Una
maestra coraggiosa
Nel 1938, quando furono promulgate le leggi
razziali, mia sorella aveva 8 anni e doveva quindi frequentare la IV elementare.
Per lei fu perciò un trauma lasciare la scuola, maestra e compagne quando seppe
che nulla per lei sarebbe stato come prima. Il giorno in cui iniziarono
le lezioni nelle scuole pubbliche
ricordo, con dolore che vidi mia madre che piangeva, guardando i bambini
“ariani” che, fieri dei loro grembiulini bianchi col fiocco azzurro, si
dirigevano verso la solita scuola. Per noi tre, il futuro scolastico era più
che incerto.
Dopo qualche giorno, il Fascismo ricordò
che, nonostante tutto, anche i bambini ebrei erano italiani, e quindi dovevano
frequentare le scuole dell’obbligo. E così furono create 5 o 6 sedi speciali
disseminate in varie parti della città. A Roma, queste sezioni per bambini
ebrei, erano affidate a maestre fasciste, (a volte con la divisa da gerarca) ,
con orari pomeridiani e con ingressi
separati dagli altri bambini. Tutto ciò creò quindi grandi difficoltà nelle
nostre famiglie, specie per chi, come noi, aveva figli di età diverse. Subito
si creò una rete di solidarietà da parte dei pochi genitori che avevano
l’automobile, nonchè dei fratelli maggiori che si resero disponibili ad
accompagnare i più piccoli raccogliendo lungo la strada altri minuscoli
studenti.
Spesso, le mie sorelle più piccole, di 8 e
6 anni, andavano a scuola su una sola bicicletta, investite dai nostri genitori
di una completa responsabilità.
I primi tempi furono davvero molto duri,
perché l'ambientameto in luoghi nuovi, con insegnanti e compagni mai visti, fu
molto faticoso. L’allontanamento dal vecchio ambiente era avvenuto tra 1’
indifferenza e spesso tra l’ostilità dei genitori dei vecchi compagni. Ma due
episodi di solidarietà sono sempre stati ricordati nella nostra famiglia. Il
primo fu da parte di una compagna di mia sorella che frequentava ancora la
vecchia scuola pubblica, che ogni giorno veniva a casa nostra per portare i
compiti che la vecchia maestra voleva che le fossero recapitati. Il secondo
episodio, riguarda sempre la stessa maestra che telefonò per invitare mia madre
e mia sorella a casa sua per ritirare un diploma di merito relativo all’anno
precedente che il direttore didattico si era rifiutato di consegnare solennemente
in aula magna.
Questa visita e la consegna
dell’attestato, furono accompagnate da affettuose parole di solidarietà che,
benché quasi isolate, furono di grande conforto per tutti noi.
Quando terminò di frequentare le scuole
elementari, mia sorella iniziò ad andare alla scuola Media che la Comunità
Ebraica aveva rapidamente e brillantemente organizzato, pur se con immensi
sacrifici.
Quanto vi ho detto finora
riguarda le mie sorelle più piccole; la loro vita infantile, toccata da tale
ingiustizia, ha avuto un percorso diverso dal mio; infatti io, avendo ormai
finito le scuole elementari avevo appena fatto brillantemente l’esame di
ammissione al liceo “Giulio Cesare” e felice dell’esito attendevo la mia
nuova vita scolastica.
Tutto fu bruscamente
spazzato e distrutto ed anche per me, la maggiore (avevo appena 10 anni) iniziò
una vita drammatica.
Alle 8 si doveva arrivare
alla scuola organizzata da soli ebrei per soli ebrei, vicino al Colosseo in un
primo tempo ed in seguito a lungotevere Sanzio. Si prendeva il tram, la famosa
circolare rossa. Ci sì ritrovava in tanti sullo stesso mezzo e si arrivava
nella scuola lontana con le nostre cartelle piene di libri. Si parlava quasi
sempre della tremenda occupazione tedesca del ‘43 quando rimanemmo nascosti
per lunghi mesi; ma la promulgazione delle leggi razziali, “le leggi della
vergogna” del 1938, avevano già colpito ed inciso profondamente nella vita
di noi tutti, grandi e piccoli. Essere brutalmente gettati in un vortice
inatteso ci aveva lasciati attoniti, increduli e impreparati. Ci era stato
vietato di andare al mare, di possedere una radio, di avere un aiuto domestico
“ariano”, di lavorare nei ministeri, in tutti gli uffici pubblici, università,
nelle sfere militari a qualsiasi livello. Incredibile in una società civile?
Eppure così è stato.
Silvana Ayò
Cagli