La religiosità della vita: Antonietta
Potente
a Lamezia Terme.
Le tentazioni e le risposte
Vivere il Vangelo con semplicità e
pochi
mezzi è una scelta mistica e politica
che
consente di incontrare oggi il Signore
della
vita. Di fronte alla tentazione di
guardare
indietro o di fissarsi in noi stessi
(la
contemplazione è sempre rivolta verso
fuori),
la risposta è spostarsi dai luoghi
del potere
verso il "deserto" delle
periferie,
cercando di capirne e di assumerne
la mentalità.
Quel deserto è il luogo dove oggi risuona
la parola di Dio, dove far memoria
di Gesù,
ma anche il luogo dell'alternativa
e della
protesta. Ciò vale per tutti, non solo
per
i piccoli gruppi, che fanno questa
scelta.
Di fronte alla tentazione dell'idolatria
la risposta è la solitudine, nella
quale
si può recuperare dignità e responsabilità
e quindi costruire la comunità, come
appartenenza
all'unico Signore.
Di fronte alla tentazione di possedere
la
verità, le persone, le cose, il potere,
la
risposta è la pazienza, la capacità
di aspettare
le persone, le cose, gli avvenimenti.
Perché
dobbiamo sempre sapere tutto, essere
sempre
avanti?
Di fronte alla tentazione di escludere
gli
altri sentendosi un'elite, la risposta
è
la misericordia, che accoglie e include.
Di fronte alla tentazione di accomodarsi
in un cristianesimo ricco e ozioso,
la risposta
è il lavoro solidale con la creazione,
con
l'umanità, con Dio, il lavoro etico.
Ecco
i sacramenti di una vita armoniosa,
ecco
l'esperienza della sobrietà e della
nudità
di Cristo e della cura gli uni degli
altri
(Isaia 11, 6-9).
Giorgio Piacentini
RESISTERE
Alcuni anni fa una giovane poetessa, Carolyn
Forshe, ha descritto la sua visita di commiato
a Monsignor Oscar Romero, con il quale aveva
lavorato come volontaria in Salvador. Avendogli
chiesto cosa avrebbe potuto fare per aiutarlo
dopo il ritorno negli Stati Uniti, con sua
grande sorpresa ebbe questa gentile risposta:
"Continua a fare ciò che sai fare meglio.
Scrivi poesie".
Forse questo consiglio è importante per noi
tutti oggi: "continuare a fare ciò che
sappiamo fare meglio", tener duro nonostante
il dolore che abbiamo nel cuore, perché vediamo
così bruscamente deluse le nostre speranze
per un "millennio di pace". Forse
la serena e inaspettata sapienza di Monsignor
Romero può darci in questo momento la forza
di essere all'altezza della nostra vocazione,
di scrivere la nostra poesia.
E' necessario provare il dolore, per condividere
con gli altri la sofferenza per l'odio, per
la paura, per l'aggressione. Quando riusciamo
a fare questo, le divisioni cominciano a
dissolversi e noi possiamo aprirci all'amore,
al perdono e anche alla sapienza.
Un'antica preghiera azteca così dice a Dio:
"Solo per un momento ci hai dato in
prestito gli uni agli altri, perché noi prendiamo
forma nel tuo disegnarci, prendiamo vita
nel tuo dipingerci, respiriamo nel tuo canto.
Ma solo per un momento".
Rendersi conto della brevità del momento
aiuta ad andare avanti, a scrivere la nostra
poesia, in qualsiasi forma si manifesti.
Lentamente saremo in grado di capire quali
compiti siano più alla portata delle nostre
mani.
Rosemary Lynch
Il CIPAX alla Marcia Perugia-Assisi
La bellissima marcia Perugia Assisi alla
quale abbiamo partecipato in tanti ci ha
dato energia per continuare l'azione nonviolenta.
Il terrorismo è una minaccia terribile alla
democrazia. Occorre togliere il consenso
ai terroristi, non bombardare, rischiando
di allargare e aggravare il conflitto.
Giorgio
La sensazione è stata quella di essere al
posto giusto al momento giusto… E' stato
forte essere insieme per promuovere un valore
e non solo per gridare contro: non stavamo
inseguendo nessuno, eravamo lì per la pace
e il piacere di esserci.
Patrizia
È la prima volta che ho partecipato alla
Marcia Perugia-Assisi. Un'esperienza unica,
irripetibile… un fiume di persone, tanti
colori, musica, allegria, ma anche riflessioni,
senza dimenticare la realtà in cui ci troviamo,
tutto all'insegna di una sola parola: PACE.
Vito
La marcia Perugia Assisi di quest'anno è
stata la più partecipata, colorita ed elegante
alla quale abbia mai partecipato. La nonviolenza
si è fatta strada nonostante i venti di guerra!
Gianni
Se vuoi la pace prepara la pace
La notizia dell'attacco terroristico negli
Stati Uniti mi giunse mentre stavo andando
a Sarajevo per un seminario internazionale
di dialogo tra Cristiani e Musulmani in Europa.
