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La Resistenza in Europa

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pallanimred.gif (323 byte) L'Europeismo nella Resistenza

di Gaetano Arfè

Esistono più storie della "idea di Europa" che vanno dalle spigolature erudite ai grandi affreschi che ricompongono la storia della civiltà europea nella sua dialettica unitarietà. Esistono sintesi pregevoli di storia dell’Europa contemporanea e ricostruzioni intelligenti e puntuali dei movimenti di idee che, a partire dal secolo scorso, lungo una linea discontinua ma mai spezzata, hanno affrontato nei loro aspetti ideali, dottrinali e politici il problema e i problemi della unità europea.

Il dibattito storiografico su questi temi è ancora però pressoché inesistente. È mancato e ancora manca quel serrato dialettico scambio di idee tra gli studiosi necessario per mettere a punto una problematica estremamente complessa e ancora fluida, influenzata da elementi di natura ideologica e da tradizioni nazionali, da diversità di metodologie e di culture. Non è questa la sede per inoltrarsi su questo terreno. Mi limito a sottolineare un dato che emerge dal corso della storia e sul quale la più autorevole storiografia è concorde ed è quello che soltanto con la prima guerra mondiale si comincia a parlare di Stati Uniti d’Europa in termini che non sono più soltanto di vago auspicio, anche se suonano ancora come ipotesi proiettate in un indefinito futuro verso il quale la strada è ancora tutta da tracciare. Negli ambienti socialisti il tema affiora qua e là ma in forme timide e vaghe e rimane senza eco: l’internazionalismo infranto nella estate del 1914 non riesce a ricomporsi, a darsi una ideologia aderente alla realtà nuova e ancora meno a ispirare una iniziativa politica: i rappresentanti del socialismo europeo non andranno al di là dell’accettazione passiva del messaggio di Wilson. La parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, come fase della rivoluzione socialista mondiale verrà proposta da Trotzky, ma contestata e contrastata da Lenin e diverrà in campo comunista una eresia. È soltanto con la seconda guerra mondiale che l’europeismo si cala nella realtà, diventando soggetto di storia. L’unità europea viene indicata allora per la prima volta non come aspirazione ma come un obiettivo politico da perseguire subito e la federazione europea come il quarto entro il quale ricostruire il continente devastato.

La storia del federalismo europeo vanta una schiera di cultori valenti e appassionati, storici militanti come lo furono, dopo la Liberazione, quelli del movimento operaio e quelli del movimento cattolico impegnati, fuori o per lo meno ai margini dei recinti accademici, nello scoprire e nel ricostruire la storia di una Italia, privata, negli anni del fascismo, del diritto di cittadinanza anche nella storiografia e rimasta ignorata e sconosciuta. Il cerchio dell’isolamento si allentò allora, e infine si ruppe via via che le correnti fatte oggetto di studio venivano occupando, attraverso le rispettive rappresentanze politiche, posizioni di forza estendendo e consolidando le proprie sfere d’influenza anche nel campo della cultura. Gli storici dell’europeismo non hanno goduto fin qui di pari fortuna, come di regola accade a chi fa oggetto dei propri studi correnti minoritarie in un certo senso "minorizzate". Operano nelle università e anche fuori di esse singoli studiosi e centri organizzati di studi che hanno dato e danno una produzione scientifica di elevato livello, la cui eco, però, resta fievole anche tra i praticanti del mestiere e la cui forza di penetrazione nella cultura politica è assai scarsa.

Ci si può consolare notando che il fenomeno non è soltanto italiano. In una recente storia d’Europa scritta da un maestro della storiografia contemporanea quale Jean Baptiste Duroselle, sotto gli auspici della Comunità europea, per stimolare tra i giovani la formazione di un patriottismo europeo, alimentato dalla coscienza di appartenere a una comune civiltà, non compare il nome di Altiero Spinelli, l’uomo che, per oltre un quarantennio, dal Manifesto di Ventotene al voto dell’assemblea di Strasburgo per l’unione politica, è stato tra i protagonisti maggiori, nelle mutevoli vesti di cospiratore, di agitatore, di organizzatore, di consigliere dei principi, di commissario della Comunità, di parlamentare, nell’ardua e ancora inconclusa lotta volta a costruire l’unità d’Europa.

