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Corriere della Sera, 13 giugno 2001
La singolarità di Adriano Olivetti di Indro Montanelli
Caro Montanelli,
Vorrei un suo parere su Adriano Olivetti, su quello che pensava e su quello che ha
scritto o lasciato. In un momento come questo, a mio parere, dovremmo
riparlarne.
Marcello Cerri
Caro Cerri,
Non ho fatto in tempo a conoscere Adriano Olivetti e considero questo come uno dei più
grossi «buchi» della mia vita.
Il fatto è che quando il suo nome e le sue imprese cominciarono a fare «notizia», io
avevo ripreso la mia vita di giornalista viaggiante in un mondo in cui cerano tante
drammatiche cose da seguire e riferire. In patria rientravo di rado, solo per riprendere
fiato.
E fu in una di queste pause che, tramite il mio amico e suo collaboratore Geno Pampaloni,
ricevetti da Olivetti linvito ad andarlo a trovare a Ivrea.
Ma proprio in quel momento stava per scoppiare la guerra di Corea e dovetti rimandare
lincontro per accorrere laggiù. Al ritorno (ma dopo più di un anno) seguirono
altri contrattempi che non ricordo e che mimpedirono di realizzare
quellincontro che soprattutto sul piano umano minteressava profondamente.
Sicché di Olivetti io conservo una immagine riflessa e ricostruita da quanto me ne
dicevano due comuni amici: Pampaloni appunto, e Giorgio Soavi, che proprio in questi
giorni ha pubblicato su di lui un libro che non ho ancora letto, ma che mi dicono molto
interessante.
È dai racconti di questi due uomini che gli furono vicinissimi (Soavi ne sposò la
figlia) che credo di essere riuscito a desumere quella che, a mio riflesso parere,
devessere stata la singolarità di Olivetti: lUtopia.
Olivetti non era un imprenditore come gli altri che si preoccupano solo o soprattutto
(comè logico, intendiamoci) del successo dellimpresa e dei guadagni che se ne
possono cavare.
Olivetti voleva inventare un modello del tutto nuovo dimpresa in cui capitale e
lavoro fossero associati, ma non su un piano soltanto contrattuale di ripartizione di
profitti, sibbene nella creazione di un nuovo tipo di società che andasse oltre i
rapporti di lavoro e di fabbrica.
Era ebreo, Olivetti, non dimentichiamolo. Non mi risulta che lo fosse di stretta
osservanza, di quelli che frequentano molto la sinagoga e mangiano kasher . Ma lo era in
ciò che distingue veramente lebreo dagli altri bipedi, e che è appunto
lUtopia.
Da quanto me ne raccontava Pampaloni, che pur essendo di suo, da buon toscano, un realista
di scuola guicciardiniana, viveva nelladorazione di Olivetti, lutopia del suo
padrone era in fondo quella del kibbutz israeliano: una società basata sullassoluta
parità dei diritti e dei doveri, in cui ognuno facesse
spontaneamente atto di rinunzia a tutto ciò che poteva differenziarlo dallaltro.
Questo era lideale, o il miraggio, della famosa «Comunità» olivettiana. Senza che
il suo ispiratore si rendesse conto di quanto esso urtasse glinteressi sia del
padronato che del sindacato che vivevano (e vivono) sulla contrapposizione dei loro
interessi. Ma quando io gli muovevo (sommessamente) questa obbiezione, il realista
Pampaloni mi rispondeva che mi sbagliavo: Olivetti era perfettamente conscio di questa
contrapposizione, ma era convinto di superarla. E questa era la sua vera Utopia.
Peccato (per me) non averlo conosciuto. Non so consolarmene.
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