home |
|
La Resistenza in Europa

L'Europeismo nella Resistenza
di Gaetano Arfè
Esistono più storie della
"idea di Europa" che vanno dalle spigolature erudite ai grandi affreschi che
ricompongono la storia della civiltà europea nella sua dialettica unitarietà. Esistono
sintesi pregevoli di storia dellEuropa contemporanea e ricostruzioni intelligenti e
puntuali dei movimenti di idee che, a partire dal secolo scorso, lungo una linea
discontinua ma mai spezzata, hanno affrontato nei loro aspetti ideali, dottrinali e
politici il problema e i problemi della unità europea.
Il dibattito storiografico su questi temi è ancora però pressoché
inesistente. È mancato e ancora manca quel serrato dialettico scambio di idee tra gli
studiosi necessario per mettere a punto una problematica estremamente complessa e ancora
fluida, influenzata da elementi di natura ideologica e da tradizioni nazionali, da
diversità di metodologie e di culture. Non è questa la sede per inoltrarsi su questo
terreno. Mi limito a sottolineare un dato che emerge dal corso della storia e sul quale la
più autorevole storiografia è concorde ed è quello che soltanto con la prima guerra
mondiale si comincia a parlare di Stati Uniti dEuropa in termini che non sono più
soltanto di vago auspicio, anche se suonano ancora come ipotesi proiettate in un
indefinito futuro verso il quale la strada è ancora tutta da tracciare. Negli ambienti
socialisti il tema affiora qua e là ma in forme timide e vaghe e rimane senza eco:
linternazionalismo infranto nella estate del 1914 non riesce a ricomporsi, a darsi
una ideologia aderente alla realtà nuova e ancora meno a ispirare una iniziativa
politica: i rappresentanti del socialismo europeo non andranno al di là
dellaccettazione passiva del messaggio di Wilson. La parola dordine degli
Stati Uniti dEuropa, come fase della rivoluzione socialista mondiale verrà proposta
da Trotzky, ma contestata e contrastata da Lenin e diverrà in campo comunista una eresia.
È soltanto con la seconda guerra mondiale che leuropeismo si cala nella realtà,
diventando soggetto di storia. Lunità europea viene indicata allora per la prima
volta non come aspirazione ma come un obiettivo politico da perseguire subito e la
federazione europea come il quarto entro il quale ricostruire il continente devastato.
La storia del federalismo europeo vanta una schiera di cultori valenti e
appassionati, storici militanti come lo furono, dopo la Liberazione, quelli del movimento
operaio e quelli del movimento cattolico impegnati, fuori o per lo meno ai margini dei
recinti accademici, nello scoprire e nel ricostruire la storia di una Italia, privata,
negli anni del fascismo, del diritto di cittadinanza anche nella storiografia e rimasta
ignorata e sconosciuta. Il cerchio dellisolamento si allentò allora, e infine si
ruppe via via che le correnti fatte oggetto di studio venivano occupando, attraverso le
rispettive rappresentanze politiche, posizioni di forza estendendo e consolidando le
proprie sfere dinfluenza anche nel campo della cultura. Gli storici
delleuropeismo non hanno goduto fin qui di pari fortuna, come di regola accade a chi
fa oggetto dei propri studi correnti minoritarie in un certo senso
"minorizzate". Operano nelle università e anche fuori di esse singoli studiosi
e centri organizzati di studi che hanno dato e danno una produzione scientifica di elevato
livello, la cui eco, però, resta fievole anche tra i praticanti del mestiere e la cui
forza di penetrazione nella cultura politica è assai scarsa.
Ci si può consolare notando che il fenomeno non è soltanto italiano.
In una recente storia dEuropa scritta da un maestro della storiografia contemporanea
quale Jean Baptiste Duroselle, sotto gli auspici della Comunità europea, per stimolare
tra i giovani la formazione di un patriottismo europeo, alimentato dalla coscienza di
appartenere a una comune civiltà, non compare il nome di Altiero Spinelli, luomo
che, per oltre un quarantennio, dal Manifesto di Ventotene al voto dellassemblea di
Strasburgo per lunione politica, è stato tra i protagonisti maggiori, nelle
mutevoli vesti di cospiratore, di agitatore, di organizzatore, di consigliere dei
principi, di commissario della Comunità, di parlamentare, nellardua e ancora
inconclusa lotta volta a costruire lunità dEuropa.