Il tema assegnatomi, e che io stesso ho proposto, è l’europeismo nella Resistenza. Non è una concessione alla convenzionalità del cinquantenario né un tentativo di rinverdirlo collegandolo a un problema attuale: è la risposta a un problema storico, quello delle origini del processo di integrazione europea.

Molti anni fa, quando Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon fu investito della responsabilità di far da custode e amministratore delle patrie glorie e di assicurarne con mezzi persuasivi l’ortodosso culto, un dibattito pseudostoriografico si aprì intorno al tema della unità della storia d’Italia e ne risultò codificata quale verità di regime e levata a banco di prova del lealismo dei sudditi della monarchia fascista, la tesi che la storia d’Italia, una Italia ridotta a nebulosa entità extrastorica, aveva inizio nella età preromana. La secca risposta di Benedetto Croce fu che la storia d’Italia cominciava con la formazione dello Stato unitario e l’elezione del suo Parlamento. A porne le basi era stata il moto risorgimentale i cui inizi coincidevano col momento in cui erano comparsi sulla scena uomini disposti a battersi e a morire per rendere indipendente, libera e unita la patria.

Qualcosa di analogo, con una piccola dose di audacia, potremmo dire nel nostro caso e cioè, che la storia d’Europa ancora non è cominciata, che la storia del processo di integrazione europea coincide con quella della costituzione delle istituzioni sulle quali si è costruita la Comunità europea, che l’ancora incompiuto Risorgimento europeo comincia nel momento in cui l’unità europea viene indicata come obiettivo politico non rinviabile alle future generazioni, alla cui conquista indirizzare nell’immediato tutti gli sforzi.

Voci autorevoli e inascoltate _ in Italia quella di Luigi Einaudi _ si erano levate dopo la prima guerra mondiale a denunciare la illusorietà di ogni ipotesi fondata su una funzione demiurgica della Società delle Nazioni. Il tema era ritornato attuale ed era stato ripreso all’indomani della capitolazione di Monaco dai federalisti inglesi che ne avevano fatto oggetto di studi, di discussioni e di dibattiti di qualità culturale assai alta, producendo testi alcuni dei quali sono rimasti classici. Il tema dell’unità europea aveva avuto posto di rilievo nella pubblicistica degli esuli di tutta l’Europa fascistizzata. Mi limito a ricordare, in omaggio al suo martirio, l’ebreo viennese Rudolf Hilferding, uno dei maggiori teorici della socialdemocrazia, esule a Parigi e qui raggiunto e assassinato in carcere dalla Gestapo nel 1941.

Su altro piano c’era stata tra le due guerre l’opera svolta dal movimento di Pan-Europa di Coudenhove-Kalergy, confuso nelle idee e dilettantesco nell’azione, ma che comunque aveva fatto da importante cassa di risonanza della idea dell’unità europea. C’era stata anche la velleitaria iniziativa di un Presidente del Consiglio francese, Aristide Briand, alla vigilia dell’avvento del nazismo al potere. C’era stata, e qui il legame con la Resistenza è diretto, la lucidissima appassionata denuncia di Carlo Rosselli della natura, ormai internazionale del fascismo, animato da un impulso irresistibile incontrastato dal torpore miope e vile delle democrazie che avrebbe ineluttabilmente provocato la guerra, ove a precorrerla non ci fosse stata la rivoluzione antifascista europea. Il suo vibrante commento alla sanguinosa e sanguinaria repressione della Comune di Vienna, la sua partecipazione alla guerra di Spagna danno la motivazione etica e politica della necessità di condurre contro il nazifascismo una lotta a oltranza.

Dietro questi episodi c’è, soprattutto, in funzione di forcipe, l’occupazione nazista di gran parte dell’Europa che ha resi scoperti i metodi e chiari i fini che il Reich hitleriano si propone. Ne restano colpiti non soltanto coloro i quali avevano guardato con indulgenza ai fascismi di casa d’altri, ma anche quelli che avevano visto in essi i portatori di una formula risolutiva della lotta di classe, che avevano guardato con simpatia alle loro ideologie e anche ai loro miti. Una decantazione avviene nel filofascismo europeo che, in breve volgere di tempo, isolerà sempre più politicamente e moralmente in ogni paese il collaborazionismo. La guerra in atto _ è questo il fatto nuovo _ non è più guerra tra nazioni o blocchi di nazioni per l’egemonia sul continente ma scontro incomponibile tra due concezioni del mondo. I valori espressi dalle grandi componenti storiche della civiltà europea, vilipesi e negati dai nazisti, tornano alla loro funzione originaria, per essi si accetta _ non è retorica _ il martirio. Celui qui croyait au ciel, celui qui n’y croyait pas lo accettarono in concordia di intenti. Un uomo solitamente alieno dall’enfasi quale fu Luigi Einaudi parlerà della spada di Satana contro la spada di Dio.

