti dei propri parchi si affianca purtroppo, in altri casi, una vera e propria volontà di smantellamento e di delegittimazione del ruolo delle aree protette come soggetti preposti alla regolazione ed alla programmazione nell'uso delle risorse territoriali ed all'ecosviluppo (Osti, 1992). Anche i processi di decentramento delle funzioni amministrative, conseguenti ai così detti Decreti Bassanini, avviati da alcune Regioni relativamente ai parchi regionali sollevano dubbi e preoccupazioni perché sembrano improntati innanzitutto allo scarico di responsabilità verso le Provincie anziché derivare da un disegno complessivo di riorganizzazione e di rilancio del sistema partendo dalla riconferma della funzione delle aree protette nel quadro delle politiche territoriali della Regione.

Il rilancio delle politiche per i parchi regionali risulta ormai necessario per rendere attivo e realmente funzionante il sistema nazionale di aree naturali protette, politiche che competono innanzitutto alle Regioni ma che debbono essere richieste e sollecitate con forza dagli organi dello Stato (Melandri, 1987). Le norme regionali vigenti in materia di parchi e di riserve naturali e la legge quadro nazionale necessitano, secondo organi del settore, di adeguamenti e modifiche malgrado il raggiungimento di obiettivi di innegabile valore. Tale rivisitazione, in particolare, dovrebbe essere finalizzata ad armonizzazione la normativa regionale con le disposizioni contenute nella legge quadro nazionale (L.394/91 e successive modifiche ed integrazioni) al fine di consentire una maggiore efficienza e fluidità della gestione sia nelle organizzazione tecnica che in quella amministrativa.

Molte Regioni hanno già avviato il processo di adeguamento alla legge quadro mentre altre si trovano ancora in un limbo da cui risulta difficile uscire. Alcune (come la Campania, l'Umbria, le Marche) hanno preso l'occasione al balzo per dotarsi di uno strumento legislativo mentre altre (come la Lombardia, la Sicilia o il Trentino), a causa del loro sistema normativo molto articolato e sviluppato, devono procedere ad elaborare complessi adeguamenti per far viaggiare all'unisono il loro sistema consolidato con quello proposto dalla legge quadro (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p. 25). Due direzioni quindi; da un lato procedure di adeguamento semplicistiche alla nuova legge dall'altro procedure di mantenimento—arricchimento del precedente sistema legislativo. Per quanto riguarda l'Ente di Gestione ognuno ha provveduto secondo le proprie esigenze adeguandosi o meno alle disposizioni nazionali; libertà comunque concessa dalla stessa 394 che rimanda alla stessa 142/90.

Rilevante è il dibattito sulle questioni finanziarie, legate alla progressiva riduzione degli stanziamenti. I pochi trasferimenti agli enti mortificano il loro ruolo istituzionale, vanificando i loro sforzi progettuali ed organizzativi e ritardando i processi di sviluppo eco—compatibile tanto attesi dalle comunità locali per una riqualificazione dei processi produttivi all'interno del territorio.

Oltre una rivisitazione della struttura del bilancio regionale è necessaria la garanzia da parte degli organi preposti di sicuri e idonei finanziamenti, necessari in un settore fondamentale per lo sviluppo economico e la crescita della nostre Regioni e per la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali.

2.5 I PARCHI REGIONALI E LO SVILUPPO SOSTENIBILE

L'Italia è il Paese più ricco di biodiversità in Europa detenendo più di un terzo del patrimonio faunistico. In cifre si contano 638 specie di vertebrati fra i quali 97 specie di mammiferi, 406 di uccelli, 48 rettili, 30 anfibi, 57 pesci ossei e ciclostomi. Con 5.599 specie floristiche e una notevole diversità di ambienti e paesaggi il territorio italiano, che è il più ricco di beni culturali nel mondo custodendo tradizioni culturali e attività locali ancora vitali, rappresenta un laboratorio socio—ambientale di proporzioni enormi (AA.VV., 1995, pp. 269-271).

Le aree naturali protette sono in questa prospettiva una straordinaria occasione per il riconoscimento e la promozione a livello nazionale ed internazionale di territori e di identità locali. Un valore aggiunto quindi che il nostro Paese ha rispetto ad altri, rappresentato da un intenso intreccio di natura e cultura.

Per questo un progetto di conservazione della natura in Italia è insieme un progetto di tutela, valorizzazione e di promozione di questo tessuto di relazioni.

