Giovani0607
Indagine sul rapporto tra adolescenti e centri commerciali
(nota di E. Giardino- Forum DAC)
Il neo-assessorato per la tutela dei consumatori della Regione Lazio ha commissionato ad un Istituto privato di ricerca “Maieutica” l’indagine indicata nel titolo. Mi sembra utile commentare l’impostazione ed i risultati della ricerca, con l’auspicio che se ne possa discutere in modo più allargato ed approfondito.
Approccio e caratteristiche dell’indagine (febbraio –marzo 2007)
L’indagine riguarda quegli adolescenti e giovani (14-20 anni) che frequentano sistematicamente i centri commerciali della Regione Lazio : 1041 questionari da 48 domande, di cui 41 a risposta multipla e 7 a risposta aperta. La distribuzione dei questionari rispecchia quella demografica della Regione e riguarda centri commerciali delle 5 Province : Roma (7), Latina - Frosinone e Viterbo (2), Rieti (1).
L’analisi del fenomeno è quantitativa e qualitativa e tratta 5 aree : sociologica, psicologico - introspettiva, valoriale, socio-relazionale, descrittiva del fenomeno. Il testo del questionario non sta nella pubblicazione stampata (128 pagg.). Obiettivo generale “ rapporto adolescenti- centri commerciali con lo studio delle motivazioni che spingono i ragazzi a frequentarli, non solo per acquisti ma come luoghi di aggregazione e loisir di fine settimana”. Risulta che il 45,2% degli intervistati abita a più di 10 Km di distanza dal centro commerciale frequentato. L’estrazione familiare è molto eterogenea. Oltre il 70% dichiara di annoiarsi (a volte, spesso o sempre) e il 63 % di essere ansioso, per cui il centro commerciale agirebbe come “sedativo” rispetto al disagio. Da cosa derivi l’ansia- comprensibile- dei giovanissimi, non viene detto. Nè viene detto- come sembra intuitivo ritenere - se tutto il “campione” è formato da ragazzi che non lavorano.
Tra i valori più importanti : salute (89%), amicizia(84%), famiglia (79%),amore (76%), lavoro (58%).
Tra le attività “non importanti” : la politica (65%), la religione (45%), seguire la moda (26%). Musei, mostre e teatri sono frequentati “per nulla o poco. Più la discoteca (61%) e il PC (90%). La TV viene guardata dal 91% (almeno) e per molte ore : più di 5 ore/g (12%), 2-5 ore/g(28%), meno di 3 ore (56%). Vi è una forte correlazione tra il tempo trascorso nei centri commerciali e quello davanti alla TV. Non a caso, le scenogra-
fie dei programmi TV preferiti sono analoghe a quelle dei centri commerciali. Le trasmissioni TV preferite: amici (15%), il grande fratello (7%), mai dire mai (6%). Sembra che questi giovani non pratichino alcuna attività sportiva, infatti essa non figura nella loro attività di tempo libero. Questo tempo viene dedicato al divertimento (71% ; quale ? La TV? il centro commerciale ?)o allo stare con amici (44%). Eppure oltre il 33% frequenta associazioni sportive. La frequenza di visita al centro commerciale è alta : 64% almeno 1 volta/sett. Più alta per le ragazze e per i giovani con età tra 15 e 17 anni. Solo il 55% va al centro commer-ciale per fare acquisti, gli altri per vedere (40%), per vedere gente (25%), per non sapere che fare (23%).
Gli acquisti più frequenti : abbigliamento (66%),bellezza e profumeria(33%),prodotti tecnologici (28%.).
Il 50% del campione fa ancora acquisti nel negozio , solo il 37% nel centro commerciale. L’ 80% dice di essere influenzato poco o nulla dalla pubblicità commerciale. Dentro un centro commerciale si prova : compagnia (37%), tranquillità (25%), felicità (10%).Su questi dati, i ricercatori concludono così.
Il centro commerciale è una vetrina scintillante ed invitante che dà tranquillità, benessere e “felicità”.
Una città virtuale luccicante, sicura e rilassante altra e diversa dalla città reale esterna. Un luogo in cui sognare, vedere, socializzare, divertirsi, spendendo anche meno che altrove.
Un commento sui dati dell’indagine
Il fatto che l’indagine sia stata impostata e circoscritta al rapporto tra giovanissimi e centri commerciali limita molto la portata della ricerca e, per qualche verso, la rende scontata e prevedibile. Il nostro sistema
genera le condizioni materiali ed ideologiche dalle quali derivano comportamenti conseguenti, che- nelle condizioni date – sono anche prevedibili e spiegabili. Ecco dunque qualche commento alla ricerca.