Il tema assegnatomi, e che io stesso ho proposto, è leuropeismo
nella Resistenza. Non è una concessione alla convenzionalità del cinquantenario né un
tentativo di rinverdirlo collegandolo a un problema attuale: è la risposta a un problema
storico, quello delle origini del processo di integrazione europea.
Molti anni fa, quando Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon fu investito
della responsabilità di far da custode e amministratore delle patrie glorie e di
assicurarne con mezzi persuasivi lortodosso culto, un dibattito pseudostoriografico
si aprì intorno al tema della unità della storia dItalia e ne risultò codificata
quale verità di regime e levata a banco di prova del lealismo dei sudditi della monarchia
fascista, la tesi che la storia dItalia, una Italia ridotta a nebulosa entità
extrastorica, aveva inizio nella età preromana. La secca risposta di Benedetto Croce fu
che la storia dItalia cominciava con la formazione dello Stato unitario e
lelezione del suo Parlamento. A porne le basi era stata il moto risorgimentale i cui
inizi coincidevano col momento in cui erano comparsi sulla scena uomini disposti a
battersi e a morire per rendere indipendente, libera e unita la patria.
Qualcosa di analogo, con una piccola dose di audacia, potremmo dire nel
nostro caso e cioè, che la storia dEuropa ancora non è cominciata, che la storia
del processo di integrazione europea coincide con quella della costituzione delle
istituzioni sulle quali si è costruita la Comunità europea, che lancora incompiuto
Risorgimento europeo comincia nel momento in cui lunità europea viene indicata come
obiettivo politico non rinviabile alle future generazioni, alla cui conquista indirizzare
nellimmediato tutti gli sforzi.
Voci autorevoli e inascoltate _ in Italia quella di Luigi Einaudi _ si
erano levate dopo la prima guerra mondiale a denunciare la illusorietà di ogni ipotesi
fondata su una funzione demiurgica della Società delle Nazioni. Il tema era ritornato
attuale ed era stato ripreso allindomani della capitolazione di Monaco dai
federalisti inglesi che ne avevano fatto oggetto di studi, di discussioni e di dibattiti
di qualità culturale assai alta, producendo testi alcuni dei quali sono rimasti classici.
Il tema dellunità europea aveva avuto posto di rilievo nella pubblicistica degli
esuli di tutta lEuropa fascistizzata. Mi limito a ricordare, in omaggio al suo
martirio, lebreo viennese Rudolf Hilferding, uno dei maggiori teorici della
socialdemocrazia, esule a Parigi e qui raggiunto e assassinato in carcere dalla Gestapo
nel 1941.
Su altro piano cera stata tra le due guerre lopera svolta
dal movimento di Pan-Europa di Coudenhove-Kalergy, confuso nelle idee e dilettantesco
nellazione, ma che comunque aveva fatto da importante cassa di risonanza della idea
dellunità europea. Cera stata anche la velleitaria iniziativa di un
Presidente del Consiglio francese, Aristide Briand, alla vigilia dellavvento del
nazismo al potere. Cera stata, e qui il legame con la Resistenza è diretto, la
lucidissima appassionata denuncia di Carlo Rosselli della natura, ormai internazionale del
fascismo, animato da un impulso irresistibile incontrastato dal torpore miope e vile delle
democrazie che avrebbe ineluttabilmente provocato la guerra, ove a precorrerla non ci
fosse stata la rivoluzione antifascista europea. Il suo vibrante commento alla sanguinosa
e sanguinaria repressione della Comune di Vienna, la sua partecipazione alla guerra di
Spagna danno la motivazione etica e politica della necessità di condurre contro il
nazifascismo una lotta a oltranza.
Dietro questi episodi cè, soprattutto, in funzione di forcipe,
loccupazione nazista di gran parte dellEuropa che ha resi scoperti i metodi e
chiari i fini che il Reich hitleriano si propone. Ne restano colpiti non soltanto coloro i
quali avevano guardato con indulgenza ai fascismi di casa daltri, ma anche quelli
che avevano visto in essi i portatori di una formula risolutiva della lotta di classe, che
avevano guardato con simpatia alle loro ideologie e anche ai loro miti. Una decantazione
avviene nel filofascismo europeo che, in breve volgere di tempo, isolerà sempre più
politicamente e moralmente in ogni paese il collaborazionismo. La guerra in atto _ è
questo il fatto nuovo _ non è più guerra tra nazioni o blocchi di nazioni per
legemonia sul continente ma scontro incomponibile tra due concezioni del mondo. I
valori espressi dalle grandi componenti storiche della civiltà europea, vilipesi e negati
dai nazisti, tornano alla loro funzione originaria, per essi si accetta _ non è retorica
_ il martirio. Celui qui croyait au ciel, celui qui ny croyait pas lo
accettarono in concordia di intenti. Un uomo solitamente alieno dallenfasi quale fu
Luigi Einaudi parlerà della spada di Satana contro la spada di Dio.