Questo spiega perché i combattenti della Resistenza affrontano le logoranti prove della cospirazione, dell’attività clandestina, che non conosce l’impeto esaltante dello scontro aperto, ma l’angoscia senza speranza che ti viene dalla notizia del compagno arrestato, ma l’incubo senza pause dell’uomo in nero che batte, notturno, alla tua porta di casa o ti afferra nella strada e ti porta in una camera di tortura dove dovrai scegliere se morire o tradire.

Esistono della Resistenza, come di ogni evento che abbia inciso profondamente e durevolmente nella storia, interpretazioni diverse sulle quali il dibattito è ancora tutto aperto. Ma mutila e angusta risulta ogni interpretazione che non prenda in esame come dato storicamente documentabile e documentato la natura dell’ethos politico che nasce dalla Resistenza e la sua dimensione europea. È questo il fattore che investe la sfera delle ideologie e delle culture. Ne esce sconvolta l’idea stessa dello Stato nazionale e dei principi e delle norme etiche che vi si connettono: amore per la patria e fedeltà allo Stato che formalmente la rappresenta cessano di coincidere, la scelta della causa per la quale battersi è svincolata dalle leggi fin lì osservate. La congiura contro Hitler del luglio del ’44 parte dall’interno della casta militare tedesca e ha motivazioni che sono patriottiche, ma è un patriottismo riportato a un’etica che non è più quella cupa e chiusa del soldato, è dell’uomo.

La documentazione su questo fenomeno fin qui raccolta è assai vasta _ mi piace qui ricordare con gratitudine il nome di Walter Lipgens che ha condotto, organizzato e diretto in questo campo un imponente e prezioso lavoro di ricerca _ e riguarda gruppi idealmente e politicamente qualificati, in grado di lasciar traccia delle proprie idee. Tra questi, ciascuno attingendo alla propria tradizione, rapidamente maturano le proposte circa l’ordine che l’Europa deve darsi perché la ricostruzione del continente devastato non sia ancora una volta una pausa tra una guerra e l’altra. E tutti convergono nell’identificare nello Stato nazionale, nelle ideologie che esso alimenta, nelle autarchie in cui esso si chiude la causa permanente delle carneficine che periodicamente insanguinano l’Europa.

Fino a qual punto tali orientamenti esprimano tendenze almeno potenzialmente di massa è difficile documentarlo, data anche la diversità delle tradizioni nazionali, nonché delle esperienze cui sono sottoposti i popoli via via caduti sotto la dominazione nazista, dalla Francia alla Danimarca, dalla Jugoslavia all’Italia.

Io ho il personale ricordo _ mi è già capitato di raccontarlo altre volte _ di un soldato tedesco che nel febbraio del 1945 approdò alla mia formazione partigiana brandendo una fotografia, quella della sua famiglia, tutti morti sotto un bombardamento. Suo padre, aggiunse poi, era stato ucciso nella prima guerra mondiale. La motivazione politica tra noi prevalente era quella di sbarazzare l’Italia dai fascisti e di liberarla dai tedeschi; ammiravamo, per quel poco che si riusciva a saperne da Radio Londra, la Resistenza jugoslava ma trepidavamo per la sorte di Trieste che stava particolarmente a cuore al nostro comandante militare, piemontese, monarchico, tenente colonnello dei carabinieri, Edoardo Alessi, caduto poi in combattimento alla vigilia della Liberazione. Di frontiere aperte e di solidale collaborazione tra i popoli ci parlava invece il commissario politico, piemontese anche lui, "giellista", Plinio Corti, senza tuttavia spingersi, a mia memoria, alle audacie del federalismo. C’era arrivato invece il soldato tedesco: abbattimento delle frontiere, eliminazione delle dogane, abolizione dei passaporti, scioglimento delle armate nazionali, costituzione di un governo come quello degli Stati Uniti. Nelle lunghe notti di montagna del problema discutemmo a lungo in una piccola internazionale della quale facevano parte un polacco, due francesi e alcuni paracadutisti americani e tutti convenimmo che era quella la soluzione da adottare.

