In merito alla preparazione ed alle modalità di esecuzione dell'attentato del 23 marzo 1944 si accertava (dich. Bentivegna, Salinari, Calamandrei) ciò che ormai era noto per le notizie pubblicate dai giornali dopo la liberazione di Roma, e cioè che in quel giorno una squadra di partigiani comandata da Carlo Salinari aveva avuto affidato il compito, in base ad ordine del capo della formazione militare di cui faceva parte quella squadra, di attaccare una compagnia tedesca che da diversi giorni era solita fare un uguale percorso attraverso il centro di Roma. Alle ore 14 del detto giorno il partigiano Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, percorreva Via Rasella spingendo una carretta carica di 12 chilogrammi di esplosivo ed attorno a questa altri sei chilogrammi di esplosivo. Giunto a metà circa della strada, all'altezza del palazzo Tittoni, il Bentivegna si fermava, in attesa che giungesse la compagnia tedesca, che soleva passare per quella strada alle ore 14,30 circa.
Un
po' in giù del posto in cui era stata fermata la carretta, all'angolo
di Via Boccaccio, si trovavano altri partigiani compagni di squadra di
Bentivegna. Con essi era anche il comandante della squadra Salinari ed
il V. Comandante Calamandrei.
Alle
ore 15 circa quest'ultimo si toglieva il cappello per indicare al Bentivegna
che la compagnia aveva imboccato Via Rasella e che la miccia per l'esplosione
doveva essere accesa. Ouest'ultimo accendeva la miccia, chiudeva il coperchio
della carretta e si allontanava verso Via Ouattro Fontane. Appena egli
imboccava questa strada avveniva lo scoppio dell'esplosivo contenuto nella
carretta.
La
compagnia veniva investita dallo scoppio dell'esplosivo: molti soldati
morivano immediatamente altri rimanevano più o meno gravemente feriti.
Intanto i partigiani che si trovavano in Via del Boccaccio attaccavano
con lancio di bombe a mano la compagnia quanto mai disordinata e, quindi,
si allontanavano.
Risultava
poi (dich.Amendola,Pertini Bauer) che l'attentato rientrava in quelle direttive
di carattere generale della Giunta Militare tendenti a costringere i tedeschi
a rispettare la posizione di città aperta di questa capitale direttive
che ciascun componente della Giunta era chiamato a fare attuare alla formazione
da lui dipendente. Un punto di grande rilievo, che va chiarito nei suoi
giusti termini per le conseguenze giuridiche che ne derivano, è
quello del numero delle vittime e del modo come si giunse ad esso.
La
popolazione, attraverso il citato comunicato del 25 marzo e la propaganda
della stampa, sapeva che il numero delle vittime era di 320 e di esse qualche
mese dopo l'esecuzione, conosceva i nomi a mezzo di elenchi compilati da
funzionari italiani molto vicini al comando di polizia tedesco. Solo a
seguito del dissotterramento delle vittime effettuato vari mesi dopo la
liberazione di Roma, si scopriva che il numero di esse era 335.
Si
è esposto come si giunse a questo numero occorre ora determinare
l'esatta causa che condusse alla fucilazione di 15 persone, di cui si è
sempre taciuto da parte delle autorità tedesche.
II
Kappler dichiara, come si è visto di avere ordinato la fucilazione
di dieci persone in aggiunta alle 320 perchè aveva saputo, dopo
aver dato le disposizioni per l'esecuzione, che era morto un altro soldato
tedesco fra quelli rimasti feriti in Via Rasella.
Accertata
questa versione, è necessario stabilire se egli aveva la facoltà
di ordinare questa ulteriore fucilazione.
Dal
complesso degli elementi scaturiti dal giudizio risulta che il Kappler
non aveva quella facoltà. Invero, il Gen.Maeltzer gli disse che
l'ordine ricevuto, il cui contenuto relativo proporzione era stato notificato
al Kappler dal maggiore perchè avesse mododi preparare la lista
delle vittime proveniva da Hitler e, quindi, gli diede ordine di provvedere
alla fucilazionedelle persone delle quali si era discusso.Quest'ordine
fu dato dal Kappler, come si è visto, dopo che quel generale era
stato informato circa i criteri adottati nella compilazione delle due liste
e dopo che era stata scartata l'idea di fare eseguire la fucilazione da
militari del Battaglione Bozen o dalla 14.a armata. L'ordine generico ricevuto
dal Maeltzer si trasformò nei confronti del Kappler in un ordine
concreto di fucilare le 320 persone comprese nelle due liste. Ciò
trova una conferma nel fatto che la competenza di approvare la scelta dei
fucilandi era del Gentile. Maeltzer, al quale fu portata la lista di duecentosettanta
persone. compilata con gli stessi criteri adottati per la prima.