Lì tutti ci siamo subito domandati se si
poteva ancora fare quest'incontro dopo il
tono di guerra santa tra mondo musulmano
e occidente cristiano che veniva dato ai
tragici eventi. Abbiamo però deciso che si
doveva approfittare di questa eccezionale
occasione di pacifico incontro per alzare
una forte voce comune di rifiuto della violenza
commessa nel nome della religione. Eccone
una parte: "Unanimemente condanniamo questo atto
di violenza, come pure ogni distruzione di
vita umana come una violazione della volontà
di Dio e un peccato contro l'umanità. Riconoscendo
il potenziale di violenza che risiede in
tutti noi, preghiamo che questo avvenimento
privo di senso non provochi una risposta
di ritorsione indiscriminata. Nello spirito
di questa conferenza ci impegniamo a essere
strumenti di dialogo, a contribuire a costruire
giustizia e pace e a lavorare per la riconciliazione
nelle nostre società".
Questo impegno ho assunto a Sarajevo. L'ho
fatto anche a tutte le amiche e amici del
Cipax.
Gianni Novelli
Attualità della lotta nonviolenta in India
Nelle settimane scorse è stata ospite del
Cipax per un incontro Krishnammal Jagannathan,
leader nonviolenta indiana ed erede con il
marito Shir Jagannathan della tradizione
gandhiana. Questa donna straordinaria e tenace
è da molti anni impegnata a fianco degli
ultimi dell'India, i paria, gli intoccabili
senza casta e senza terra. Krishnammal è
la testimonianza della forza della nonviolenza
e di quanto tale "arma" possa condurre
a risultati insperati: Amma, come chiamano
i senza terra Krishnammal, è riuscita a convincere
tanti landlords (latifondisti) locali, che spesso possiedono
illegalmente anche le proprietà fondiarie
dei templi indù, a donare parte dei loro
terreni ai senza terra dei villaggi. Krishnammal
e Jagannathan continuano tuttora nello stato
del Tamilnadu la battaglia pacifica per la
distribuzione della terra (Bhoodan=dono della terra) e la comunitarizzazione delle terre dei
villaggi (Gramdan). Nel 1981 hanno fondato l'associazione
LAFTI (Land for the tillers freedom=Terra
per la liberazione dei braccianti) di cui Krishnammal è segretario generale.
Nel corso del tempo accanto al problema della
terra, i coniugi Jagannathan si sono impegnati
anche nella lotta contro l'allevamento dei
gamberetti destinati all'esportazione verso
i paesi ricchi praticato dalla multinazionali
lungo le coste indiane, attività che produce
effetti ambientali devastanti sulle zone
costiere e danni notevoli alle attività economiche
dei contadini. Jagannathan, pur avanti negli
anni, pratica ancora la Satyagraha (forza della verità) attraverso lunghi periodi
di digiuno, meditazione e preghiera, riuscendo
ad ottenere alcuni provvedimenti dal Governo
indiano contro le multinazionali. Alla base
della lotta nonviolenta - ha affermato Krishnammal
- c'è una notevole preparazione spirituale
con l'esercizio della mente e del cuore ed
è necessaria una gran dose di forza morale
e spirituale. Ha parlato della grandezza
del messaggio nonviolento di Cristo, messaggio
spesso dimenticato dai cristiani, sovente
accecati dal consumismo del mondo occidentale:
Krisnhammal che non è cristiana, ma è ispirata
da un antico maestro Tamil Ramalingam che predicava la nonviolenza e la compassione
per tutti gli esseri umani, ha detto che
Gesù Cristo può dare la forza di attraversare
i momenti di difficoltà e di continuare a
sperare.
Vito Ricci
Quando, le varie forme di resistenza a questo
sistema economico di ingiustizia, si sviliscono
ad una mera questione di ordine pubblico,
si rischia di creare delle profonde ferite
tra coloro che scelgono la piazza per manifestare
il proprio dissenso. La divisione tra buoni
e cattivi, tra nonviolenti e violenti sicuramente
non facilita un clima di dialogo pacifico
e rispettoso delle differenze. Mi riferisco
da una parte alla scelta di blindare la città
di Genova durante l'incontro degli otto paesi
più ricchi del mondo (20/22 luglio) e dall'altra
al gran parlare su come noi cittadini e cittadine
decideremo di affermare con decisione agli
otto grandi che il loro modo di governare
il mondo non ci piace e che crediamo ne esista
un altro possibile, che sta emergendo dai
vari luoghi di resistenza del globo.
Il fatto di scegliere forme di protesta/proposta
nonviolente, come tante realtà hanno fatto
e stanno cercando di far conoscere, deve
aiutare a creare un dialogo anche con chi
sente più efficaci altri strumenti e con
chi sarà obbligato in quei giorni a difendere
un vertice di cui è vittima quanto noi (penso
ad esempio a tutte le forze dell'ordine).
