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L'atteggiamento della popolazione trentina nei confronti della Germania nazista durante il periodo dell' Alpenvorland 1943-1945

a cura di Gregorio Baggiani

(dal sito http://www.baggiani.3000.it)

Introduzione

Il Trentino ha una storia millenaria di convivenza con l’elemento germanico, caratterizzata dal fatto che attraverso i secoli, dal Medioevo fino al 1803, data in cui entrò a fare parte dell’impero asburgico e ne diventò una delle province più integrate, riuscì a conservare una sostanziale indipendenza nei confronti del potente vicino del nord. La borghesia della città di Trento intrattenne sempre dei rapporti molto intensi con l'elemento tedesco, senza per questo lasciarsene soggiogare o rinunciare a rivendicare la propria italianità.

 E’ soltanto a partire dalla seconda metà del XIX secolo che i primi moti indipendentisti cominciarono a scuotere il terreno politico e sociale trentino, e la borghesia iniziò a richiedere una maggiore autonomia delle istituzioni locali ed in particolare l’apertura di un’università in lingua italiana, negata risolutamente dagli austriaci che temevano un’ulteriore crescita del nazionalismo italiano. Il popolo trentino si trovò ben presto diviso tra coloro che appoggiavano la resistenza antiaustriaca e coloro che invece, ed in particolare nelle valli, appoggiavano incondizionatamente la fedeltà all’imperatore ed in generale all’impero. A distinguersi in particolare nella fedeltà all’impero furono due classi sociali apparentemente distanti come la classe contadina e l’aristocrazia. Tali sentimenti non mutarono di molto nel corso dei venti anni successivi alla fine della I guerra mondiale, ed alla caduta dell’impero asburgico.

Di tali sentimenti diffusi nell’aristocrazia trentina resta traccia nel romanzo di Isabella Bossi Fedrigotti, nota scrittrice di tendenze conservatrici, in cui vengono narrati gli avvenimenti di quel periodo visti con l'occhio della nobiltà e di quella parte della popolazione che era di discendenza tedesca ma che era sempre vissuta in Trentinoed in cui  sotto lo pseudonimo di Kurt Stauderer si esprime il pensiero del Consigliere Germanico Kurt Heinricher. Più in generale il libro rivela come il sentimento di appartenenza nazionale delle popolazioni non fosse sempre coincidente con l'appartenenza etnica degli individui. Un trentino di discendenza germanica poteva sentirsi compiutamente italiano, mentre dei trentini di nazionalità italiana o ladina potevano sentire di appartenere culturalmente al Tirolo germanofono.Cito da un documento: “ Vigo di Fassa. Il 26/07/1945 . < Ai Fassani> Di questi giorni circolavano nel comune di Vigo delle liste abbondantemente firmatem, che chiedevano l’ aggregamento della Valle di Fassa alla Provincia di Bolzano per  ragioni economiche e geografiche.So che per fortuna l’iniziativa non parte da Fassa e mi ripugna credere che chi ha firmato l’ abbia fatto dopo matura riflessione. Se si pensa che una richiesta identica venne inoltrata non molto tempo fa al Commissario Supremo delle Prealpi Franz Hofer dagli optanti fassani che in quel tempo credevano ancora in Hitler ed in una vittoria della Germania, l’intempestiva richiesta parallela nella forma e nello spirito si presta facilmente a delle interpretazioni poco lusinghiere per i fassani.Tenuto conto di tutto potrebbe nascere il sospetto che gli scopi non siano limpidamente economici ed ispirati da ragioni <<geografiche>> ma che in un recondito( molto recondito) angolo dell’ anima di molti fassani arda ancora un rimasuglio di candela per Hitler e sicari, per furono per sei anni i massacratori ed i macellai dell’ uman genere.”

 Nel libro di Isabella Fedrigotti sunnominato vengono descritti gli atteggiamenti della nobiltà conservatrice favorevole alla restaurazione dell'antica unità tirolese che per questo motivo appoggiava il tentativo di restaurazione del Gauleiter Hofer.

