Da Monteverde ad Auschwitz

 

E’ sempre molto difficile per me ricordare quel periodo, quel giorno,quel 15 novembre 1938 quando fui costretto ad abbandonare la scuola che frequentavo a Roma nel quartiere Monteverde a due passi da casa.

Mi tornano in mente le parole di Piero Caleffi : “Attenti, attenti. Vi è un piano inclinato in fondo al qua­le è la strage, è il campo di sterminio. L’odio come strumento di potere, questo è il piano inclinato”.

Io e la mia famiglia proprio quel giorno, quel 15 novembre, con l’entrata in vigore del primo provve­dimento antiebraico, la “legge sulla difesa della razza nella scuola fascista”, siamo stati posti sul quel piano inclinato e siamo stati fatti scivolare in quell’orrendo baratro che si chiama Auschwitz dal quale soltanto io, con tanta sofferenza e tanta fatica, sono potuto risalire.

Ancora piango sotto il peso di quei ricordi ; è una ferita sempre aperta che non si potrà rimarginare.

Ero un ragazzo felice, l’ultimo di una famiglia di otto persone, protetto dall’affetto di tutti. Tre giorni prima avevo compiuto 10 anni. 1115 novembre come tutti gli altri giorni entrai in classe e mi diressi verso il mio banco ed ebbi la sensazione che i miei compagni mi osservassero in modo insolito. L’in­segnante fece l’appello ma non chiamò il mio nome; soltanto alla fine mi disse che dovevo uscire e alla mia domanda: “Perché? Cosa ho fatto?” Mi rispose : “Perché sei ebreo”.

Mi sentii smarrito, provavo rabbia ed avevo la coscienza che stavo subendo• una terribile ingiustizia. Ero stato educato all’ amore per lo studio e mia madre non tralasciava occasione per ricordarmi che riuscire nello studio era il mezzo per riuscire nella vita e pensai subito alle sue parole. Andai con il pensiero al mio futuro e mi vedevo costretto a dover svolgere i lavori più umili per vivere.

E poi gli amici. Erano tutti lì in quella classe. Avrei potuto averli ancora come amici?

No, non fu possibile. Non è mai arrivata una telefonata di un genitore per avere notizie. Tutti spanti. Ci sarà pure stato qualcuno che non era fascista, eppure nessuno ha mai mostrato indignazione per quello che stava accadendo ma neppure solidarietà. Evidentemente era una cosa che non riguardava la gente,

ma riguardava gli altri e gli altri eravamo noi Ebrei.

Passai subito alla scuola ebraica che era stata organizzata in tutta fretta per accogliere quel gran numero di ragazzi cacciati dalle scuole di ogni ordine e grado (anche non governativa, recitava la legge). Non fu certo difficile formare un corpo insegnante molto valido per il fatto che tutti i docenti ebrei dalle elementari all’università avevano dovuto abbandonare anch’essi la scuole pubbliche e si erano improvvisamente trovati senza lavoro.  

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Il primo anno, in quinta elementare, fu un anno di transizione. Molti disagi anche per la mancanza di spazi adeguati. Nacquero però subito tra i correligionari, che in precedenza non avevo mai frequentato tranne i miei cugini, delle nuove amicizie e alcune delle mie amicizie di oggi sono ancora quelle nate allora. Poi l’anno successivo le medie, in quella che era certamente una scuola diversa, non solo per la capacità che gli insegnanti dimostravano nella disciplina che erano chiamati ad insegnare, ma anche per la loro qualità di educatori. Alcuni conoscevano le nostre famiglie e se lo ritenevano necessario ci seguivano anche al di fuori della scuola. Ho un ricordo molto bello dei miei insegnanti e in particolare del preside, il professor Cimino, un giovane professore non ebreo che era stato nominato dal Ministero. Entrava spesso nelle classi e ci incitava a studiare perché, diceva, voi e soltanto voi dovete e potete dimostrare che, malgrado quello che vogliono far credere non siete inferiori agli altri giovani della vostra età e queste parole erano per noi uno stimolo molto importante.

Ma quella scuola poté funzionare soltanto fino all’anno scolastico 1942/44. Poi con 1’ 8 settembre e l’occupazione tedesca il precipitare degli eventi: la fuga dalle nostre case braccati dai fascisti che poi ci consegnarono, me e i miei familiari insieme a migliaia di nostri correligionari, ai loro alleati tedeschi per essere portati a morire per gas nei lager dell’est e per essere dati alle fiamme nei forni crematori.

Ha scritto Primo Levi: “Il morbo di Auschwitz ha contaminato gli uomini e si è diffuso come una pestilenza, se non lo si fronteggia subito il contagio diventa inarrestabile”.

Ma il morbo di Auschwitz non è stato debellato. Spesso si ripresenta magari sotto forme diverse.

Di fronte a queste immani tragedie che cosa può fare, cosa deve fare ciascuno di noi? Deve gridare, deve battersi senza riguardi per nessuno perché quello che è accaduto non accada mai più.

Ognuno deve guardare nel proprio intimo, capire e far capire che gli uomini sono tutti uguali e tutti, indipendentemente dal credo religioso, dalle origini, dal colore della pelle, hanno diritto al rispetto, alla dignità. alla solidarietà e alla libertà.

Se ci impegniamo a diffondere questi valori, se considereremo ogni ingiustizia rivolta verso chiunque come se fosse rivolta contro noi stessi, il mondo futuro potrà essere migliore.

 

 

Piero Terracina                          

        Deportato ad Auschwitz  Matricola A5506