Resta vero che la motivazione patriottica è dovunque quella prevalente e in un paese come la Francia essa resta intrisa di nazionalismo nelle due correnti che avranno nella Resistenza il maggior peso, quella gollista e quella comunista, gravata, quest’ultima, dell’onere di riscattarsi dell’imbarazzato filonazismo cui era stata costretta dal patto Hitler-Stalin. Ma è un patriottismo, anche questo depurato, nel quale la dissociazione tra Nazione e Stato e comunque in qualche misura penetrata e con essa, scaturita dai fatti, l’idea che il nemico non è più lo straniero in quanto tale, che il nemico può appartenere alla nostra stessa nazione, può parlare la nostra stessa lingua, il nostro stesso dialetto. Ci troviamo, in sostanza, di fronte a uno di quei momenti ricorrenti nella storia nei quali esperienze collettivamente sofferte e accumulatesi negli anni esplodono apparentemente d’improvviso, frustano intelligenze e coscienze, fino a segnar l’inizio di un nuovo ciclo storico.

Io ho avuto il privilegio di essere stato in rapporto di amicizia e di collaborazione con Altiero Spinelli che l’esperienza federalista ha vissuto per intero e sempre da protagonista e di aver potuto discutere con lui di questo problema che trovo storicamente affascinante e anche carico di suggestive implicazioni politiche.

La sua convinzione di allora, espressa del resto più volte nei suoi scritti, confermata da documenti e lettere di quegli anni che stanno per veder la luce, era che la guerra avesse creato le condizioni minime indispensabili per la rivoluzione federalista. L’esperienza leninista _ in Lenin e in Machiavelli egli riconosceva i suoi maestri _ gli aveva suggerito i criteri di interpretazione di una realtà che andava radicalmente trasformata. Il sistema fondato sugli Stati nazionali, come per Lenin quello fondato sull’ordine capitalistico, era giunto alla fase della sua estrema degenerazione per cui non poteva più essere riformato, doveva essere abbattuto. Il metodo doveva essere quello della conquista, uno dopo l’altro, dei tanti palazzi d’inverno quante erano le capitali d’Europa. Refrattario alle mitologie referendarie, egli era consapevole, già allora, che non esistevano maggioranze federaliste, come _ teneva a chiarire _ non esistevano maggioranze bolsceviche nella Santa Russia del 1917. Ma, come allora il regime zarista, gli Stati nazionali non avrebbero trovato combattenti disposti a difenderli da un assalto di audaci minoranze rivoluzionarie.

Eugenio Colorni ipotizza il passaggio per una fase analoga a quella dell’Italia tra il 1859 e il 1860, quando via per crisi interna sotto la spinta di una forza esterna i vecchi Stati italiani erano crollati ed era nato lo Stato unitario.

Era stato per questo, e non soltanto per liberare l’Italia dai tedeschi che Spinelli, appena liberato dal confino, costituendo a Milano il movimento federalista, prima ancora dell’armistizio, aveva lanciato l’appello alla lotta armata, invitando i suoi compagni a rimanere nelle formazioni politiche cui appartenevano _ il Partito d’azione ne raccoglieva il maggior numero _ operando quali cellule rivoluzionarie in vista dell’azione da promuovere non appena il cannone avesse cessato di tuonare.

Non tutto l’europeismo federalistico ebbe altrettanto originali e temerari interpreti, ma comune a tutti i suoi militanti è la convinzione che la costruzione degli Stati Uniti d’Europa è l’obiettivo politico delle generazioni che sono state protagoniste della lotta contro il nazifascismo e non dei loro figli o nipoti.