Altra tematica importante che appare nel romanzo è quella dell'estrema povertà in cui viveva buona parte della popolazione e che da sola bastava a spiegare la paura e la diffidenza con cui la maggior parte di essa, ligia da sempre al concetto di legalità, considerava il movimento partigiano che non sempre riusciva a distinguersi dal semplice banditismo, così come veniva rappresentato dalla pressante propaganda tedesca. Di ciò il movimento partigiano era ben conscio ed i provvedimenti presi in tal senso verranno esaminati nei paragrafi successivi.

 

 Il primo dopoguerra e l'affermarsi del fascismo.

 Il Trentino fu zona di guerra negli anni che andarono dal 1915 al 1918 e le devastazioni furono tanto laceranti da lasciare un ricordo indelebile presso le popolazioni locali, che non mancò di produrre i suoi effetti allorché venne proclamata la Zona d'Operazione Alpenvorland nel settembre del 1943. E' una società divisa ed allo stesso tempo piena di aspettative quella trentina del primo dopoguerra.  Aspettative che, come sappiamo, andarono presto deluse. La fase politica che caratterizzò il periodo dalla fine del primo conflitto mondiale fino all'avvento del fascismo fu caratterizzato dalla costante delusione delle aspettative maturate nella popolazione trentina nel corso del conflitto. Il governo centrale continuò a fare promesse ma la politica si rivelò sostanzialmente priva di contenuti ed evasiva. Un primo elemento fu costituito dal tasso di cambio dello scellino austriaco, perché il governo italiano decise di fissare ad un livello molto basso il tasso di conversione della corona asburgica, provocando immediatamente ingenti danni ai risparmi della popolazione custoditi presso le banche  In seguito vennero negati i riconoscimenti pensionistici a coloro che si erano trovati a combattere sul fronte avverso, a cui fu riservato un destino di oblio e simbolicamente di "damnatio memoriae".Anche nei confronti di coloro che avevano prestato servizio presso l'amministrazione asburgica venne praticata una politica estremamente punitiva, contribuendo in tal modo a creare anche in Trentino delle "memorie divise" all'interno della stessa popolazione. Soltanto riguardo ad una possibile autonomia furono fatte dal governo alcune vaghe promesse che però non si concretizzarono in realtà. Il deteriorarsi della situazione politica italiana nel 1921-1922 con i governi Bonomi e Facta e l'esaltarsi del nazionalismo via via che il fascismo prendeva quota con la provocazione e la violenza, sembrarono compromettere non poco le future sorti amministrative della Venezia Tridentina. Fu in questo clima che si fece più stretta la collaborazione tra i popolari trentini, guidati da Alcide De Gasperi ed i liberali o almeno la parte di essi che non si era staccata dal partito schierandosi su posizioni filofasciste.

Nei primi anni del dopoguerra i partiti politici trentini, nati nel periodo della sovranità austriaca sul territorio e che pur nell'ottica di finalità diverse, avevano combattuto nel Landtag di Innnsbruck e nel Parlamento di Vienna una lunga battaglia per l'ottenimento di un'autonomia separata per la parte italiana del Tirolo, si ritrovarono concordi nel chiedere al governo italiano il mantenimento delle istituzioni autonomistiche, sia per la provincia, sia per i comuni che costituivano il nerbo dei territori che dovevano entrare a far parte del Regno d'Italia. La richiesta generalizzata era quella di un'autonomia estesa all'intera Venezia Tridentina nella quale l'elemento italiano, risultante in maggioranza, costituisse un argine all'irredentismo della minoranza di lingua tedesca i cui programmi non nascondevano l'aggressività pangermanista. Non rientrava certo nella prospettiva delle forze politiche trentine, tranne che per il gruppo nazionalista, la volontà di compromettere o mutare i caratteri etnici dell'Alto Adige per il quale, al contrario, si auspicava un'autonomia di tipo avanzato nell'ambito dello Stato italiano. Ma l'idea di concedere un'autonomia distinta da quella di Trento veniva vista sfavorevolmente dalla maggior parte degli esponenti politici trentini e dalla stessa popolazione.

I nazionalisti reclamavano la circoscrizione unica ed Ettore Tolomei, per diluire l'elemento tedesco in un'unica ampia area popolata da italiani, proponeva addirittura la suddivisione della provincia di Bolzano in senso longitudinale e la sua aggregazione alle province italiane limitrofe. Fu così che Cortina d'Ampezzo e Livinallongo furono attribuite alla provincia di Belluno. Il governo italiano, inoltre, per rispetto della minoranza tedesca decise di aggregare le valli ladine alla provincia di Trento mentre le zone mistilingue furono aggregate alla provincia di Bolzano. Il risultato di questa operazione non si fece attendere perché la minoranza italiana delle zone mistilingue si astenne dal voto in segno di protesta, mentre i ladini votarono in massa a favore della lista tedesca.