Questo spiega perché i combattenti della Resistenza affrontano le
logoranti prove della cospirazione, dellattività clandestina, che non conosce
limpeto esaltante dello scontro aperto, ma langoscia senza speranza che ti
viene dalla notizia del compagno arrestato, ma lincubo senza pause delluomo in
nero che batte, notturno, alla tua porta di casa o ti afferra nella strada e ti porta in
una camera di tortura dove dovrai scegliere se morire o tradire.
Esistono della Resistenza, come di ogni evento che abbia inciso
profondamente e durevolmente nella storia, interpretazioni diverse sulle quali il
dibattito è ancora tutto aperto. Ma mutila e angusta risulta ogni interpretazione che non
prenda in esame come dato storicamente documentabile e documentato la natura
dellethos politico che nasce dalla Resistenza e la sua dimensione europea. È questo
il fattore che investe la sfera delle ideologie e delle culture. Ne esce sconvolta
lidea stessa dello Stato nazionale e dei principi e delle norme etiche che vi si
connettono: amore per la patria e fedeltà allo Stato che formalmente la rappresenta
cessano di coincidere, la scelta della causa per la quale battersi è svincolata dalle
leggi fin lì osservate. La congiura contro Hitler del luglio del 44 parte
dallinterno della casta militare tedesca e ha motivazioni che sono patriottiche, ma
è un patriottismo riportato a unetica che non è più quella cupa e chiusa del
soldato, è delluomo.
La documentazione su questo fenomeno fin qui raccolta è assai vasta _
mi piace qui ricordare con gratitudine il nome di Walter Lipgens che ha condotto,
organizzato e diretto in questo campo un imponente e prezioso lavoro di ricerca _ e
riguarda gruppi idealmente e politicamente qualificati, in grado di lasciar traccia delle
proprie idee. Tra questi, ciascuno attingendo alla propria tradizione, rapidamente
maturano le proposte circa lordine che lEuropa deve darsi perché la
ricostruzione del continente devastato non sia ancora una volta una pausa tra una guerra e
laltra. E tutti convergono nellidentificare nello Stato nazionale, nelle
ideologie che esso alimenta, nelle autarchie in cui esso si chiude la causa permanente
delle carneficine che periodicamente insanguinano lEuropa.
Fino a qual punto tali orientamenti esprimano tendenze almeno
potenzialmente di massa è difficile documentarlo, data anche la diversità delle
tradizioni nazionali, nonché delle esperienze cui sono sottoposti i popoli via via caduti
sotto la dominazione nazista, dalla Francia alla Danimarca, dalla Jugoslavia
allItalia.
Io ho il personale ricordo _ mi è già capitato di raccontarlo altre
volte _ di un soldato tedesco che nel febbraio del 1945 approdò alla mia formazione
partigiana brandendo una fotografia, quella della sua famiglia, tutti morti sotto un
bombardamento. Suo padre, aggiunse poi, era stato ucciso nella prima guerra mondiale. La
motivazione politica tra noi prevalente era quella di sbarazzare lItalia dai
fascisti e di liberarla dai tedeschi; ammiravamo, per quel poco che si riusciva a saperne
da Radio Londra, la Resistenza jugoslava ma trepidavamo per la sorte di Trieste che stava
particolarmente a cuore al nostro comandante militare, piemontese, monarchico, tenente
colonnello dei carabinieri, Edoardo Alessi, caduto poi in combattimento alla vigilia della
Liberazione. Di frontiere aperte e di solidale collaborazione tra i popoli ci parlava
invece il commissario politico, piemontese anche lui, "giellista", Plinio Corti,
senza tuttavia spingersi, a mia memoria, alle audacie del federalismo. Cera arrivato
invece il soldato tedesco: abbattimento delle frontiere, eliminazione delle dogane,
abolizione dei passaporti, scioglimento delle armate nazionali, costituzione di un governo
come quello degli Stati Uniti. Nelle lunghe notti di montagna del problema discutemmo a
lungo in una piccola internazionale della quale facevano parte un polacco, due francesi e
alcuni paracadutisti americani e tutti convenimmo che era quella la soluzione da adottare.
