Io vivo

 

Mi chiamo Mara Passigli.

Sono nata il 27 giugno 1933 a Roma.

Sono morta il 21 marzo 1982 a Roma.

Sono una bellissima donna, con il mio sorriso ho illuminato la vita di non poche persone, ma soprattutto quella di mio marito, delle mie figlie, delle mie sorelle e di mia madre.

Mio padre è morto ad Auschwitz, lui ha potuto goderselo poco il mio sorriso. “Sono cresciuta sospesa a mezza strada tra ebraismo e cattolicesimo, le feste si facevano tutte. Per me bambina erano certo più folcloristiche quelle ebraiche, con le grandi famiglie riunite al completo, i pranzi, lo zuccotto, le gaiatine di poi io e gli enormi lettoni sui quali noi bambini ci addormentavamo tutti insieme stremati dalle troppe emozioni.

Ma anche le feste cattoliche erano divertenti. Ci si riuniva con i vicini, si giocava a mercante in fiera, si stava insieme, adulti e bambini; i natali più squallidi sono stati quelli dei dopoguerra”.

Sono qui per parlare, anche se ora mi risulta difficile.

Avrei preferito parlare tempo fa, ma il pudore, la paura, la voglia di dimenticare, la frustrazione o semplicemente il fatto che nessuno mi avrebbe ascoltata, insomma, ho dovuto rimandare.

Certo tenere un dolore come quello che mi porto dentro da sempre, da quando sono nata, è stato un errore.

Adesso sono certa di questo.

Suggerisco a tutti di parlare, di tirare fuori i propri mostri e questo perché una volta fuori si possono combattere, dentro invece ci divorano, magari lentamente ma inesorabilmente.

E alla fine ci ritroviamo morti.

Così almeno è successo a me. Non mi azzardo a farne una regola universale, ma questa è la mia esperienza, ne ho fatto tesoro.

E così alle persone care, a mia figlia, ad esempio, suggerisco sempre di parlare. Io sono morta di tumore. Sono stata malata quattro anni, ho sofferto molto, ma il mio sorriso non mi ha abbandonato.

E sorridendo ho affrontato la malattia, l’agonia, la morte. Mi dispiace di aver lasciato la mia famiglia. E’ stata una separazione difficile.

Ho nostalgia, ed è per questo che ogni tanto faccio un giretto dalle parti delle mie figlie, di mio marito e delle persone care che ho amato e mi hanno amata.

Molte persone mi hanno amata.

La mia vita è stata ricca di amore e sofferenza. Cioè quello che si dice una vita vissuta pienamente. “Mentre scrivo queste cose mi scorrono davanti agli occhi alcuni immagini della mia nonna paterna che sorride nel sole in una casa di campagna (Pitigliano?) con accanto una bambinetta con i capelli corti e lisci accostati alle guance e un gran fioccane in testa (di chiffon) come usava allora”. Ho scritto un libro, quando ero malata, non vorrei sembrare presuntuosa, ma è bello.

Si chiama “La scelta”.

Mia figlia maggiore l’ha illustrato, riuscendo ad esprimere con altro mezzo, che non fosse la scrittura, le sue-mie emozioni.

Sono abituata quindi a parlare attraverso le mie figlie; è un operazione a volte complicata, certamente dolorosa ma piena di amore.

A loro ho lasciato - oltre alle case in cui vivono - un eredità di gran valore: l’amore per la vita, e la memoria.

Sono andata una notte a trovare mia figlia, stavolta la più piccola, e l’ho stuzzicata fino al punto di farle cercare alcuni miei scritti, che erano rimasti dimenticati sotto al letto di mio marito e che sapevo le sarebbero serviti un giorno.

In effetti, il tempo per utilizzarli è arrivato.

So che le mie figlie e mio marito hanno difficoltà a parlare di me. Hanno difficoltà a sedersi intorno ad un tavolo, guardarsi negli occhi e ricordarmi. E una sorta di pudore, ognuno si vive la propria sofferenza in solitudine. Sono morta.

Loro non hanno più parlato di me. Un altro buco nero.

Oltre a quello della persecuzione vissuta da bambina, i campi di concentramento dove sono morti i miei can, la fame, la solitudine.  

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“Il primo ricordo, oserei dire personale (non filtrato attraverso i racconti di mia madre) è quello del primo giorno di scuola... la maestra voleva a tutti i costi che scrivessimo “Viva Mussolini”. Così, semplicemente copiando, come se avessimo fatto un disegno. Ma a me non riusciva. Così mi misi a piangere e tra inchiostro e lacrime feci un tale pasticcio che non fu possibile rimediare in alcun modo. Una mattina (non so come mi trovassi nella camera da letto di mia madre...) sentii lei e mio padre parlottare preoccupati le facce erano serissime seppi che discutevano delle nuove leggi sulla razza e del fatto che mio padre, in quanto ebreo, sarebbe stato licenziato dal posto di lavoro. Non mi resi conto, per fortuna, che era soltanto l’inizio della lunga tragedia che ci ha accompagnato per tantissimi anni della nostra vita.

Però di lì a poco cominciammo a vederne le conseguenze. Con mio padre senza lavoro l’atmosfera in casa divenne pesantissima. Mio padre cercava di arrangiarsi (provò a vendere mercanzia varia ai suoi ex colleghi d’ufficio), cercò altri lavori, ma a Roma non gli fu possibile trovare niente.

Mia madre invece pensò che l’unica soluzione fosse quella di affittare almeno una camera della nostra casa. E così da allora si può dire che non abbiamo più vissuto sole.

Ricordo anche un’altra cosa. Un pomeriggio d’estate eravamo seduti nella camera da pranzo... c’era la radio accesa... a un certo punto la trasmissione s’interruppe e qualcuno parlò dicendo che eravamo in guerra. A casa mia non c’era alcuna atmosfera particolare. O forse nessuno reagì perché tutti se lo aspettavano, o nessuno capì il significato di quello che stava succedendo.

.Mio padre continuava a non trovare lavoro.., così un bel giorno lui e la mamma decisero che si sarebbe trasferito a Firenze,dove suo fratello e sua madre avevano un negozio di stoffe,vicino a Piazza del Duomo. Lì avrebbe potuto lavorare.., avrebbe avuto l’orgoglio di essere ancora utile alla famiglia e, forse, diceva mia mamma, sarebbe stato anche più sicuro; se le cose si fossero messe male, essendo un uomo solo, avrebbe potuto più facilmente scappare o nascondersi.

• .Di me come bambina succedeva che avevo cominciato ad avere paura. Queste tremende paure che mi perseguiteranno tutta la vita erano già cominciate allora.

.Io non penso di essere stata una bambina anormale. Penso piuttosto che fossi più ricettiva di altri ad alcuni segni sinistri ai quali attribuivo un significato più magico che razionale.., ma a pensarci bene, era proprio il fatto che molte cose orrende fossero accettate come normali a darmi la sensazione che tutto potesse accadere ed essere accettato.

•..E poi c’era questo vivere sospeso tra il quotidiano e un mondo di sussurri. Cose dette sottovoce. Riguardavano la guerra, Mussolini, Hitler, gli ebrei, le preoccupazioni per gli uomini, timori.

.E’ strano a dirsi, ma i giorni più sereni erano quando andavamo a Firenze a trovare mio padre e abitavamo con lui, la nonna e lo zio.

La nonna sapeva consolare e curare.

A Firenze, fino agli ultimi tempi, e mi riferisco al 1943, non ci furono, per i miei, problemi di sorta.

Occorreva stare attenti ad alcune formalità (ad esempio intestare la licenza ad un commesso ariano), ma per il resto le relazioni sociali scorrevano normalmente e non si aveva affatto l’impressione che esistesse un problema razziale ed una persecuzione. A Roma invece si vedevano più fascisti in giro, c’erano gli agenti dell’OVRA, insomma c’era più tensione.

I miei si sentivano sicuri, non hanno saputo tutelarsi. Proprio negli ultimi giorni della guerra (i primi mesi del ‘44) forse per una spiata, forse per una loro imprudenza, la Gestapo li prese. Sono partiti per Auschwitz con l’ultimo convoglio partito dall’Italia. Da lì non sono più tornati.

Questo è uno dei tanti capitoli per me dolorosi e drammatici; non perché non sia stato rivissuto, raccontato esplorato. Ma la mia anima di bambina è rimasta senza consolazione per le lacrime che allora non ci furono (quanti orrori siamo stati costretti a vedere con gli occhi asciutti, sbarrati). Non si può piangere da vecchi per un orrore vissuto da bambini.

Le consolazioni o giungono al tempo giusto o non servono più... i pianti non pianti al tempo giusto e le disperazioni mute resteranno secchi, sterili, un groviglio di rovi la cui rivisitazione è spesso difficile addirittura impossibile”.

Mi chiamo Barbara Cerminara, sono nata il 24 febbraio 1965 a Imola. Faccio la restauratrice.

L’amore per l’arte unito all’amore per la conoscenza di noi stessi mi hanno portato qui, dove sono ora. Nel mio cammino ho incontrato persone generose che mi hanno aiutata.

Fra queste David Gerbi e Georges de Canino, che mi hanno dato la possibilità unica di parlare. Sono figlia di Mara Passigli e di Gabriele Cerminara.

Ho una sorella, si chiama Maria Cristina, ma tutti la chiamano Bimbi. Mi sono permessa di dar voce a mia madre.

Le cose scritte fra virgolette provengono dalle pagine recuperate sotto il letto di mio padre. Sono state scritte da mia madre quando era malata.

Come mia madre vivo a metà strada, non tra cattolicesimo ed ebraismo, perché non mi sento affatto cattolica, ma tra anarchia e regola.

Mi sento ebrea, ma il mio percorso nell’ebraismo, il percorso verso la mia identità profonda non è lineare.

Sto camminando, anche se non ho ben chiaro in che direzione.

Sento profondamente la commozione di mia madre quando descrive la sua partecipazione da bambina alle feste ebraiche. La sento perché mi appartiene e l’ho vissuta personalmente ogni volta che ho partecipato.

Mi porto dentro da sempre il dolore delle persecuzioni. Sono cresciuta con la stessa paura di mia madre. Ho avuto un infanzia felice, nonostante tutto.

Ricordo con estrema chiarezza le foto esposte all’Unione dove andavo da bambina a trovare mia zia, erano foto di persone morte, magre, scheletriche, adagiate su specie di pale, pronte per essere infilate nei forni.

Dell’olocausto a casa non si parlava.

Nonostante non l’abbia vissuto in prima persona e neanche attraverso i racconti, questo passato dolo­roso ha condizionato la mia vita.

E’ da pochi anni che però comincio a rendermi conto di quanto sia profondamente radicato in me questo dolore, di quanto il dolore di mia madre sia il mio e forse quello più in generale di tutti gli ebrei. E’ da poco tempo che sogno dell’olocausto, che sperimento, attraverso il sogno, la sofferenza vissuta dalla mia famiglia.

E’ da poco tempo che mi affaccio di notte, soffrendo anche fisicamente, ai campi di concentramento e alle torture.

Ho vissuto attraverso il sogno quel senso di impotenza che si prova nei confronti delle ingiustizie subite. Il disegno dei carnefici, che era quello di annientare le personalità, soffocare la scintilla vitale, trasformare la persona in automa, incapace di soffrire perchè annullata dall’orrore quotidiano. Sempre attraverso il sogno ho provato quel dolore sordo che non può essere urlato al momento perché nessuno lo ascolterà, e che, urlato in ritardo, non sarà mai abbastanza forte da essere ascoltato. Ho parlato nei sogno con persone torturate che mi hanno descritto con distacco la loro abitudine alla sofferenza, considerata “normale”, e la tortura dolorosa routine, alla quale sottoporsi con rassegnazione.

Mi sono confrontata con la rassegnazione dei torturati, ho visto i loro occhi spenti che non esprimeva­no né rabbia, né dolore, occhi assenti, di persone morte da tempo.

Ma, una volta fuori dal sogno, ho urlato la mia rabbia come ho potuto, contro chi ha violato la memoria dei miei cari con barzellette oscene o contro chi ha cercato di appropriarsi indebitamente della mia sofferenza.

Il silenzio non vuoi dire vuoto, il silenzio è carico di dolore, il silenzio è totale, enorme, infinito, il silenzio distrugge dentro, sconquassa gli organi.

Coloro che subiscono le torture in silenzio muoiono dentro, divorati dalla rabbia per l’ingiustizia subita. L’ingiustizia logora non solo chi la subisce ma tutta l’umanità, è una catena i cui anelli sommati, rendono il mondo insostenibile

Barbara Cerminara