 Quando con l'avvento al potere del governo Mussolini ci si rese conto dell'indirizzo centralista del nuovo corso politico, i liberali ed i popolari convocarono il 14/11/1922 il convegno dei sindaci trentini sulla base di un programma di chiara matrice liberale. Tale programma intendeva contrapporsi alla cancellazione delle tradizionali autonomie comunali, allo scioglimento ed al controllo    di una serie di istituzioni economico-sociali fortemente radicate nella coscienza della popolazione e la cui soppressione farà nascere in Trentino una resistenza caratterizzata non tanto da azioni clamorose o spettacolari, bensì da mancanza di collaborazione, da silenzio e vuoto attorno al regime.

Questa forma di resistenza silenziosa fu alimentata soprattutto dai cattolici attraverso le organizzazioni ad impronta religiosa, gli oratori, le parrocchie, i consorzi alimentari, gli enti mutualistici sopravvissuti, la diffusione capillare della stampa cattolica, la parola del sacerdote che continuava ad esercitare una grande influenza sulla popolazione, in particolare su quella contadina.

Cito a questo proposito    la testimonianza dell'onorevole Flaminio Piccoli: " Il nostro modo di essere nelle organizzazioni giovanili cattoliche si distingueva nettamente da tutto quello che avveniva fuori della società. Basti pensare che per ogni incarico, per ogni mansione tra noi c' erano discussioni e poi libere elezioni che si svolgevano in maniera democratica. Si trattava certamente di piccole cose, ma a noi giovani sembrava davvero di respirare una boccata di libertà e tolleranza, anche perché di quelle associazioni facevano parte giovani di estrazione diversa dalla nostra. Insomma là dentro ci sentivamo veramente al riparo dalla retorica, dalla stupidità, dalla volgarità e da tutti gli altri veleni con i quali il fascismo stava educando i giovani. E poi non bisogna dimenticare gli stimoli all'antifascismo- quello vero, nato da una coscienza morale profonda- che ci furono offerti dai nostri assistenti ecclesiastici, i quali non lasciavano passare occasione per denigrare e mettere in ridicolo le iniziative del regime"

Mi sembra importante allora riportare anche quanto scrive la Professoressa Maria Garbari : " Tale resistenza ebbe il merito indubbio di allontanare la popolazione dai miti totalitari, ma contribuì anche a mantenere in vita una chiusura localistica e la permanenza di un modello di vita schivo e conservatore che avrebbe potuto pregiudicare, all' atto del ritorno alle libertà democratiche, il reinserimento di una parte dei trentini nella prospettiva della dinamica vita nazionale. Contribuiva anche a chiudere la provincia in se stessa il senso di abbandono volutamente messo in atto  dal regime come misura punitiva : il trasferimento degli alti uffici militari, giudiziari e ferroviari in altre province, l' assenza di contributi per opere di ricostruzione o nuove, il mancato sostegno nel campo dell' industrializzazione e degli altri settori economici che permanevano asfittici. E tutto questo mentre nella vicina provincia di Bolzano si interveniva in modo massiccio creando ex novo una zona industriale, potenziando i lavori pubblici, aprendo uffici di prestigio, favorendo un quadro di benessere che, nei progetti di Mussolini, avrebbe agevolato la rapida italianizzazione del territorio.Il distacco della provincia di Bolzano da quella di Trento, avvenuto nel gennaio del 1927, fu un duro colpo per la classe intellettuale e dirigente trentina legata ai valori dell'irredentismo e del prestigio nazionale, anche al di fuori dell' ideologia fascista. Il provvedimento fu interpretato come una sconfessione delle capacità dei trentini di tutelare ai confini l' interesse per il quale, prima e durante la guerra, avevano affrontato sacrifici e rischi,e sembrò mettere in crisi persino la loro fede nazionale.  Questa funzione di avamposto nazionale viene assunta dalla classe dirigente trentina in modo assolutamente speculare rispetto a quanto era avvenuto in Alto Adige per la classe dirigente altoatesina connotata da forti tendenze pangermaniste. Ancora una volta una sorta di attrazione-repulsione caratterizzerà il rapporto tra le due comunità nazionali all'interno della regione, ma i trentini, come detto sopra, solo in rari casi si esprimeranno a favore di una repressione dell' elemento tedesco ma solo di un suo contenimento.