Resta vero che la motivazione patriottica è dovunque quella prevalente
e in un paese come la Francia essa resta intrisa di nazionalismo nelle due correnti che
avranno nella Resistenza il maggior peso, quella gollista e quella comunista, gravata,
questultima, dellonere di riscattarsi dellimbarazzato filonazismo cui
era stata costretta dal patto Hitler-Stalin. Ma è un patriottismo, anche questo depurato,
nel quale la dissociazione tra Nazione e Stato e comunque in qualche misura penetrata e
con essa, scaturita dai fatti, lidea che il nemico non è più lo straniero in
quanto tale, che il nemico può appartenere alla nostra stessa nazione, può parlare la
nostra stessa lingua, il nostro stesso dialetto. Ci troviamo, in sostanza, di fronte a uno
di quei momenti ricorrenti nella storia nei quali esperienze collettivamente sofferte e
accumulatesi negli anni esplodono apparentemente dimprovviso, frustano intelligenze
e coscienze, fino a segnar linizio di un nuovo ciclo storico.
Io ho avuto il privilegio di essere stato in rapporto di amicizia e di
collaborazione con Altiero Spinelli che lesperienza federalista ha vissuto per
intero e sempre da protagonista e di aver potuto discutere con lui di questo problema che
trovo storicamente affascinante e anche carico di suggestive implicazioni politiche.
La sua convinzione di allora, espressa del resto più volte nei suoi
scritti, confermata da documenti e lettere di quegli anni che stanno per veder la luce,
era che la guerra avesse creato le condizioni minime indispensabili per la rivoluzione
federalista. Lesperienza leninista _ in Lenin e in Machiavelli egli riconosceva i
suoi maestri _ gli aveva suggerito i criteri di interpretazione di una realtà che andava
radicalmente trasformata. Il sistema fondato sugli Stati nazionali, come per Lenin quello
fondato sullordine capitalistico, era giunto alla fase della sua estrema
degenerazione per cui non poteva più essere riformato, doveva essere abbattuto. Il metodo
doveva essere quello della conquista, uno dopo laltro, dei tanti palazzi
dinverno quante erano le capitali dEuropa. Refrattario alle mitologie
referendarie, egli era consapevole, già allora, che non esistevano maggioranze
federaliste, come _ teneva a chiarire _ non esistevano maggioranze bolsceviche nella Santa
Russia del 1917. Ma, come allora il regime zarista, gli Stati nazionali non avrebbero
trovato combattenti disposti a difenderli da un assalto di audaci minoranze
rivoluzionarie.
Eugenio Colorni ipotizza il passaggio per una fase analoga a quella
dellItalia tra il 1859 e il 1860, quando via per crisi interna sotto la spinta di
una forza esterna i vecchi Stati italiani erano crollati ed era nato lo Stato unitario.
Era stato per questo, e non soltanto per liberare lItalia dai
tedeschi che Spinelli, appena liberato dal confino, costituendo a Milano il movimento
federalista, prima ancora dellarmistizio, aveva lanciato lappello alla lotta
armata, invitando i suoi compagni a rimanere nelle formazioni politiche cui appartenevano
_ il Partito dazione ne raccoglieva il maggior numero _ operando quali cellule
rivoluzionarie in vista dellazione da promuovere non appena il cannone avesse
cessato di tuonare.
Non tutto leuropeismo federalistico ebbe altrettanto originali e
temerari interpreti, ma comune a tutti i suoi militanti è la convinzione che la
costruzione degli Stati Uniti dEuropa è lobiettivo politico delle generazioni
che sono state protagoniste della lotta contro il nazifascismo e non dei loro figli o
nipoti.
