L'azione di queste organizzazioni, che si manifestava con atti di sabotaggio ed attacchi di colonne militari tedesche, era continua fuori dei centri abitati onde rendere difficile ai tedeschi I'opera di assestamento.
Anche nella città di Roma si effettuavano,
talvolta, azioni di sabotaggio ed attentati contro autocolonne o comandi
militari, allo scopo, chiaramente manife sto a mezzo di volantini, di richiamare
il nemico all'osservanza della posizione di città aperta della capitale
d'Italia. Difatti, malgrado questa posizione interna zionalmente riconosciuta,
i principali comandi militari tedeschi si trovavano nell'interno della
città aperta ed in questa erano frequenti i passaggi di truppe e
di materiale bellico.
Solo dopo vari atti di sabotaggio ed attentati
(uno di questi contro l'albergo Flora dove si trovavano dei comandi militari)
gli ufficiali militari venivano trasferiti fuori della città aperta.
Continuava peró il passaggio di truppe e di materiale destinato
alle truppe operanti.
II 23 marzo 1944 alle ore 15 circa, nell'interno
della città aperta, in Via Rasella all'altezza del palazzo Tittoni,
mentre passava una compagnia di polizia tedesca del Battaglione "Bolzen",
che da quindici giorni era solita percorrere quella strada, scoppiava una
bomba che uccideva ventisei militari di quelle compagnia ed altri feriva
più o meno gravemente.
Subito dopo lo scoppio della bomba alcuni
giovani, che sostavano all'angolo di Via Boccaccio, lanciavano delle bombe
a mano contro il resto della compagnia e, quindi, si ritiravano verso Via
dei Giardini, allontanandosi immediatamente dalla zona.
Elementi della compagnia tedesca sparavano in
direzione delle finestre sovrastanti e dai tetti,un po' all'impazzata,
poiché in un primo momento credevano che I'attentato fosse stato
effettuato con lancio di bombe a mano da una delle case.
Immediatamente giungevano sul posto il gen.Maeltzer
comandante della città di Roma, il col. Dolmann ed alcuni funzionari
di polizia italiani. Successiva mente arrivava il Console tedesco a Roma
signor Moellhausen con alcuni gerarchi del partito fascista repubblicano
i quali avevano sentito la detonazione dal vicino Ministero delle Corporazioni,
dove avevano partecipato ad una cerimonia celebrativa della fondazione
dei fasci di combattimento.
II gen.Maeltzer alla vista dei militari tedeschi morti e feriti era preso da una forte eccitazione. "Sul posto il comandante della Piazza - dichiarava il teste Moellhausen (vol. VII f. 4) - andava e veniva, grida, gesticolava ed anche piangeva, non si poteva trattenere. Secondo lui si sarebbero dovuti fucilare sul posto individui arrestati nelle vicinanze e far saltare, con i suoi abitanti, il blocco di immobili davanti al quale aveva avuto luogo l'attentato
. Intanto ufficiali e sottufficiali del comando di polizia tedesca di Roma, subito accorsi sul luogo,eseguivano un'accurata perquisizione nelle case di Via Rasella e facevano scendere sulla strada tutti gli abitanti,che erano condotti in Via Quattro Fontane ed erano allineati lungo la cancellata del Palazzo Barberini. Alle ore 15.30 circa il ten.col. Kappler giungeva al comando di polizia tedesca in Via Tasso. Informata di quanto era accaduto si avviava subito verso Via Rasella. Lungo la strada, in Via Quattro Fontane, egli era fermato dal Console Moellhausen, che ritornava da Via Rasella dove aveva avuto un forte diverbio con il Generale Maeltzer nel tentativo di fare procrastinare le intenzioni di vendetta che questi manifestava sotto I'impulso di una forte eccitazione, ed pregato da quel diplomatico di agire sull'animo del comandante della città quanto mai furibondo e capace di commettere una pazzia.
II Kappler, giunto in via Rasella s'incontrava
con il gen.Maeltzer ancora molto eccitato, al quale, dopo un fugace scambio
di impressioni, rivolgeva preghiera di essere incaricato di quanto riguardava
l'attentato. Avuta risposta affermativa, egli prendeva subito contatto
con i suoi dipendenti diretti, fra i quali il cap. Schultz ed il cap. Domizilaff
che già si trovava su posto.
Nelle prime indagini venivano raccolte quattro
bombe a mano del peso di circa quattro chilogrammi, colorate di rosso e
grigio e munite di miccia. Dette bombe, che risultavano essere di fabbricazione
italiana, venivano avvolte dal Kappler in un fazzoletto e fatte portare
su una macchina della polizia tedesca che, a dire del Kappler, poco dopo
sarebbe stata sottratta da ignoti.
Intanto il Kappler,seguendo le istruzioni del
gen.Maeltzer,disponeva che i civili fermati nelle case di Via Rasella fossero
condotti in una vicina caserma della polizia italiana e di essi fosse fatto
un elenco onde accertare quanti risultavano già segnalati negli
uffici di polizia.
Alle ore 17 circa, accompagnato dal cap. Schutz
che aveva già interrogato i superstiti della compagnia, egli si
recava al comando della città di Roma. Ivi, alla presenza del gen.
Maeltzer e di altri ufficiali di detto comando esprimeva l'opinione che
l'attentato fosse stato effettuato da italiani appartenenti a partiti antifascisti.
Circa le modalità di esecuzione dell'attentato egli affermava che
"esso fosse stato compiuto mediante lancio di un ordigno principale da
una certa altezza e di bombe probabilmente lanciate da diverse persone
dai tetti di diverse case" (f. 5 vol. VII).
Altro argomento di conversazione era dato dalle
misure di rappresaglia da adottare in relazione all'attentato.