Nacque così in questa circostanza la polemica sul "trentinismo" e sulla presunta miopia localistica dei suoi abitanti, compresa la classe dirigente, dando così inizio ad una serie di malintesi con il potere centrale, che si sarebbero rivelati in tutta la loro gravità durante il periodo dell'Alpenvorland con un diffuso collaborazionismo o almeno attendismo e sarebbero continuati fino al secondo dopoguerra ed allo statuto autonomo del 1948.

Alla luce dei fatti si può affermare che al regime fascista mancò qualsiasi sensibilità nei confronti dei problemi e degli interessi specifici di queste terre e per questo motivo le terre redente, tanto care alla retorica nazionalista e fascista, si trasformarono in una sorta di "trincea ideologica" pronta a respingere qualsiasi pur minimo approccio politico o ideologico del regime rispetto al quale la cultura trentina impregnata di etica lavorativa, concretezza, parsimonia, rispetto della legge e morigeratezza nelle espressioni e nel modo di vivere era assolutamente agli antipodi.

 La popolazione trentina reagì alla massiccia immigrazione di popolazione proveniente dalle province finitime e dal Meridione, accusandola di essere incompetente e corrotta, motivo che riecheggiò nei programmi del C.I.T, il Comitato Indipendentista Trentino e nella chiusura mentale e nel regionalismo esasperato portato avanti dall'avvocato trentino Adolfo de Bertolini (uomo di tendenze liberali già Commissario Prefetto di Trento durante la Prima guerra mondiale. De Bertolini  diverrà  il Commissario Prefetto nominato dal Gauleiter Hofer durante il periodo dell' Alpenvorland. Allora la parola "trentino" o di "origine trentina" diventerà una sorta di espressione salvifica e di titolo di merito perché implicherà l'amore per la terra natia, il rispetto delle leggi.

Dando un ruolo centrale ad una amministrazione efficiente ed ad un personale qualificato, che venne ritenuto talmente indispensabileda essere esonerato dal servizio militare, si reintrodusse il concetto di   meritocrazia, ottenuta esercitando sull'insieme della popolazione maschile una sorta di “scrematura“ basata sulle competenze tecnico-amministrative e non più necessariamente politiche, in questo la visione di de Bertolini concordava con quella del Gauleiter Hofer,mettendo implicitamente  l'accento sul valore attribuito alla buona amministrazione locale, alla collaborazione dei diversi ceti sociali. Scrive de Bertolini : Tale guardia va composta esclusivamente da soldati della provincia di Trento, come trentini dovranno essere, almeno dopo un primo tempo, gli ufficiali e sottufficiali che li comandano. Si tenderanno qui la mano i figli dei patrizi e quelli del popolo, i giovani avviati agli studi con quelli che devono guadagnarsi la vita con la forza delle loro braccia; tutti però animati da un medesimo slancio; quello di trovare in un lavoro disciplinato il fermento di una più utile esistenza, a vantaggio della collettività sociale……… Essa impedirà che la collettività provinciale possa essere sommersa da elementi estranei, conserverà al Paese la sua impronta locale tramandata dai padri; eviterà allo sfregio di quell'onesto costume che ha fatto in passato della gente trentina, più che un popolo, una famiglia”            