La scelta universale della nonviolenza che
come Cipax vogliamo ribadire è pure un impegno
a cogliere e contrastare la violenza non
solo in atti espliciti ed eclatanti, ma pure
in quelle forme quotidiane, più subdole,
ormai diventate "violenza strutturale"
che continuano ad impoverire miliardi di
persone nel mondo, giustificandosi magari
con l'affermazione che una quota di "affamati"
è endemica ed è connessa a qualsiasi sistema
economico. La quota è di quasi 4 miliardi
su 6. Come potremo tollerare questa gigantesca
violenza?
Patrizia Morgante
Firmata la Charta oecumenica
Domenica 22 aprile, nella chiesa luterana di s. Thomas, a Strasburgo, il metropolita ortodosso Jeremias, presidente della KEK (Conferenza delle Chiese europee) e il card. Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga, presidente del CCEE (Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa), hanno firmato la "Charta oecumenica", cioè le "Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa". Era stata la seconda Assemblea ecumenica europea (Graz, Austria, giugno'97) a proporre l'impegnativa idea della "Charta" che, infine, dopo un lungo cammino, è ora giunta a maturazione. Il documento non risolve naturalmente tutti i problemi pendenti tra le Chiese cattoliche, ortodosse, anglicane e protestanti del Continente; esso offre tuttavia una valida piattaforma comune che, accolta davvero da tutti - dai "vertici" alla "base" - attuata ed approfondita permetterà di riprendere di buona lena il cammino ecumenico per compiere, tutti insieme, passi sempre più decisi verso la piena riconciliazione tra i cristiani europei.
Luigi Sandri
Ne ha fatta di strada il movimento indigeno
dell'America Latina, non solo per i
tremila
chilometri percorsi in Messico dai
22 comandanti
dell'Ezln, ma per il peculiare percorso di coscientizzazione
che ha compiuto ed è sotto gli occhi
di tutti!
Non basta dire movimento indigeno,
è meglio
parlare di movimenti indigeni (indioafrolatinoamericani)
diversi nell'unità e specifici di ogni
realtà
culturale: dagli indios del "levantamiento"
in Ecuador ai Mapuche in Cile, dagli
U'wa
in Colombia ai Sem Terra in Brasile.
Chissà
se possiamo affermare che il "movimento
di Seattle" sviluppatosi nel Nord
del
mondo ha radici nell'esperienza latinoamericana?
Queste realtà di resistenza in America
Latina
diventano protagoniste di una nuova
storia,
scritta dai popoli per i popoli, dove
la
politica è uno strumento di governo
a servizio
della comunità e non un altare al quale
si
immola la dignità, il rispetto dei
diritti
umani e della diversità. Il rischio
è che
i mass media e una certa politica da
"majorette"
trasformino tutto ciò in uno spettacolo
o
ne intellettualizzino le proposte.
Ma forse
anche per questo ci aiuteranno loro,
i milioni
di campesinos e di indios, che sapranno
ritrarsi
dai riflettori appena il mondo ri-conoscerà
la loro identità e i loro diritti.
"Il nuovo ordine mondiale unipolare
pretende di aver messo il punto finale
alle
lotte di liberazione e alle rivoluzioni
popolari
del terzo mondo; in altre parole, proclama
l'impossibilità di qualsiasi alternativa
alla dittatura del mercato" (Giulio
Girardi, Seminando amore come il mais, Cipax-Icone pag.10). Troppi avvenimenti
delle ultime settimane ci spingono
a credere
che esistono alternative e che, di
fronte
a tale pretesa, possiamo affermare
che "un
altro mondo è possibile".
Patrizia Morgante
Fare memoria di mons. Romero
La sera del 24 marzo 1980
nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza a San Salvador un colpo di
fucile faceva tacere la voce dell'avvocato dei poveri, l'arcivescovo Oscar
Arnulfo Romero. L'oligarchia economica e i vertici militari al loro servizio che
avevano organizzato quell'assassinio volevano porre termine alla denuncia
profetica di quel vescovo che dal pulpito denunciava ogni domenica la violenza e
i soprusi contro i contadini e contro coloro che reclamavano giustizia. Per quei
cattolicissimi governanti e militari tutto si giustificava con la lotta al
comunismo. Mons. Romero scriveva: "vedo con chiarezza che l'anticomunismo,
fra di noi, molte volte è l'arma che usano i poteri economici e politici per
continuare le loro ingiustizie sociali e politiche" (Diario, pag. 531).
Fare memoria oggi di questo martire della giustizia e della pace significa
continuare quella eucaristia e proseguire quella predicazione
"sovversiva". Mons. Romero era consapevole del pericolo che correva.
Aveva paura ma aveva anche una fede: "se io muoio risorgerò nel popolo che
cammina nelle vie della liberazione". E' una "resurrezione" che
in tutto il mondo si sta faticosamente realizzando: nel popolo del Salvador che
lotta per risorgere da un terrificante terremoto, nei popoli della Colombia che
alzano la voce contro la violenza e l'impunità diffusa, nella resistenza dei
contadini senza terra brasiliani, nei popoli indigeni dell'Ecuador e soprattutto
del Messico che sono protagonisti di una storia nuova, più simile al sogno di
mons. Romero. E' una "resurrezione" che ci chiede di essere
riconosciuta e accolta.
Gianni Novelli