Inoltre,
posto che il compilatore della lista poteva essere diverso da quello che
provvedeva all'esecuzione (il che sarebbe avvenuto se l'esecuzione fosse
stata effettuata dal Battaglione Bozen o da un reparto della 14.ma armata
come era intenzione primitiva del Generale Maeltzer) è logico dedurre
che l'esecutore aveva solo la facoltà di fucilare il numero di persone
ordinatogli da comandante della Città di Roma e messogli a disposizione.
Il che, d'altra parte, risponde alla pratica degli esercizi nei quali gli
ordini possono essere generici per gli organi di comando o direttivi, mentre
sono sempre tassativi per gli organi meramente esecutivi.
Altra
prova contraria alla facltà assuntasi dal Kappler è data
dal comunicato del 25 marzo, nel quale il numero dei fucilati è
dato come decuplo a quello del 32 soldati tedeschi morti. L'imputato afferma
che dopo aver ordinato la fucilazione delle dieci persone in questione
si dimenticò di informare l'ufficio stampa dell'Ambasciata per una
rettifica del comunicato, che nella mattinata era stato completato in base
ai dati da lui forniti. Ma questa giustificazione è un ripiego difensivo
assai fragile, sia perché il fatto nuovo era di una tale importanza
da non potere essere dimenticato come una qualsiasi banale pratica burocratica,
sia perché l'imputato, sempre ordinato e preciso nell'espletamento
delle sue funzioni, non era I'uomo che tralasciava di segnalare un episodio
di grande importanza.
L'imputato
ha dichiarato che, alle ore 11 del 24 marzo, su richiesta dell'Ufficio
stampa dell'Ambasciata tedesca, aveva informato che il numero dei soldati
tedeschi morti era di 32. Ma questa affermazione, che vuole costituire
il sostrato per fare reggere in parte la mancata rettifica è illogica
ed infondata. É noto, difatti, che i comunicati relativi all'attività
militare nella città di Roma venivano passati alla stampa dal Comando
Militare tedesco di questa città. Di conseguenza se I'Ufficio stampa
dell'Ambasciata intervenne in tale questione, sicuramente lo fece sulla
scorta dei dati forniti dal Comando Militare della Città di Roma.
Una prova della ingerenza di questo comando sui resoconti della stampa
romana è data da un convegno di direttori di giornali romani che
qualche giorno dopo l'esecuzione delle Fosse Ardeatine, si tenne presso
quel comando, alla presenza del generale Maeltzer, onde discutere dell'attentato
di Via Rasella, delle misure adottate e dell'opportunità di esortare
la popolazione a reagire contro gli attentatori.
Va
poi messo in rilievo che nei giorni successivi al 25 marzo la stampa romana
(per esempio Messaggero del 28 marzo, prima pagina); seguendo le direttive
impartite in tale convegno dal generale Maeltzer continuò a parlare
della fucilazione di 320 persone in relazione alla morte di 32 soldati
tedeschi. Eppure era noto a quel comando militare che il numero delle vittime
era di 335 e i militari tedeschi morti erano aumentati di una unità.
Perché questo silenzio? Se la fucilazione delle Cave Ardeatine aveva
avuto lo scopo, come dice il Kappler, di prevenire altri attentati, con
una durissima esecuzione in massa, non contrastava con questa finalità
il rendere noto alla popolazione in numero inferiore a quello effettivo?
Gli è che il comando militare di Roma non aveva condiviso l'azione
arbitraria del Kappler, che si aggiungeva ad un atto di guerra di per se
stesso inumano, e non aveva voluto rettificare le cifre date in precedenza
per il completamento del comunicato.
É
bene notare che anche lo stesso Kappler alcuni giorni dopo il 24 marzo
parlava della fucilazione di 320 persone. "Qualche giorno dopo (il 25 marzo)-
dichiara il teste Alianello (vol. VIII f. 33) - in mia presenza e potendo
io sentire, Kappler disse che lui e tutti i suoi ufficiali come pure i
suoi uomini, avevano preso parte alla rappresaglia contro 320 uomini civili
alle Fosse Ardeatine".
Non
è esatto, difatti, che le cinque persone fucilate in più
siano fra quelle che erano a disposizione della polizia italiana e che
esse siano sfuggite al controllo erché la lista di accompagnamento
del Caruso indicava le persone senza numeri progressivi.
In
base al riconoscimento delle salme, che fin'ora si riferisce a 332 persone,
è risultato che 49 di esse sono di detenuti che erano a disposizione
della polizia italiana e corrispondono a 49 nominativi della lista Caruso.Per
il completamento di questa lista manca un nominativo, quello di De Micco
Cosimo, la cui salma non è stata ancora ricosciuta ed è da
presumere sia una delle tre non identificate.
Devesi
ritenere, pertanto,che le cinque persone in più provengono dai detenuti
a disposizione dei tedeschi.
Va
poi osservato che non è esatto che la lista ddi accompagnamentodei
50 detenuti a disposizione della polizia italiana provenisse dall'ufficio
del Caruso essendo risultato che il commissario Alianello portò
due copie della lista Caruso, e di esse una la diede al direttore del Carcere,
l'altra la trattenne.