Sin dagli esordi della nominadi Adolfo de Bertolini a Commissario Prefetto nel settembre del 1943, si cercò di inibire gli episodi di violenza contro gli esponenti del passato regime fascista, di restaurare le antiche modalità di vita del territorio con proclami dai tratti fortemente ideologici “Come è stato reso noto dalla stampa quotidiana, il Commissario Supremo ha rivolto un appello alla popolazione trentina, acchè seguendo quanto è avvenuto e avviene in Germania voglia partecipare alla raccolta a favore del soldato.Questo appello deve essere da noi raccolto non solo per lo scopo a cui tende, ma anche perché fatto dal Commissario Supremo, cioè da colui,che ha saputo mantenere la nostra provincia in pace e tranquillità, destando persino l' invidia delle province finitime; fornire alla popolazione il necessario per i bisogni essenziali ed interporsi inoltre anche per gli altri nostri postulati, anche se questi non poterono poi essere soddisfatti che in parte.Il soldato, che da tempo tutto se stesso sacrifica per impedire che le nostre istituzioni vengano distrutte dal dilagare di ordini sovversivi, merita certo la nostra riconoscenza. Tradizioni familiari, per le quali la diligenza, il risparmio, la sobrietà di successive generazioni sono arrivate a possedere tanta terra quanta possono lavorare le braccia dei suoi componenti, o dall' apprendista sorse l' artigiano, che ad affermare la sua creazione individuale; ambiente ben diverso da quello creato dall' ammasso del capitale con riuscì le conseguenze dei trust e del proletariato del braccio e della mente; tutta la nostra vita montanara verrebbe sommersa da un sistema, dove l' uomo non è che un atomo, privo di libertà e di iniziativa, di un' ente astratto, che tutto assorbe ed asservisce”.Ciò era inteso essenzialmente a privilegiare la “prestazione lavorativa” rispetto alla “cattiva politica imposta dall'alto”.Si trattò in ultima analisi di un processo di svalutazione della politica come confronto tra interessi e concezioni diverse. Del resto lo stesso nazismo non fu una dottrina politica intesa al confronto dei diversi soggetti politici,e quindi all'arte del compromesso e dell' accordo, ma una pura “visione del mondo” assoluta e immanente, dai tratti quasi teologici di verità rivelata che comportava necessariamente la totale distruzione del nemico, Feindbild, o se necessario, anche la propria. Scrive a questo proposito lo storico tedesco americano di origine ebraica Geoge Mosse: “In più si riteneva che questo pragmatismo della propaganda nazista fosse dimostrato dal fatto  che essa rifiutava ogni discussione con gli avversari e ogni confronto di opinioni. In questa osservazione c' é una certa verità, perché nessuna fede propriamente radicata é aperta al dialogo razionale”.Questo processo di sostanziale svalutazione della politica come confronto tra diversi interessi ed opinioni in favore di una visione patriarcale della società avvenne dopo venti anni di oppressione e corruzione fascista, in cui le parole d'ordine che godevano del sostanziale appoggio della popolazione trentina erano la maggiore autonomia amministrativa possibile ed il lavoro inteso come professionalità e correttezza Questa concordanza di interessi tra la politica del Gauleiter e la popolazione durò alcuni mesi, almeno fino a quando nel febbraio-marzo 1944 le precettazioni tedesche per il lavoro non divennero troppo pressanti. Esse costituirono per gran parte della popolazione trentina un brusco risveglio dall'illusione di potere aspettare la fine della guerra in relativa tranquillità.

 

La situazione socio-economica

La caratteristica dominante della proprietà agricola era costituita dal frazionamento della terra in piccole proprietà, soprattutto in collina e in montagna dove il proprietario possedeva più appezzamenti di terreno anche distanti tra loro. Vi era un assoluta superiorità numerica delle aziende gestite dai proprietari stessi e il bracciantato agricolo rappresentava un fenomeno perlopiù marginale, a cui veniva preferito lo scambio tra i componenti delle famiglie interessate a seconda dei bisogni e delle necessità di braccia e di bestiame da lavoro di ognuna di esse. Questa reciproca interazione tra le aziende agricole contribuì a creare una solidarietà ideologica e di fatto tra le famiglie contadine. I prodotti coltivati in regione erano soprattutto seminativi, con una leggera prevalenza di cereali, alberi da frutta ed altre colture legnose specializzate, foraggi, basati su un tipo di coltivazione principalmente integrante come ad esempio il mais. L'economia industriale del Trentino mancava di grandi poli industriali quali si erano sviluppati nel cosiddetto "triangolo industriale" formato da Torino, Milano e Genova, ma era invece costituito dall'assoluta prevalenza delle medie e piccole aziende. L'industrializzazione della provincia avvenuta dopo le guerre napoleoniche soprattutto nel settore tessile, accompagnata da una espansione nel settore commerciale, subì un rallentamento per le vicende politico-militari che caratterizzarono l'Italia della seconda metà del secolo diciannovesimo, di cui il Trentino era  stata al centro ( ricordiamo la battaglia di Bezzecca del 1866, combattuta tra le truppe garibaldine e gli austriaci in cui l' Eroe dei due Mondi, pur avendo conseguito un' importante vittoria militare, pronunciò il celebre "obbedisco" per obbedire agli ordini del re).