In un centro commerciale- dove il parcheggio è gratuito e libero- i giovanissimi con pochi soldi e senza lavoro, vanno per ammirare la varietà dei prodotti in vetrina, per stare insieme, per mangiare qualcosa (con poca spesa), per dialogare tra loro, in un luogo “artificiale”, non rumoroso, non inquinato, non scomodo.
In quali altri posti “laici” della città reale potrebbero andare ? Al ristorante (costosissimo) ? Al cinema ? Nei bar (privi di convivialità) e per quanto tempo ? Nel centro commerciale trovano la sublimazione migliore della ideologia da “mercato” che essi respirano ovunque : nella pubblicità stradale, nei programmi TV , nei discorsi di leader politici, di mercanti ed imbonitori di ogni risma. Credono di essere “insensibili” agli spot pubblicitari , mentre sono vittime inconsapevoli del Dio –mercato e della sua ideologia totalitaria.
Per i capitalisti il centro commerciale non è solo un posto di passaggio e di vendita : è il concentrato in cui si stimolano bisogni, comportamenti collettivi, passivismo culturale, perdita di identità culturale e di classe, omologazione dei gusti. Mode dominanti che comunque plasmano e condizionano.
Un posto - ampio, invitante e climatizzato – dove si scaricano le tensioni e la noia della vita reale, della scuola degradata, dei rischi quotidiani, dell’incertezza del futuro e della vita. Un posto che scimmiotta e richiama le scenografie della TV, del grande fratello, dei reality show. Da qui lo stretto rapporto di traino
tra TV e mercato, tra TV e centri commerciali.
La “ politica” non è più esigenza e ricerca collettiva delle soluzioni ai problemi reali. E’ un “feudo partitico- clientelare” di chiacchiere e di propaganda ; un mercato dei voti e di poltrone , di privilegi immorali , ma anche di corruzione impunita . Perciò occuparsi di “questa politica” diventa una attività inutile, frustrante o strumentale. Da qui la delega, il qualunquismo, il degrado dei valori umani e di civiltà solidale.
I termini devianti e gli slogan contagiano gli “osservatori” non meno che gli “osservati”. Si crea così un grande pasticcio semantico, tipico dei mass-media : politica = partiti = Stato = Istituzioni.
Da dove traggono questi giovani le loro conoscenze politiche, sociali, culturali, umane, internazionaliste ?
Quali strumenti concreti hanno per conoscere la realtà del mondo e delle loro città, per leggere i fenomeni moderni, per partecipare e schierarsi nel “modo giusto”, cioè secondo i loro interessi ed i loro bisogni ?
Dove trovano strutture inclusive di partecipazione , di comunicazione, di scambio interpersonale libero da interessi di consumo e di danaro ? Quali spazi laici e “gratuiti” offre loro la città imperialista ?
Perché le scuole, le sedi istituzionali e di partito, le biblioteche, non vengono attrezzate per essere anche spazi di comunicazione libera, di divertimento collettivo, di consumo intelligente, di formazione critica ?
Perché almeno una parte delle strutture ecclesiastiche- enormi e semivuote- non vengono noleggiate o acquisite per diventare spazi autogestiti di incontro , di conoscenza, di comunicazione tra i giovani ?
Come sappiamo, la tendenza è opposta: si chiudono e si criminalizzano i centri sociali, si mercificano le strutture di incontro, gli spazi urbani, le zone di parcheggio. Dove esistono isole pedonali, marciapiedi, aree di sosta, spuntano mercifici : bancarelle , punti di vendita, tavoli di bar e ristoranti, mercati….
Né meno problematico è l’accesso alle aree ed alle strutture sportive, massicciamente privatizzate.
Perciò da questa indagine – parziale, ma illuminante- gli amministratori regionali debbono trarre spunto per un‘altra politica della città e del territorio, stimolando occasioni di partecipazione e di socializzazione evolute – non mercantili- per tutti i cittadini, a partire dai singoli edifici e dalle aree urbane.
I palazzi popolari di un tempo avevano spazi di riunione, tuttora frequentati dai loro abitanti. Nei centri-anziani si gioca a carte o si guarda la TV. Nessuna iniziativa sociale attiva vi si svolge : eppure il noleggio delle sale e delle strutture urbane costa sempre di più.
E’ mai possibile che – con tante cose utili, necessarie e redditizie che si possono fare- questi nostri giovanissimi debbano annoiarsi cosi tanto , per poi “ammazzare” il loro tempo davanti alla TV ed alle vetrine commerciali ? Non stiamo disperdendo un enorme, potenziale patrimonio di intelligenza e di entusiasmo cui sarà affidato il mondo complesso di oggi e di domani ?
Roma 4 giugno 2007