Mentre si svolgeva la discussione il Gen. Maeltzer parlava spesso al telefono. In una di queste telefonate egli usava con frequenza le parole misure di rappresaglia. Ad un certo momento il generale tedesco faceva cenno al Kappler di avvicinarsi e quindi passatogli il ricevitore ed informatolo che all'apparecchio c'era il Gen. Mackensen, lo invitava a parlare con quel generale. II Gen. Mackensen, dopo aver chiesto alcuni particolari in merito all'attenta- to, entrava subito in argomento circa le misure di rappresaglia intorno alle quali, a giudicare dal suo modo di parlare, egli aveva già discusso con il Gen. MaeItzer (dich. Kappler, f. 6 retro vol VIl) Alla domanda di quel generale, intesa a conoscere su quali persone potevano essere eseguite le misure di rappresaglia il Kappler rispondeva che, secondo accordi con il Gen. Harste, la scelta avrebbe dovuto cadere su persone condannate a morte o all'ergastolo e su persone arrestate per reati per i quali era prevista la pena di morte e la cui responsabilità fosse stata accertata in base alle indagini di polizia.
II Gen. Mackensen quindi, rispondeva di essere disposto a dare I'ordine, ove fosse stata data a lui la facoltà, di fucilare dieci persone, scelte fra le categorie indicate, per ogni militare tedesco morto. Aggiungeva che si sarebbe accontentato che venisse fucilato solo il numero di persone disponibili fra le categorie suddette. Una conseguenza logica di questo accordo, secondo I'imputato (f. 7 - vol. VII) era che non si sarebbe fatta parola né con il Gen. Maeltzer né con le autorità superiori e che si sarebbe cercato di far conoscere l'accaduto ai rispettivi superiori al più tardi possibile.
Dopo questa conversazione il Kappler si congedava daI Gen. Maeltzer senza comunicargli i precisi termini della conversazione ma con l'intesa di preparare un elenco di persone sulle quali doveva effettuare la rappresaglia, e si portava alla Questura di Roma onde controllare gli schedari in merito alle persone fermate in Via Rasella. Comunicato lo scopo della visita al Questore Caruso, lasciava alcuni suoi dipendenti negli uffici della Questura per il controllo degli schedari e di allontanava.
Giunto in ufficio il Kappler dava disposizioni
perché fossero accelerate le indagini circa I'attentato con l'aiuto
di tutti i collaboratori italiani. Poco dopo veniva chiamato al telefono
da Magg. Boblem, addetto al comando della città di Roma. Questo
ufficiale lo informava che poco prima suo comando era giunto un ordine
in base al quale entro le ventiquattro ore doveva essere fucilato un numero
di italiani decuplo di quello dei soldati tedeschi morti. A richiesta del
Kappler, il Magg. Boblem precisava che l'ordine proveniva dal comando del
Maresciallo Kesselring.
Poiché il contenuto di quest'ordine si
mostrava in contrasto con quanto convenuto nel suo colloquio con il Gen.
Mackensen, il Ten. Col. Kappler chiedeva la comunicazione con il comando
del Maresciallo Kesselring. Dopo circa dieci minuti egli parlava con I'ufficio
I a T., che si occupava delle questioni territoriali. L'ufficiale addetto
a questo ufficio, alla domanda intesa a conoscere se l'ordine ricevuto
in precedenza proveniva dal comando superiore sud-ovest, rispondeva: "No,
viene da molto più in alto".
Alle ore 21 il Kappler aveva una conversazione telefonica con il Generale Harster, capo del BSS con sede in Verona, al quale riferiva in merito all'attentato ed al suo sviluppo. Gli comunicava pure che, in base ai dati poco prima fornitigli dalle sezioni dipendenti, egli disponeva di circa duecentonovanta persone, delle quali peró un numero notevole non rientrava nella categoria dei todeswurdige. Circa cinquantasette, infatti, erano ebrei detenuti solo in base all'ordine generale di rastrellamento ed in attesa di essere avvati ad un campo di concentramento. Aggiungeva che delle persone arrestate in Via Rasella, secondo informazioni dategli poco prima dai suoi dipendenti, solo pochissime risutavano pregiudicate ovvero erano state trovate in possesso di cose (una bandiera rossa, manifestini di propaganda ecc.) che davano possibilità di una denunzia all'autorità giudiziaria militare tedesca. A conclusione della conversa zione rimaneva d'accordo col suo superiore d'includere degli ebrei fino a raggiungere il numero necessario per la rappresaglia.
Dopo tali telefonate egli dava disposizioni
perché il mattino successivo, i fermati di Via Rasella fossero liberati
ad eccezione di quei pochi che, per motivi vari, risultavano pregiudicati.
Nella stessa serata egli chiedeva al Presidente
del Feldgericht Rome di autorizzarlo ad includere nell'elenco le persone
condannate dal Tribunale Militare alla pena di morte, le persone condannate
a pene detentive anziché alla pena di morte per concessione di circostanze
attenuanti inerenti alla persona ed, infine, le persone denunziate ma non
ancora processate. Quel Presidente autorizzava l'inclusione delle persone
della prima e della terza categoria, ma, in ordine alle persone della seconda
categoria, non intendendo assumersi la responsabilità, rappresentava
I'opportunità di chiedere l'autorizzazione del Chefrichter dell'O.B.S.W.
Questa autorizzazione richiesta giungeva poche ore dopo. Nella notte l'imputato,
con I'aiuto dei suoi collaboratori esaminava i fascicoli delle persone
considerate todeswurdige sulla base dei precedenti accordi.
Intanto si aveva notizia che altri soldati tedeschi,
fra quelli gravemente feriti, deceduti. Alle otto del mattino successivo
il numero complessivo dei morti ammontava a 32.