Il progressivo sgretolamento dell'impero asburgico e la perdita della Lombardia ad opera di Napoleone III  nel 1859, la perdita del Veneto nel 1866 ad opera della Prussia di Bismarck che voleva ridimensionare l'influenza austriaca in favore di una soluzione “piccolo-tedesca” nella Germania meridionale, la necessità della nascente nazione tedesca di trasformare il grande sviluppo economico in una egemonia politica in Europa, prima, avvedutamente, con Bismarck, poi, arrischiatamente, con il Kaiser Guglielmo II   con il suo avventurismo o come si suole dire oggi con la sua brinkmanship non fecero altro che acuire la già latente tensione austro-tedesca.  Tutti questi fattori obbligarono l'economia trentina ad un progressivo ri-orientamento dei suoi mercati di esportazione verso l'Europa centrale. Necessità che si fece sentire in maniera ancora più pressante allorché il Trentino entrò a far parte del Regno d'Italia nel 1918 e si trovò a dover cercare nuovi mercati all'interno dell'Italia per sostituire quelli perduti in Europa centrale con la dissoluzione dell'impero k.u.k..

 Solo dopo la Prima guerra mondiale, l'opera di industrializzazione del Trentino iniziò faticosamente, contando principalmente su tre fattori: il patrimonio idrico, la presenza di una buona e abbondante manodopera locale, la presenza di materie prime, nonché delle ormai ben note e svariatissime attrattive turistiche naturali.

Lo sviluppo economico trovò una serie di impedimenti dovuti agli alti costi aggiuntivi causati non solo dall’elevato tasso d'interesse del denaro e dalle più sfavorevoli condizioni del dopoguerra, ma anche da altri impedimenti di carattere internazionale e contingente, quali i contrasti politici ed economici  ai quali ho accennato nei paragrafi precedenti e che " crearono alla nascente industria del Trentino una situazione di disagio e di pesantezza pregiudicandone gravemente lo sviluppo e ponendola in condizioni di inferiorità nei confronti di quello che potrebbe essere, particolarmente nei riguardi di alcuni suoi aspetti principali e delle favorevoli condizioni di ambiente"

Risulta quindi chiaro che l'economia trentina ebbe bisogno di un periodo di riadattamento al nuovo contesto politico che si era venuto a creare in seguito all’annessione al Regno d'Italia; tentativo non perfettamente riuscito visto che dalla situazione politica ed economica successiva scaturirono le condizioni per cui   in una parte consistente della popolazione trentina si diffuse un forte malcontento anche economico che sfociò durante il periodo dell'Alpenvorland in un diffuso attendismo o addirittura collaborazionismo con le truppe naziste occupanti, specie se tirolesi.

 

La guerra e i 45 giorni “badogliani” dal 25 luglio all’8 settembre 1943.

 

Alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943, in Trentino, come nel resto d'Italia, la popolazione si lasciò prendere dall'entusiasmo, senza immaginare che i problemi della nazione già prostrata dalla guerra erano tutt’altro che finiti, ma si apprestavano ad entrare, se possibile, in una fase ancora più dolorosa e più tragica. A testimonianza di questo clima di fervore restano le lettere e gli articoli che esponenti del ceto intellettuale, ma anche semplici contadini scrissero alla redazione del “Brennero“, nel periodo che va dal 25 luglio all' 8 settembre 1943.

