L’infanzia violata

 

In Italia ebbe inizio la persecuzione degli ebrei e il 17-11-1938 furono promulgate le leggi fasciste che sancirono “la morte civile dei cittadini italiani di religione ebraica”. Cittadini che vivevano in Italia da oltre 2000 anni.

Ricordo ancora quella mattina, avevo poco più di sette anni; ne sono passati sessantadue: come fai a dimenticare certe cose.

Era iniziato l’anno scolastico 1938/39, io frequentavo la seconda elementare nel quartiere romano del­la Garbatella, dove vivevamo.

Andavo nella scuola che oggi si chiama “Cesare Battisti”, allora intitolata a Michele Bianchi il primo segretario del partito fascista, che nel 1922 aveva guidato con Mussolini la marcia su Roma. Come tutte le mattine, recandomi a scuola intravidi da lontano fermi all’ingresso un gruppo di bambini controllati dagli insegnanti in camicia nera.

Non feci in tempo ad avvicinarmi Che uno di loro mi schernì dicendo:

“Ecco un altro ebreo!”E mi unì al gruppo già formato.

Trascorse ancora del tempo. L’attesa sembrava non finire mai. Non capivamo che cosa stesse accadendo. Quando tutti i bambini “di razza ebraica” furono arrivati, ci fecero entrare per un ingresso secondario e ci misero tutti in una sola classe non facendo differenza di età.

Fu così che imparammo a conoscere il significato della parola PLURICLASSE. Perché dovevo essere separato dai miei compagni, con i quali avevo studiato e giocato fino al giorno prima. Soprattutto era difficile comprendere il motivo per cui i miei coetanei mi scansassero e non mi si chiamassero più per nome e cognome, come si usa a scuola, ma usando l’appellativo che sarebbe risuonato troppo spesso alle mie orecchie in quegli anni tristi: EBREO.  

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Un bambino di sette anni questo non può capirlo. E capisce ancora meno se, alcuni giorni dopo, gli dicono che non può più frequentare la scuola statale perché, oltre ad essere ebreo, è anche figlio di un antifascista.

Cosa potevo conoscere della politica?

Che Mussolini fosse un dittatore e il fascismo fosse un regime che aveva tolto agli italiani ogni libertà non lo capivo certo; ma che i fascisti ci stavano facendo del male, questo era chiaro anche agli occhi di un bambino.

Certo, li vedevo come gli orchi, come i malvagi delle favole, ma purtroppo non erano personaggi della fantasia: questa era la realtà.

Nel giro di pochi giorni la mia vita familiare subì un cambiamento forzato a seguito dell’entrata in vigore delle leggi razziali: mio padre venne licenziato dalle Poste e perdemmo la casa a cui aveva diritto in quanto dipendente statale.

Ricordo ancora i militi delle poste, vestiti in grigioverde con la camicia nera, che senza una semplice parola di comprensione, ci cacciarono da quella che era stata la nostra casa.

Il fascismo e le sue leggi non avevano ancora inflitto alla nostra famiglia il colpo più duro, quello che avrebbe lasciato la ferita più profonda.

Mia sorella Virginia aveva appena quattordici anni, si trovava in cura nel convalescenziario di Fara Sabina per una malattia polmonare. Anche a lei venne negata la possibilità di essere curata perché ebrea.

La portammo con noi anche se sapevamo di non poterle fornire né le cure necessarie, né il minimo sostentamento. Mio padre, aiutato da amici e antifascisti, riusciva sotto falso nome, a lavorare saltuariamente alla SIETTE come tecnico radiotelegrafista.

Io, avevo otto anni, fui “assunto” come fattorino in un negozio all’ingrosso di proprietà di un cattolico. In realtà non si può dire che guadagnassi realmente il mio stipendio, ero troppo piccolo, e certamente la mia assunzione era un modo per aiutare la mia famiglia che si trovava nella più completa indigenza. Dopo tre mesi il mio datore di “lavoro”-venne convocato e minacciato nella sede del fascio romano di Palazzo Braschi, poiché non poteva avere come dipendente il figlio di un antifascista e per di più ebreo.

Vivevamo alla giornata, era difficile ormai trovare il più piccolo lavoro che ci desse la possibilità di curare mia sorella, le cui condizioni si andavano sempre più aggravando.

Aveva solo quindici anni quando perse la vita. Questo fu solo l’inizio.

I sette anni che seguirono quei triste giorno videro un bambino precocemente trasformarsi in adulto. Due motivazioni mi legano sentimentalmente ai ricordi di quei giorni: la lotta resistenziale sostenuta dalla mia famiglia contro il fascismo nei primi decenni del secolo, fino ad arrivare al periodo più oscuro e cruento durante la guerra e la lotta di liberazione.

Dopo che fui arrestato assieme a mia madre nel 1944, entrai a far parte del “Fronte della Gioventù” antifascista di Eugenio Curiel.

Ricordo ancora quel motto e quel giuramento che mi è stato sempre di guida nella vita:

I GIOVANI DEL FRONTE DELLA GIOVENTU’ VOGLIONO COMBATTERE PER L’INDIPE­DENZA NAZIONALE, VOGLIONO RICOSTRUIRE LIBERA LA PATRIA NEL COMBAThMEN­TO E NEL LAVORO.

PROCEDEREMO UNITI CON OGNI UNIONE ANTIFASCISTA E DEMOCRATICA.

Con la fine della guerra non potei esimermi come capitò a tutto il popolo ebraico di contare i famigliari che non erano tornati dai campi di sterminio nazisti.

In questo anno ricorre il 540 anniversario dalla fondazione della Repubblica e dalla promulgazione della Costituzione.

Abbiamo il dovere di celebrare e ricordare tutti coloro che sacrificarono le loro vite per conquistare la democrazia, un bene che non ci è dato in assoluto, ma è piuttosto una meta verso la quale si è sempre in cammino.

Ogni volta che il seme del razzismo, della xenofobia, della discriminazione, della intolleranza nei con­fronti di ogni diverso al quale si dovrebbe rispetto; ogni volta che l’avidità, la violenza la corruzione prendono piede e dilagano in un paese, viene minacciata alla radice la democrazia e la libertà. Ieri il razzismo fu Stato, oggi è di forze pericolose che si agitano nel mondo sobillando, terrorizzando, violentando e uccidendo esseri inermi, il cui diritto all’esistenza non può essere assolutamente violato. Nel duemila non dobbiamo permettere che violenze simili non vengano evidenziate e denunciate. Vi rinnoviamo il patto di solidarietà con tutti coloro che mostrano di aver bisogno del nostro aiuto; non dimentichiamo che solo lottando per questi valori facciamo il bene del nostro paese e costruiamo una società migliore.

Adolfo Perugia               

Presidente dell’Associazione       

Nazionale Miriam Novitch