Ma il federalismo resistenziale si trovò a dover fare i conti, già nel
corso della guerra con la politica di cui Yalta è diventata il simbolo e, subito dopo,
con la ripresa di vita e di vitalità degli Stati nazionali dati frettolosamente per
demoliti e con la divisione dellEuropa e con la guerra fredda. Dovrà fare i conti
col problema tedesco: le atroci piaghe che le armate di Hitler hanno lasciato sul corpo
dEuropa sono tali che la distinzione tra tedeschi e nazisti, necessaria perché la
Germania venga ammessa a pieno titolo e col ruolo che le compete, nella "casa
comune" suscita ancora sentimenti di ripulsa nei popoli che troppo spesso hanno visto
la Wermacht gareggiare in ferocia con le SS. Il fallimento della CED, la Comunità Europea
di Difesa, alla quale lo stesso Spinelli aveva legate le proprie speranze per il
"salto" allEuropa politica sarà in larga misura determinato dalla paura
di rivedere il tedesco in armi.
Su altro versante il federalismo si scontra con la sordità delle grandi
"famiglie politiche" e con lavversione, proclamata e teorizzata dei
comunisti, forti, soprattutto in Francia e in Italia, del prestigio conquistato a prezzo
di sangue nella lotta antifascista, delle vittorie dellArmata rossa, del consenso
delle avanguardie operaie. La parola dordine degli Stati Unti dEuropa era
dottrinalmente inquinata di trotzkismo; politicamente contrastante con gli interessi di
potenza dellURSS staliniana, rimasta lindiscussa patria dei proletari di tutto
il mondo; era, aggiornata ai tempi, la nuova ambigua formula di copertura della
tradizionale politica delle borghesie europee nei confronti del paese della rivoluzione.
Leuropeismo federalistico resta perciò cristiano, liberale e
socialista, ma le rispettive rappresentanze politiche di quelle tradizioni ideali non lo
levano e non lo leveranno a bandiera.
È per queste ragioni che esso arriva già battuto alla fine della
guerra. Lambizioso disegno di costruire sulle rovine della guerra una Europa libera
e unita si allontana indefinitamente nel tempo. Il movimento accusa il colpo e si divide
tra massimalisti e possibilisti, tra dottrinari e pragmatici, ma tuttavia non si estingue.
La forza di una idea, diceva Spinelli, è dimostrata dalla sua capacità di resistere a
ogni sconfitta. Il nucleo federalista regge alla prova, elabora una politica per i tempi
lunghi adeguandola via via allimprevedibile mutare delle situazioni, conduce
unagitazione ininterrotta. Ad esso si deve quel tanto di autenticamente europeo che
è penetrato nel processo di integrazione. A simbolo, fuori di ogni concessione ai
sentimenti, può esserne assunta la figura di Altiero Spinelli, la cui azione comincia col
Manifesto, continua nei decenni successivi, per trovare il propri coronamento nella
battaglia della quale è ideatore e organizzatore, stratega e tattico, che si concluderà
con un voto di larga maggioranza a favore del progetto di unione politiche che i governi
rifiuteranno di far proprio. E voglio in questa sede associare al suo nome quello del suo
maggior collaboratore, Luciano Bolis, di recente scomparso, il partigiano che si tagliò
la gola nel timore di non reggere alle torture e che, miracolosamente scampato alla morte,
dedicò da allora tutta la sua passione, tutte le sue energie, tutta la sua intelligenza
alla causa del federalismo.
Il processo di integrazione europea quale storicamente si è sviluppato
ha risentito dellinflusso dei valori e delle idee maturati nella Resistenza, ne ha
tratto alimento, ma non ne è stato pervaso, non ne ha fatto la forza motrice.
Il primo impulso a quello che potremmo definire l"europeismo
reale" venne dallesterno, dagli Stati Uniti e i primi stimoli a che prendesse
movimento furono quelli della grande fame e della grande paura _ il piano Marshall, il
patto di Bruxelles. La sua ideologia politica è stato latlantismo e non
leuropeismo, la sua dottrina di funzionalismo e non il federalismo, i suoi metodi
quelli della tecnocrazia e non della democrazia. I "realisti" hanno subita e non
voluta la nascita del Parlamento europeo, ne hanno compressi al massimo i poteri, hanno
ritardato il più possibile la sua legittimazione formale e sostanziale da una elezione a
suffragio universale diretto, hanno disatteso il voto solenne di quel Parlamento per
lunione politica, nella convinzione che coi "piccoli passi", per atto di
buona volontà dei governi e delle loro burocrazie si potesse arrivare a quel tanto di
unità funzionalmente necessaria.