Ma il federalismo resistenziale si trovò a dover fare i conti, già nel corso della guerra con la politica di cui Yalta è diventata il simbolo e, subito dopo, con la ripresa di vita e di vitalità degli Stati nazionali dati frettolosamente per demoliti e con la divisione dell’Europa e con la guerra fredda. Dovrà fare i conti col problema tedesco: le atroci piaghe che le armate di Hitler hanno lasciato sul corpo d’Europa sono tali che la distinzione tra tedeschi e nazisti, necessaria perché la Germania venga ammessa a pieno titolo e col ruolo che le compete, nella "casa comune" suscita ancora sentimenti di ripulsa nei popoli che troppo spesso hanno visto la Wermacht gareggiare in ferocia con le SS. Il fallimento della CED, la Comunità Europea di Difesa, alla quale lo stesso Spinelli aveva legate le proprie speranze per il "salto" all’Europa politica sarà in larga misura determinato dalla paura di rivedere il tedesco in armi.

Su altro versante il federalismo si scontra con la sordità delle grandi "famiglie politiche" e con l’avversione, proclamata e teorizzata dei comunisti, forti, soprattutto in Francia e in Italia, del prestigio conquistato a prezzo di sangue nella lotta antifascista, delle vittorie dell’Armata rossa, del consenso delle avanguardie operaie. La parola d’ordine degli Stati Unti d’Europa era dottrinalmente inquinata di trotzkismo; politicamente contrastante con gli interessi di potenza dell’URSS staliniana, rimasta l’indiscussa patria dei proletari di tutto il mondo; era, aggiornata ai tempi, la nuova ambigua formula di copertura della tradizionale politica delle borghesie europee nei confronti del paese della rivoluzione.

L’europeismo federalistico resta perciò cristiano, liberale e socialista, ma le rispettive rappresentanze politiche di quelle tradizioni ideali non lo levano e non lo leveranno a bandiera.

È per queste ragioni che esso arriva già battuto alla fine della guerra. L’ambizioso disegno di costruire sulle rovine della guerra una Europa libera e unita si allontana indefinitamente nel tempo. Il movimento accusa il colpo e si divide tra massimalisti e possibilisti, tra dottrinari e pragmatici, ma tuttavia non si estingue. La forza di una idea, diceva Spinelli, è dimostrata dalla sua capacità di resistere a ogni sconfitta. Il nucleo federalista regge alla prova, elabora una politica per i tempi lunghi adeguandola via via all’imprevedibile mutare delle situazioni, conduce un’agitazione ininterrotta. Ad esso si deve quel tanto di autenticamente europeo che è penetrato nel processo di integrazione. A simbolo, fuori di ogni concessione ai sentimenti, può esserne assunta la figura di Altiero Spinelli, la cui azione comincia col Manifesto, continua nei decenni successivi, per trovare il propri coronamento nella battaglia della quale è ideatore e organizzatore, stratega e tattico, che si concluderà con un voto di larga maggioranza a favore del progetto di unione politiche che i governi rifiuteranno di far proprio. E voglio in questa sede associare al suo nome quello del suo maggior collaboratore, Luciano Bolis, di recente scomparso, il partigiano che si tagliò la gola nel timore di non reggere alle torture e che, miracolosamente scampato alla morte, dedicò da allora tutta la sua passione, tutte le sue energie, tutta la sua intelligenza alla causa del federalismo.

Il processo di integrazione europea quale storicamente si è sviluppato ha risentito dell’influsso dei valori e delle idee maturati nella Resistenza, ne ha tratto alimento, ma non ne è stato pervaso, non ne ha fatto la forza motrice.

Il primo impulso a quello che potremmo definire l’"europeismo reale" venne dall’esterno, dagli Stati Uniti e i primi stimoli a che prendesse movimento furono quelli della grande fame e della grande paura _ il piano Marshall, il patto di Bruxelles. La sua ideologia politica è stato l’atlantismo e non l’europeismo, la sua dottrina di funzionalismo e non il federalismo, i suoi metodi quelli della tecnocrazia e non della democrazia. I "realisti" hanno subita e non voluta la nascita del Parlamento europeo, ne hanno compressi al massimo i poteri, hanno ritardato il più possibile la sua legittimazione formale e sostanziale da una elezione a suffragio universale diretto, hanno disatteso il voto solenne di quel Parlamento per l’unione politica, nella convinzione che coi "piccoli passi", per atto di buona volontà dei governi e delle loro burocrazie si potesse arrivare a quel tanto di unità funzionalmente necessaria.