L'avvocato Giuseppe Menestrina (padre dell'esponente democristiana Anna Menestrina di cui si trovano più avanti brani tratti dal suo diario) ad esempio scrive sulla prima colonna del giornale “Il Brennero“ un articolo di cui si riporta integralmente il contenuto :

 

 “ Vita comunale : L'anima trentina vibrò di esultanza, anche nei villaggi più remoti alla notizia del fausto avvenimento del 25 luglio. Il suo giubilo fu paragonabile e sotto un certo riguardo superiore a quello delle indimenticabili giornate del novembre 1918. La dominazione straniera era stata opprimente perché in contrasto cogli ideali nazionali che volevano tutti gli italiani uniti sotto una sola bandiera; ma l'oppressione dell'interminabile ultimo ventennio fu più intollerante e più avvilente, perché negatrice di ogni morale pubblica e privata, spregiudicata e violenta. Per coloro nei quali predominano il sentimento e l'amore familiare, la caduta del fascismo aveva portato la speranza illusoria della fine della guerra, che invece continua: nella maggioranza del nostro popolo l'avvenimento era da solo ragione di piena, incontenibile letizia; esso significava l' attesa riconquista di quella libertà che é <<dolce dell'alme universal sospiro>>. Da tutti si intuì che, finché perdura la guerra, non si potrà accordare una piena libertà; si riteneva tuttavia che si avrebbe avuto già ora la liberazione da coloro che col senno e con la mano hanno operato a danno del Paese. Vedemmo infatti degli importanti atti di epurazione. Sono scomparsi taluni famigerati organi dell' oppressione : vennero sciolti il Partito e la Milizia venne passata a far parte delle Forze Armate, soppresso il Tribunale speciale, licenziata quella Camera dei Fasci che diede spettacolo di disciplinata taciturnità e di profittevole servilismo. Eguale sorte é probabilmente riservata ad altri alti consessi, i quali per la autorevolezza dei loro membri, avrebbero potuto e dovuto porre argine all'assolutismo demagogico. Ma molto in questo triste campo resta a farsi; ed anche nella nostra regione con legittima impazienza e si attenda e certezza si attende che vengano finalmente eliminati dalle pubbliche amministrazioni quegli individui che con morboso zelo concorsero all'oppressione degli spiriti e fecero mal governo della cosa pubblica. Codesto mal governo venne subito con speciale angoscia nei Comuni minori, dove l'interessamento dei cittadini per la gestione comunale é sempre stato più attento che nei grandi centri. Negli uni come negli altri, sciolte le rappresentanze del popolo, si ebbe dapprima la reggenza dei commissari prefettizi, che piovutici addosso dalle più lontane parti del Regno, consideravano l'ufficio una sinecura compensatrice delle loro benemerenze nel partito, poco o punto si curavano degli interessi comunali e si pappavano un buon stipendio che spesso arrotondavano con personali speculazioni a danno del Comune.

Ma anche i comuni cittadini, scrissero lettere :“ Lo studente Gino Vacicardi, degli Alpini, dice che per parlare sui giovani d' oggi occorre essere stati alle armi nel cui esercizio si sono apprese verità che il fascismo non lasciava credere e che i giovani che han fatto la guerra non sono, per questo, così digiuni di norme e istinto politico come i giovani del GUF, pappagalli, finora, in istivali, lascian credere”

Molte lettere recano lo stesso tono, anche se in alcune si auspica che non tutti coloro che avevano creduto nel fascismo e lavorato per la sua realizzazione vengano coinvolti nella sua generalizzata condanna.

Il vescovo de Ferrari intervenne per sedare gli animi infervorati dalla subitanea caduta dell'odiato regime fascista :     “    Al venerabile Clero e diletto Popolo della città e Diocesi

L'ora grave che incombe sulla Patria non mi consente di prolungare più oltre un silenzio che se voleva significare completa fiducia nel senso del dovere e soprattutto nel buon senso della mia gente trentina, non soddisfa tuttavia le esigenze del mio personale sentimento e tanto meno delle gravi responsabilità di Capo della Diocesi. Vi dirò dunque due sole parole attinta la prima al Poeta italico e sia rivolta ai cittadini; attinta la seconda al Testo Sacro e la rivolgo ai credenti: corrispondono entrambe a ciò che in questo momento storico il ben inteso amor patrio esige imperiosamente da ognuno di noi sopra ogni altra cosa: granitica unità di menti e di cuori, fede in Dio. Guai se il terribile conto di una guerra come la presente non ci trovasse tutti uniti: mai come oggi risuonò più sacro il << siam fratelli, siam stretti ad un patto; maledetto colui che l' infrange>>..... Ciascuno al suo posto, senza sbandamenti, senza critiche od omei; niente miracolismi, strategie, vociferazioni; mai il silenzio fu più d' oro, mentre la guerra dei nervi tende ad essere ripresa. Si parli invece a Dio, supplici, ricordando, contro la presuntuosa superbia umana che << nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilant qui custodiunt eam>>. L' avessero compreso prima quanti, facendosi una divinità astratta della patria, presunsero di promuoverne gli interessi senza e persino contro Dio! Intensifichiamo pertanto la nostra vita religiosa e più precisamente cristiana, non paghi di esteriorità convenzionali e di formalismi vuoti, ma in piena coerenza col credo religioso sia la condotta morale di tutti e non tarderà a farsi sentire la divina protezione sul popolo che ha eletto Iddio per la sua eredità: la vergine Taumaturga. Castellana d'Italia, affretti col tuo potente patrocinio l'alba degli auspicati giorno migliori. Vi benedico assai di cuore- Trento, 1 agosto 1943- Carlo, Arcivescovo