Il lavoro compiuto è stato indubbiamente imponente e ha assicurato ai
popoli europei decenni di pace interna e di prosperità. Ma la Comunità economica non è
diventata comunità politica e che cosa questo abbia comportato e comporti lo si è visto
con impressionante drammatica evidenza nel momento in cui leconomia della opulenza e
dello spreco è apparsa irrimediabilmente erosa nelle sue basi, mentre contemporaneamente
il vecchio equilibrio internazionale veniva sepolto sotto le macerie del muro di Berlino.
LEuropa dei "realisti", lEuropa di Maastricht, è entrata in crisi
prima ancora di essere entrata in funzione. È il risultato conseguente al fatto di avere
ignorato che la grande politica _ e il compito di costruire lEuropa era tale da
esigere una grande politica _ nasce dalla sintesi di momenti diversi _ quello economico e
giuridico, ma anche quello etico e dottrinale _ nessuno dei quali è eliminabile senza
provocare scompensi alla lunga rovinosi. Nasce di qui, senza andar lontano nel tempo e
nello spazio, la dissennata e scempia condotta dei governi della Comunità di fronte alle
tragedie dellEst europeo. È questo lambiente nel quale maturano i fermenti
che vanno ad alimentare fenomeni quali il "leghismo", che ha, come a suo tempo
il fascismo, connotati marcatamente nazionali, ma che è espressione di tendenze presenti
e operanti in tutta Europa, con una sua carica dissociatrice e disgregatrice, gravida dei
veleni del settorialismo, del provincialismo, del microsciovinismo del razzismo.
Sarebbe ingenua e vana esercitazione retorica contrapporvi il ritorno
allo spirito della Resistenza.
Il nostro mondo di idee e di valori _ ne siamo lucidamente consapevoli _
affonda le sue radici in un passato irrevocabile. Le generazioni che ne furono partecipi
si avviano alla estinzione e loro solo dovere è quello di rimanere fedeli a se stesse e
ai loro compagni di allora.
Ma è proprio a questo punto che il passato, assurgendo a storia, può
sprigionare una nuova forza ideale, restaurando quel circolo dialettico tra cultura
storica e cultura politica vitale per entrambe.
Linvoluzione della vita politica italiana, che ne ha devastato,
con la violenza di un uragano letica e il costume, è andata di pari passo con un
revisionismo storiografico che ha indubbiamente concorso allallargamento della
problematica e allabbattimento di chiusure manichee, proprie di una storiografia
militante. Ma alle interpretazioni ispirate a ideologie apertamente e appassionatamente
professate, altre interpretazioni ideologiche si sono venute sostituendo, di segno opposto
e alle chiusure manichee le aperture pilatesche, quelle che espungono dalla storia il
momento etico-politico gabellando questo per rispetto della scientificità della ricerca.
E di cui si parte per insegnare dallalto di cattedre cui cè chi attribuisce
il dono della infallibilità, che i partigiani si resero anchessi responsabili di
crimini, che la pratica delle lottizzazioni comincia coi Comitati di Liberazione, che è
giunta lora della pacificazione equiparando chi si batté per la libertà e chi
combatté sotto le insegne della Repubblica di Salò, agli ordini dei nazisti, che va
sepolta, senza lapidi e senza lacrime, la Costituzione colpevole di esser nata dalla
Resistenza. Fa da coro una pubblicistica storiografica, che usa le tecniche del
giornalismo scandalistico, che estrapola e magari manipola documenti, al fine di offuscare
figure cui lItalia democratica deve gratitudine e rispetto. Mi torna in mente una
sdegnata frase di Arturo Carlo Jemolo: ci sono uomini condannati a vedere la realtà non
soffusa di nero ma insozzata di sporco.
Benedetto Croce che nella teoria e nella pratica della storia ebbe il
culto e assoluto il rispetto dellAutonomia della ricerca, non esitò a impugnare
come arma la storia contro le caricaturali deformazioni fascistiche dellItalia
liberale e a contrapporre la sua Europa a quella dei nazionalismi scatenati.
Ricostruire scientificamente lethos politico della Resistenza
europea significa concorrere ad alimentare una cultura politica languente per inedia, a
dare a chi è impegnato nellazione lintellectum necessario per intendere quale
è la funzione che il nostro continente è chiamato a svolgere in una fase potenzialmente
gravida di soluzioni diverse e opposte, tra le quali a prevalere sarà quella che avrà
dalla propria parte la più forte carica di volontà e di buone volontà.
|