Il lavoro compiuto è stato indubbiamente imponente e ha assicurato ai popoli europei decenni di pace interna e di prosperità. Ma la Comunità economica non è diventata comunità politica e che cosa questo abbia comportato e comporti lo si è visto con impressionante drammatica evidenza nel momento in cui l’economia della opulenza e dello spreco è apparsa irrimediabilmente erosa nelle sue basi, mentre contemporaneamente il vecchio equilibrio internazionale veniva sepolto sotto le macerie del muro di Berlino. L’Europa dei "realisti", l’Europa di Maastricht, è entrata in crisi prima ancora di essere entrata in funzione. È il risultato conseguente al fatto di avere ignorato che la grande politica _ e il compito di costruire l’Europa era tale da esigere una grande politica _ nasce dalla sintesi di momenti diversi _ quello economico e giuridico, ma anche quello etico e dottrinale _ nessuno dei quali è eliminabile senza provocare scompensi alla lunga rovinosi. Nasce di qui, senza andar lontano nel tempo e nello spazio, la dissennata e scempia condotta dei governi della Comunità di fronte alle tragedie dell’Est europeo. È questo l’ambiente nel quale maturano i fermenti che vanno ad alimentare fenomeni quali il "leghismo", che ha, come a suo tempo il fascismo, connotati marcatamente nazionali, ma che è espressione di tendenze presenti e operanti in tutta Europa, con una sua carica dissociatrice e disgregatrice, gravida dei veleni del settorialismo, del provincialismo, del microsciovinismo del razzismo.

Sarebbe ingenua e vana esercitazione retorica contrapporvi il ritorno allo spirito della Resistenza.

Il nostro mondo di idee e di valori _ ne siamo lucidamente consapevoli _ affonda le sue radici in un passato irrevocabile. Le generazioni che ne furono partecipi si avviano alla estinzione e loro solo dovere è quello di rimanere fedeli a se stesse e ai loro compagni di allora.

Ma è proprio a questo punto che il passato, assurgendo a storia, può sprigionare una nuova forza ideale, restaurando quel circolo dialettico tra cultura storica e cultura politica vitale per entrambe.

L’involuzione della vita politica italiana, che ne ha devastato, con la violenza di un uragano l’etica e il costume, è andata di pari passo con un revisionismo storiografico che ha indubbiamente concorso all’allargamento della problematica e all’abbattimento di chiusure manichee, proprie di una storiografia militante. Ma alle interpretazioni ispirate a ideologie apertamente e appassionatamente professate, altre interpretazioni ideologiche si sono venute sostituendo, di segno opposto e alle chiusure manichee le aperture pilatesche, quelle che espungono dalla storia il momento etico-politico gabellando questo per rispetto della scientificità della ricerca. E di cui si parte per insegnare dall’alto di cattedre cui c’è chi attribuisce il dono della infallibilità, che i partigiani si resero anch’essi responsabili di crimini, che la pratica delle lottizzazioni comincia coi Comitati di Liberazione, che è giunta l’ora della pacificazione equiparando chi si batté per la libertà e chi combatté sotto le insegne della Repubblica di Salò, agli ordini dei nazisti, che va sepolta, senza lapidi e senza lacrime, la Costituzione colpevole di esser nata dalla Resistenza. Fa da coro una pubblicistica storiografica, che usa le tecniche del giornalismo scandalistico, che estrapola e magari manipola documenti, al fine di offuscare figure cui l’Italia democratica deve gratitudine e rispetto. Mi torna in mente una sdegnata frase di Arturo Carlo Jemolo: ci sono uomini condannati a vedere la realtà non soffusa di nero ma insozzata di sporco.

Benedetto Croce che nella teoria e nella pratica della storia ebbe il culto e assoluto il rispetto dell’Autonomia della ricerca, non esitò a impugnare come arma la storia contro le caricaturali deformazioni fascistiche dell’Italia liberale e a contrapporre la sua Europa a quella dei nazionalismi scatenati.

Ricostruire scientificamente l’ethos politico della Resistenza europea significa concorrere ad alimentare una cultura politica languente per inedia, a dare a chi è impegnato nell’azione l’intellectum necessario per intendere quale è la funzione che il nostro continente è chiamato a svolgere in una fase potenzialmente gravida di soluzioni diverse e opposte, tra le quali a prevalere sarà quella che avrà dalla propria parte la più forte carica di volontà e di buone volontà.

 

 

 

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