In queste poche righe il vescovo abiurò la fede fascista che aveva sempre dichiarato in pubblico e nell' “ora grave che incombe sulla Patria” raccomandò ai cattolici ed ai cittadini in generale di mantenere la calma e non dare adito a precipitose vendette contro gli esponenti del passato regime o quanti avessero approfittato della loro posizione per commettere soprusi o malversazioni. Da questo momento il vescovo de Ferrari si distinguerà per una posizione di “ basso profilo” nei confronti delle autorità tedesche con le quali si limiterà ad intrattenere sporadici contatti, non sempre contrassegnati da mutua comprensione.

 

La proclamazione della ZOP Alpenvorland e il contesto internazionale.

Con l’istituzione della Zona d'Operazione Alpenvorland, la situazione di sospensione in attesa degli avvenimenti della popolazione trentina mutò improvvisamente. Il 18 settembre l'avvocato trentino Adolfo de Bertolini proclamò la costituzione della Zona d' Operazione Alpenvorland, dichiarando di avere ricevuto l'investitura dal Gauleiter Hofer  - con un episodio di  vago sapore pseudo-democratico perché la decisione era stata in realtà già stata presa- e dai maggiorenti della città nonché un piccolo gruppo di operai e artigiani, episodio ben ricostruito a posteriori dalla serie “ i 600 giorni dell'Alpenvorland” de “Il Popolo Trentino”. Così scrive a cinque anni di distanza dall'avvenimento  “Il Popolo Trentino“, una delle poche fonti che ho potuto consultare in merito a questa riunione, : “  Il comm. Catoni parlò per ultimo. Interpretando il pensiero dei convenuti, in preda a evidente commozione, egli ringraziò il Commissario Supremo per le promesse fatte e per la piena comprensione incontrata dai desideri di tutti.<<E' un raggio di sole- egli concluse- che giunge a squarciare le tenebre>>.La notizia di quanto era avvenuto fra le mura ristrette della sede bancaria si propagò come il vento. La popolazione trasse un profondo respiro e fu lieta di sapere che un uomo di questa terra, riprendeva il timone della Provincia nel momento del pericolo maggiore, dopo ché per una lunga serie di anni, per volontà estranea a quella dell'ambiente, esso era stato affidato d'imperio, coattivamente, a uomini che non sempre e, anzi raramente, ebbero più a cuore il compimento d'una carriera che non la tutela dei giusti interessi della Provincia. Fu un' esplosione di gioioso stupore e di profonda soddisfazione, tanto più sentita in quanto imprevista : una sorpresa che tramutava in realtà la certezza di una vita tranquilla giacché la decisione di Hofer veniva a impedire anche la lotta politica e, con essa, lo spettro di una lotta intestina“.

Interessante notare come il “Popolo Trentino” narri dei fatti ponendo le parole pronunciate dall’avv. De Bertolini sotto una luce positiva “ Da Voi, Commissario Supremo, voglio però una promessa. Questa: che la violenza e l'arbitrio non abbiano ragione sui diritti del popolo. Nessun soldato tedesco ritenga di avere maggiore diritto di un qualsiasi cittadino per il semplice fatto di portare un fucile. Il Commissario Supremo annuì.”

Ma più interessante ancora mi sembra il  proclama che annunciava alla popolazione la costituzione della Zona d' