I due presidenti, dopo aver cercato invano
di ridurre la richiesta di oro, si congedavano. Quindi si mettevano subito
al lavoro inerente a tale richiesta convenendo gli esponenti più
influenti della Comunità onde prendere una risoluzione in merito.
In questa riunione, scartata l'idea di rivolgersi
alla polizia italiana in quanto da qualche abboccamento avuto s'era appreso
che quell'autorità nulla poteva fare per indurre i tedeschi ad un
diverso comportamento, si stabiliva di aderire alla richiesta onde evitare
mali peggiori.
Portata a conoscenza della maggior parte
degli ebrei residenti a Roma richiesta tedesca, in breve volgere di tempo
perveniva da parte di costoro un'offerta di oggetti di oro i quali spesso,
specialmente quando trattavasi persone non abbienti, costituivano cari
ricordi di famiglia. Anche molti cattolici offrivano oggetti d'oro con
grande slancio di solidarietà. Alcuni non potevano versare dell'oro,
contribuivano con danaro. La Santa Sede, venuta a conoscenza del fatto,
faceva sapere spontaneamente in via ufficiosa che, qualora non fosse stato
possibile raccogliere entro il termine stabilito l'oro richiesto avrebbe
messo a disposizione la differenza che le sarebbe stata rimborsata quando
Comunità fosse stata in grado di farlo.
Poco prima della scadenza delle trentasei ore
venivano raccolti cinquanta chilogrammi di oro e 2.021.540lire.
Per ragioni di sicurezza durante il trasporto
dell'oro al comando della polizia tedesca,il Presidente della Comunità
Israelitica chiedeva alla polizia italiana una scorta la quale veniva concessa
nelle persone del brigadiere dei metropolitani Oreste Vincenti e della
guardia Vincenzo Piccolo. Inoltre, al fine di precostituirsi una prova
del versamento effettuato, il detto Presidente pregava il Commissario di
P.S.dott.Cappa perché presenziasse al versamento. II dott.Cappa
aderiva alla preghiera ed, opportunamente travestito, si univa agli uomini
di fatica che dovevano portare le cassette dell'oro.
A compiere il versamento si recavano i due citati
presidenti della Comunità e dell'Unione, accompagnati, per il materiale
maneggio delle cassette contenenti l'oro e per il concorso nelle operazioni
di peso e di saggio del titolo del metallo dai correligionari Marco Limentani,
Giuseppe Gay e Settimio Gori, dall'orefice Angelo Anticoli e, come detto,
dal dott.Cappa in qualità di uomini di fatica.
Ai cinquanta chilogrammi di oro ne venivano aggiunti trecento grammi per il caso fossero sorte contestazioni.
I due presidenti venivano ricevuti dal sostituto del Kappler cap.Schutz, il quale, con maniere arroganti, dava disposizioni per la pesatura dell'oro, la quale era effettuata con una bilancia della portata di cinque chilogrammi. Ultimato il peso dell'oro portato ad esclusione di circa duecento grammi che erano rimasti come residuo, il cap.Schutz affermava che le pesate, ciascuna di cinque chilogrammi,erano state nove e che,pertanto, il peso complessivo raggiunto era di quarantacinque chilogrammi, anziché di cinquanta come avrebbe dovuto essere. Gli israeliti sostenevano con sicurezza che le pesate erano state dieci, ma,per evitare equivoci, chiedevano si rinnovassero le pesate. II cap.Schutz rispondeva arrogantemente e si rifiutava di ripetere le pesate. I due presidenti pregavano vivamente l' ufficiale tedesco perché venissero ripetute le pesate e, dopo molte insistenze, riuscivano a fare ripesare l'oro, che risultava cinquanta chilogrammi come essi sostenevano. Essi poi chiedeva il rilascio di una ricevuta attestante l'effettuato versamento, ma il cap.Schutz non acconsentiva a tale richiesta.
I cinquanta chilogrammi di oro venivano messi
in una cassa ed alcuni giorni dopo a mezzo di un ufficiale delle SS che
rientrava a Berlino,venivano inviati dal Kappler al dott.Kaltenbrunner
con una lettera nella quale era spiegato il motivo della rimessa. Detta
cassa di oro, a dire del Kappler (vol.VII,f,62retro) nell'inverno 1945,
si trovava ancora nell'ufficio del Kaltenbrunner.
II giorno successivo il 28 settembre, militari
delle SS, dei quali alcuni erano esperti di lingua ebraica, perquisivano
i locali del Tempio Maggiore degli ebrei ed esportavano numerosi documenti
e la somma di L.2.021.540, che era custodita nella cassaforte. A capo di
questi militari era un capitano, il cui cognome sembra fosse Mayer.
Nei giorni successivi ufficiali delle SS, dei
quali uno in divisa di capitano si qualificava per professore di lingua
ebraica, visitavano la biblioteca della Comunità ebraica e quella
del Collegio Rabbinico allo scopo dichiarato di asportarne i volumi.