Questa strategia di conservazione si lega così indissolubilmente alle politiche di sviluppo territoriale e rurale facendo dei parchi una grande occasione per una politica di sviluppo sostenibile attraverso la quale realizzare in forme inedite ed avanzate l'obiettivo storico del riequilibrio territoriale.

Il concetto di sviluppo sostenibile fu presentato nel 1987 nel rapporto della commissione Brundtland, istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1983 e costruita da sei membri dei Paesi occidentali, tre dell'Europa orientale e dodici dei paesi del Sud. Secondo il Rapporto Brundtland, lo sviluppo sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri. È un processo di sviluppo economico basato su risorse rinnovabili che rispetta i processi ecologici di base, la diversità ecologica ed i sistemi naturali di sostentamento della vita umana, animale e vegetale (Vaillancourt, 1995; cit. in Mehta e Quellet, pp. 219-230).

Il dibattito, acceso fino ai giorni nostri, sta passando da una fase di elaborazione teorica ad una fase di applicazione sia a livello locale, regionale, internazionale ed in differenti parti della società e dell'ambiente.

Ed è proprio in questa visione che le aree protette si trasformano in un immenso laboratorio dello sviluppo sostenibile, dimostrando che quest'ultimo non è solo un concetto che deve essere affinato, ma anche un processo a cui si sta lentamente ma sicuramente dando applicazione a tutti i livelli. Elementi significativi dello sviluppo sostenibile sono, infatti, proteggere l'ambiente e nello stesso tempo incoraggiare lo sviluppo economico e arricchire le culture tradizionali locali.

"Lo sviluppo sostenibile cerca di mantenere l'integrità e la diversità ecologica, di rispondere ai bisogni umani di base, di tenere opzioni aperte per le generazioni future al fine di ridurre l'ingiustizia e aumentare l'autodeterminazione dei popoli" (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p.124).

La pianificazione dei parchi deve avvenire necessariamente dentro l'ottica dello sviluppo sostenibile e passare attraverso la cultura locale considerando oltre la salvaguardia delle risorse naturali anche le risorse culturali locali.

Sviluppo sostenibile: criteri e concetti.

Fonte: Woodley,1993, cit. in Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p.124.

Fondamentale è il problema dei limiti temporali entro i quali attuare un programma ambientale sostenibile, abbandonando il concetto di sfruttamento intensivo dei suoli, a favore dell'utilizzo di alcune procedure previste dalla vigente normativa, ma dai tempi lunghi, come quello del confronto con il pubblico. Il concetto di vincolo parallelamente subisce una trasformazione di tipo culturale: apporre un limite può non necessariamente significare abbattere il valore economico del territorio, ma solamente spostarne la stima di mercato. Gli effetti sul piano economico sono innanzitutto visibili nel settore turistico, in cui si passa da un consumo del prodotto intensivo ad una fruizione consapevole e non distruttiva (Beato, 1999). Si è anche abbandonato il tradizionale concetto di bisogno e, dunque, di pianificazione funzionale dello stesso, a favore di uno più vicino ed integrato con quelli di esistenza e speranza di vita del ben naturale. Le aree protette regionali diventando sistema, danno così vita ad una rete ecologica nazionale e cioè ad un mosaico composto dalle tessere di una molteplicità di sistemi locali fondate su un unico obiettivo: lo sviluppo sostenibile (AA.VV., 2000). Per la realizzazione del Sistema delle aree protette e della Rete ecologica nazionale è però necessario che le aree protette stiano in "rete" fra di loro, si scambiano esperienze, informazioni e progetti, per adempire nel modo migliore alla loro missione di salvaguardia e sviluppare la propria autonomia. Un'autonomia che aprendosi al contesto territoriale ed istituzionale con il quale è necessario relazionarsi e connettersi giochi finalmente un ruolo positivo (Valbonesi, 2000).

Il parco quindi visto come un nuovo, autonomo soggetto istituzionale di governo locale di un territorio di rilevanza regionale, nazionale ed internazionale.

Concludendo l'area protetta deve essere percepita dalle istituzioni e dalle comunità locali come l'occasione storica per il riconoscimento e la promozione a livello nazionale ed internazionale delle proprie identità culturali e naturali, quale strumento per lo sviluppo di un sistema di servizi territoriali non assistenziale, in grado di fornire, sia ai residenti che ai visitatori, l'opportunità di soddisfare i propri bisogni senza compromettere l'equilibrio della natura e le proprie radici storiche.

Un'area protetta, anche se nazionale, è sempre un progetto di conservazione e di sviluppo locale, un pensare globalmente e un agire localmente.