I Presidenti della Comunità israelitica
e dell'Unione delle Comunità appena ricevuta la visita di quegli
ufficiali, si rivolgevano al Ministero della P.I., chiedendo il suo intervento
onde evitare l'asporto dei volumi delle due biblioteche, che avevano un
valore nazionale di grande rilievo. In una delle lettere indirizzate al
detto Ministero essi, fra l'altro, scrivevano: "Trattasi di pregevolissimo
materiale archivistico (manoscritti, incunaboli, soncinati, stampe orientali
del 500, interessanti esemplari di libri ebraici, ecc.) che furono anche
oggetto, alcuni anni or sono, di scelta e catalogazione fatta da un esperto
in materia e che costituiscono un complesso di notevole importanza culturale,
del quale, ove le disposizioni delle autorità tedesche, che evidentemente
intendono asportare tutto il prezioso materiale archivistico in Germania,
fossero attuate, l'Italia verrebbe ad essere privata (vol. I, pag. 87).
II Ministero della P.I.non riusciva ad attuare
un efficace intervento presso le autorità tedesche e l'opera di
quegli ufficiali delle SS si concludeva con l'asportazione di quasi tutti
i volumi di quelle biblioteche, i quali venivano caricati su due çarri
ferroviari e spediti a Monaco.
Sebbene il Kappler avesse promesso che col pagamento
dell'oro gli ebrei di Roma non sarebbero stati molestati, tuttavia il 16
ottobre 1943 veniva effettuato in questa città un organizzatissimo
rastrellamento di ebrei, tristemente famoso nella mente della cittadinanza
romana.
"Né il sesso - scrive il dott.Foà
nella sua relazione confermata in istruttoria (pag.90,vol.I) - né
l'età, né la malferma salute, né benemerenze di sorta
furono di scudo a questo barbaro agire: vecchi, bambini, malati gravi moribondi,
donne incinte e puerpere appena sgravate, tutti furono ugualmente prelevati.
E mentre nel quartiere dell'ex Ghetto questa scena di orrore si svolgeva
tra le grida disperate delle vittime, gli urli concitati degli aguzzini,
le esclamazioni di raccapriccio dei concittadini cristiani, i quali al
di là dei cordoni tedeschi assistevano impotenti alla violenza inaudita
che nella sacra città di Roma, nelle millenaria capitale dello Stato
italiano, dei militi stranieri consumavano sulla persona di altri cittadini
italiani, per le strade dell'Urbe altre schiere di soldati hitleriani si
snodavano nella caccia agli israeliti ricercandone le abitazioni sulla
scorta di predisposti elenchi.
Questo rastrellamento era effettuato da uno speciale
reparto delle SS, venuto appositamente a Roma al comando deI Cap.Donneker,
il quale, tramite il Kappler, aveva ottenuto dalla Questura di Roma circa
20 agenti di P.S.in qualità di collaboratori.
In questa tragica caccia all'uomo erano rastrellati
più di 1000 ebrei i quali, alcuni giorni dopo, erano deportati in
campi di concentramento. Di costoro e dei 1000 ebrei circa catturati nei
mesi successivi ed inviati pure in campi di concentramento,al termine della
guerra,solo meno di dieci facevano ritorno alle loro case.
I fatti esposti relativi alla richiesta ed alla
consegna dell'oro risultano pienamente provati dalle dichiarazioni rese
in periodo istruttorio e confermate al dibattito dei testi Foà,
Vincenti,Gori, Cappa. L'imputato Kappler ammette, nelle sue linee essenziali,
le modalità inerenti alla richiesta dell'oro, effettuata, come egli
afferma, di sua iniziativa e senza alcuna autorizzazione delle autorità
superiori. Egli, dopo avere chiarito il proprio antisemitismo ed avere
spiegato (pag.51segg.del vol.VII ed ud.dell'11-6- 1948) che secondo íl
suo pensiero il problema ebraico in Italia aveva proporzioni di gran lunga
inferiori che in Germania, afferma che egli non riteneva utile, contrariamente
a ciò che pensava per la Germania ed i paesi dell'est, una politica
di annientamento degli ebrei italiani, in quanto costoro erano in numero
assai limitato ed erano immigrati da altri paesi mediterranei e nel loro
carattere molto diversi dai cosidetti ebrei dell'est, i quali prima di
venire in Germania, avevano assimilato qualità e vizi di altri popoli
(f.53retro, vol.VII).Precisa, quindi,di avere imposto agli ebrei romani
un tributo di oro per togliere I'unica arma che, secondo lui, essi tenevano
in mano e nella considerazione che, dopo quel pagamento, le autorità
superiori non avrebbero fatto eseguire in Roma le misure di rastrellamento
che già gli erano state preannunziate e che egli riteneva poco opportune.
"Parlai - egli afferma (pag.58vol.VII,ud.dell'11giugno 1948) riferendosi al colloquio avuto con il Foà e con l'Almansi - dell'unità dell'ebraismo mondiale, che costituiva un unico blocco ostile alla Germania: dissi che conseguentemente anche gli ebrei in Italia ed a Roma rappresentavano una parte di quel blocco: che le loro armi non sono armi da fuoco ma il danaro e l'oro, e che come tutti i nemici debbono essere disarmati delle loro armi, così ad essi dovevano essere tolte le armi dell'oro e del danaro".
II Kappler poi nega di avere minacciato
la deportazione di duecento ebrei in caso di mancato versamento dell'oro,
affermando invece di avere accennato assai vagamente, onde superare le
obiezioni che venivano poste dai due presenti, alla eventualità
di un rastrellamento. In sostanza, egli non voleva minacciare, ma intendeva
dare un avvertimento, con molta circospezione stante la sua posizione di
particolare responsabilità, circa il pericolo del rastrellamento.
"Il senso del mio discorso - egli afferma (pag. 53 vol. VII - ud. dell'11-6-1948)
quali è stato riferito dal Presidente della Comunità israelitica,
e del quale ricevo lettura dalla S.V., corrisponde genericamente a quello
che effettivamente dissi: solamente i due presidenti non hanno capito il
filo conduttore del mio discorso, come ho spiegato sopra, ma alcune frasi
da loro citate, in parte collocate fuori posto, sono effettivamente quelle
che pronunziai". Questa giustificazione dell'imputato in merito alla minaccia
cade di fronte alle precise dichiarazioni del dott. Foà ed al comportamento
tenuto dai tedeschi in questa circostanza.
Difatti, ad un chiarimento chiesto da quel teste
circa il preciso contenuto della minaccia fatta, il Kappler rispondeva
con parole che non ammettevano dubbi sulla minaccia stessa e che racchiudevano
tutto il suo odio contro gli ebrei."Chiedemmo anche - afferma il teste
(dibat. ud. dell'11-6- 1948) - se per la rappresaglia avrebbero potuto
essere inclusi gli ebrei divenuti cattolici e rispose che dove c'era sangue
ebraico per lui erano tutti nemici... Kappler aggiunse che se pagavano
non avrebbero fatto nulla né contro di noi né contro i nostri
figli". Parimenti infondata ed illogica è la tesi dell'imputato
relativa al motivo che lo spinse ad imporre il tributo dell'oro. Certamente
egli non si occupava della sorte degli ebrei romani, se, nell'inviare la
cassa dell'oro al Kaltenbrunner gli diceva, nella lettera di accompagnamento
(vol. VII, f. 62 retro) "che gli ebrei romani avevano contatti con gruppi
finanziari ebraici all'estero e che si sarebbero potuti sfruttare questi
contatti per il servizio informazioni". Scrivendo queste parole il Kappler,
il quale nell'esercizio delle sue funzioni ha dimostrato una spiccata prontezza
d'intuito, indubbiamente capiva di addos- sare agli ebrei romani una responsabilità
che non sarebbe sfuggita alle autorità superiori e che avrebbe avuto
ripercussioni gravi per essi. Anche se l'idea del Kappler fosse stata condivisa
dalle autorità centrali di Berlino, stante la rigida ed inflessibile
politica antisemitica, non si sarebbe potuto ottenere, sempre che si fossero
trovati ebrei disposti a collaborare con il servizio spionaggio tedesco,
che un rinvio nell'adozione di quelle misure di deportazione in massa che
in tutti i paesi militarmente occupati dalla Germania erano state già
adottate. Di ciò senza dubbio era convinto il Kappler, ottimo conoscitore
della politica razzista tedesca, il quale, se faceva I'accennata proposta
alle autorità superiori era per mettere in rilievo le sue doti di
abilissimo funzionario di polizia, capace di mungere le vittime designate
con metodo ed in maniera da ottenere da queste ogni loro risorsa materiale
ed intellettiva. Se egli avesse agito, come afferma, per salvare la vita
degli ebrei romani avrebbe avuto modo di venire incontro successivamente,
quando infierivano i rastrellamenti e gli arresti, a disgraziate famiglie
di ebrei, che, tramite ecclesiastici e diplomatici, si erano rivolte a
lui per ottenere la salvezza dei loro cari. Invece, egli non svolse alcuna
azione di favore (e ne avrebbe avuto il dovere stante la promessa fatta
quando chiedeva; l'oro), anzi si espresse con parole ché dimostravano
come, per lui, non avessero alcuna importanza pesone nelle cui vene scorreva
sangue ebraico.
Va poi messo in rilievo che il Kappler, anche se fu estraneo, come egli afferma, al saccheggio del Tempio maggiore ed alla spoliazione delle bibliote- che ebraiche né prese parte attiva al rastrellamento in massa del 16 ottobre 1943 (fatti questi che non sono oggetto di imputazione) provvide successiva- mente a fare operare arresti di ebrei il cui numero,nel periodo novembre 1943 - maggio 1944, raggiunse la cifra di 1200 circa; ebrei che nella maggior parte furono inviati in campi di concentramento o furono fucilati, come si vedrà in seguito, alle Fosse Ardeatine. II che è un'ulteriore prova che non sentimento di salvare vite di ebrei spinse il Kappler nella richiesta dell'oro, ma ambizione di mettere in rilievo doti di abitilità e di dedizione alla politica razzista del nazismo.