Bibliografia del capitolo 2

AA.VV., 1995, Italia, lemma in Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Quarta edizione, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, vol. XI, pp. 269-271.

AA.VV., 2000, Aree naturali protette, Legambiente, documento ciclostilato.

Beato F., 1999, Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali, Napoli, Liguori.

Ceruti G., 1993, Aree naturali protette. Commentario alla legge 394/91. Documenti, Milano, Editoriali Domus.

Dente B., 1990, Le politiche pubbliche in Italia, Bologna, Il Mulino.

Giacomini V., Romani V., 1986, Uomini e parchi, Milano, Angeli.

Lewanski R., 1990, La politica ambientale, in Dente B. (a cura di), Le politiche pubbliche in Italia, Bologna, Il Mulino, pp. 281-314.

Lewanski R., 1997, Governare l'ambiente, Bologna, Il Mulino.

Migliorini F., Moriani G., Vallerini L., 1999, Parchi naturali: guida alla pianificazione e alla gestione, Padova, Franco Muzzio.

Moschini R., 1992, La legge quadro sui parchi: i nuovi compiti dello Stato, delle Regioni, e degli Enti locali: commento alla legge 6 dicembre 1991 n.394, Rimini, Maggiolini.

Moschini R., 1998, I parchi oggi. Il ruolo, le finalità, i problemi di una politica nazionale delle aree protette. Effetti ed implicazioni delle riforme istituzionali. Il rapporto Stato/Regioni/Enti Locali nella gestione di una politica di protezione, Forlì, Comunicazione.

Osti G., 1992, La natura in vetrina. Le basi sociali del consenso per i parchi naturali, Milano, Angeli.

Scarabotti B. M., 1997, "Significato e ruolo della pianificazione dei parchi regionali", in Territorio, 6/1997, rivista quadrimestrale del Dipartimento di scienze del territorio, Milano, Franco Angeli, pp. 12-20.

Vaillancourt J.-G., 1995, Sustainable Development: A Sociologist's View of the Definition, Origins and Implications of the Concept, in Mehta M. D. e Quellet E. (eds.), Environmental Sociology. Theory and Practice, North York, Ontario, Captus Press, pp. 219-230.

Valbonesi E., 2000, Obbiettivi e proposte per la seconda conferenza nazionale: guardare oltre il 10%, costruire il sistema nazionale delle Aree Protette, relazione tenuta durante il Forum dei parchi del 18 ottobre 2000, Roma, Federazione italiana dei parchi e delle riserve naturali.

Viola F., 1988a, Premessa. Integrazione disciplinare in tema di pianificazione e gestione di parchi naturali, in Viola F. (a cura di), Pianificazione e gestione di parchi naturali, Milano, Angeli.

Viola F. (a cura di), 1988b, Pianificazione e gestione di parchi naturali, Milano, Angeli

CAPITOLO 3 Le aree protette del Lazio: il Parco regionale dell'Appia Antica.

3.1 LE AREE NATURALI DEL LAZIO: UN SISTEMA IN CONTINUA EVOLUZIONE

Il Lazio è una regione di oltre 17.200 Kmq., con paesaggi che vanno dal mare e dalle isole tirreniche alle vette appenniniche, ricca di ambienti naturali che la rendono una delle regioni con il numero maggiore di biodiversità nell'ambito della penisola (AA.VV., 1995). Una varietà di ambienti che è ben rappresentata nel Sistema Regionale delle Aree Naturali Protette del Lazio, dove, accanto a vasti parchi naturali, troviamo ambienti naturali ancora intatti racchiusi tra gli stessi centri urbani abbinati a comprensori archeologici di inestimabile valore storico—culturale.

Un Sistema attivo che al suo interno ha avviato processi di sviluppo basati sull'uso razionale delle risorse rinnovabili, sul mantenimento delle caratteristiche ambientali, sullo sviluppo di attività scientifiche, ricreative ed economiche compatibili con la tutela degli ambienti originari (http://www.parks.it).

In questa linea di indirizzo si sono sviluppate, nelle diverse aree del Sistema, attività che hanno visto protagonisti i residenti delle aree protette, in primo luogo le azioni dei i giovani che hanno compreso come la tutela dell'ambiente e delle caratteristiche naturali possa offrire a chi ha idee, fantasia e soprattutto voglia di impegnarsi, possibilità di lavoro nuove, basate su un uso consapevole delle risorse naturali e culturali che il territorio delle aree protette racchiude al suo interno. Sono state sviluppate, in moltissime aree del Sistema regionale delle aree naturali protette, attività di conservazione delle specie e degli ecosistemi, di recupero della fauna selvatica, di educazione ambientale, di turismo naturalistico e didattico, di agricoltura biologica, di recupero e di riciclaggio di rifiuti altrimenti destinati al consueto smaltimento in discarica o nei reflui civili con forti danni ambientali, di riuso di materiali e tecniche tradizionali per la produzione di beni di consumo.

Ma cerchiamo di stilare una lista delle aree protette laziali cercando di raggrupparle secondo la tipologia dettata dalla legislazione ambientale in vigore.

Le Aree Protette nel Lazio coprono 181.009,00 ha pari al 10,52% della superficie regionale (http://www.parks.it) e sono suddivise in:

  1. Parchi Nazionali:

    • Parco Nazionale d'Abruzzo • Parco Nazionale del Circeo • Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

  2. Parchi Regionali:

    • Parco Appennino—Monti Simbruini • Parco Monti Lucretili • Parco Monti Aurunci • Parco Castelli Romani • Parco Appia Antica • Parco Veio • Parco Valle del Treja • Parco Marturanum • Parco Monte Orlando • Parco Gianola e Monte di Scauri • Parco Antichissima Città di Sutri • Parco Inviolata • Roma Natura - sistema delle aree protette del Comune di Roma

    • Riserva Naturale della Marcigliana • Parco Urbano di Aguzzano • Riserva Naturale della Valle dell'Aniene • Riserva Naturale di Decima Malafede • Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa • Riserva Naturale della Valle dei Casali • Riserva Naturale della Tenuta dei Massimi • Riserva Naturale della Tenuta dell'Acquafredda • Parco Urbano del Pineto • Riserva Naturale di Monte Mario • Riserva Naturale dell'Insugherata.

  3. Riserve Naturali Regionali:

    • Riserva Naturale Tevere Farfa • Riserva Naturale Lago di Vico • Riserva Naturale Lago di Posta Fibreno • Riserva Naturale Macchiatonda • Riserva Naturale Monte Rufeno • Riserva Naturale Laghi Lungo e Ripasottile • Riserva Naturale Tor Caldara • Riserva Naturale Monte Navegna e Monte.Cervia • Riserva Naturale Monterano • Riserva Naturale Montagne della Duchessa • Riserva Naturale Selva del Lamone • Riserva Naturale Antichissime Città di Fregellae e Fabriateria Nova e Lago di San Giovanni Incarico • Riserva Naturale Lago di Canterno • Riserva Naturale Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco • Riserva Naturale Monte Catillo • Riserva Naturale Monte Soratte • Riserva Naturale Nomentum • Riserva Naturale Tuscania.

  4. Monumenti Naturali:

    • Monumento Naturale Campo Soriano • Monumento Naturale Caldara di Manziana • Monumento Naturale Valle di Cannuccete • Monumento Naturale Pantane e Lagusiello • Monumento Naturale Palude di Torre Flavia.

  5. Riserve Naturali Statali:

    • Foresta Demaniale del Circeo • Lestra della Coscia • Litorale Romano • Pantani dell'lnferno • Piscina della Gattuccia • Piscina delle Bagnature • Rovine di Circe • Saline di Tarquinia.

  6. Zone Umide:

    • Lago dei Monaci e territori limitrofi • Lago di Caprolace • Lago di Fogliano e territori limitrofi • Lago di Sabaudia e territori limitrofi.



Figura 1. Cartina delle aree protette del Lazio.

Di certo è un sistema complicato viste le diversità dei territori e delle realtà da gestire, ma è un compito che la Regione, insieme alle organizzazioni scese in campo, sta portando avanti con lenti ma buoni risultati.

Dopo vent'anni di esistenza stentata le aree protette del Lazio sembrano avviate davvero al decollo. Le risorse finanziare sono state triplicate, anche se questo non basta, ma certo è un passo rilevante. I fondi sono passati da 12 miliardi a 36. Oltretutto, per la prima volta nel nostro Paese, è stata varata un'Agenzia tecnica regionale di supporto. I frequentatori delle aree naturali laziali sono abituati a fare a meno della cartina, di sentieri ben segnati, di centri visita per informazioni. Un terzo dei fondi servirà a pagare quel personale e i guardiaparco necessari da tempo per un miglior funzionamento degli enti gestori e per una migliore offerta di servizi.

3.2 LA POLITICA PUBBLICA DELLE AREE PROTETTE NEL LAZIO

Il D.P.R. 616/77 ha segnato una tappa fondamentale nel processo di crescita delle aree protette in Italia.

Con il trasferimento delle competenze in materia di aree protette dallo Stato alle Regioni e con la conseguente istituzione da parte delle stesse dei Parchi Naturali, si interrompono decenni di assoluto silenzio e di inattività. I parchi naturali regionali, oltre ad aumentare sensibilmente la complessiva superficie di territorio nazionale protetto, hanno dato l'avvio ad una stagione di dibattito e di innovazione concettuale sui temi della forma e della gestione delle aree protette. In particolare le aree protette regionali, sulla base delle analoghe esperienze condotte in altri Paesi europei, hanno saputo adattare il primitivo modello di parco nordamericano alla complessa realtà dell'antropizzato mondo italiano. La novità apportata da questi parchi è stata quella di aver cercato di coniugare la conservazione delle risorse naturali con l'uso sociale delle stesse e con la ricerca dello sviluppo compatibile per le popolazioni insediate. I parchi si sono così proposti come terreno di sperimentazione ecologica permanente, dove, con un nuovo approccio culturale ed economico, si riesca a definire un modello di gestione territoriale da estendere al resto del Paese (Migliorini, Moriani e Vallerini, 1999). Le aree protette regionali coprono oggi una superficie di più di un milione di ettari. Sulla scena di questo processo si stanno ora affacciando (a seguito dell'approvazione della legge quadro nazionale e della legge 142/90 sul decentramento delle competenze) anche le Province con la creazione di proprie aree protette.

Ma la regione Lazio come si è mossa in questi anni per sviluppare il suo Sistema di aree protette? Guardiamo insieme i numeri. Una riserva naturale e 700 ettari protetti, nel 1979. Oltre 50 aree protette e 160.000 ettari, uno dei sistemi più completi a livello nazionale, nel 1999 (http://www.parks.it).

È questo un quadro che fa ben sperare per un futuro in cui i parchi regionali, insieme a quelli nazionali della regione, possano configurarsi come una "rete" con una visione comune, con un unico linguaggio e con obbiettivi unitari. Con la regionalizzazione, avvenuta alla metà degli anni Settanta, in Italia ha preso avvio una produzione legislativa regionale che ha anticipato nettamente la legislazione nazionale. Così la legge regionale n.46 del 28 novembre 1977 dà l'avvio anche per la Regione Lazio alla programmazione della nascita di un Sistema di parchi e di riserve naturali. La legge definisce, oltre le finalità, gli obbiettivi ed i soggetti, la tipologia delle aree e i relativi organi di gestione, insieme alle norme per l'adeguamento degli strumenti urbanistici e le modalità dei finanziamenti.

Altra tappa fondamentale è la delibera nel 1986, da parte della Giunta Regionale, di un "Programma di lavoro per la redazione del piano regionale dei parchi e delle riserve naturali" (Prezioso, 1994, in Jannuzzi, pp. 66-67). Il piano, operativo dal 1993, suddivide le aree soggette a tutela e sviluppo orientato alla salvaguardia in 5 tipologie:

  1. parco naturale. Area di notevole estensione con elevate caratteristiche di naturalità. Ha come obbiettivo la conservazione di ambienti e paesaggi nella loro integrità con differenti gradi di utilizzazione e differenti zonizzazioni del territorio interessato;
  2. parco suburbano. Area di media estensione in prossimità di aree urbane con valori ambientali notevoli ma soggetti ad utilizzazioni antropiche. Obbiettivo è la fruizione turistico—ricreativo e didattica di una risorsa tutelata.
  3. Parco urbano. Di estensione limitata e a diretto contatto con l'area urbana con riconosciute caratteristiche ambientali. Ha finalità didattico—ricreative oltre la conservazione ambientale;
  4. Riserva naturale. Di estensione medio—piccola ha un elevato grado di conservazione delle risorse ambientali specifiche e non molto numerose. Può essere classificata come integrale, orientata, parziale, genetica, geologica, ecc. Ha come obbiettivo la conservazione e la fruizione didattico—scientifica e ricreativa;
  5. Monumento naturale. Di limitata estensione (cioè, singoli esemplari di alberi, rocce di conformazione e caratteristiche peculiari, complessi paesaggistici unitari) risentono dei vincoli della legge 1479/39. Ha come obbiettivo la conservazione attraverso una tutela di tipo passivo e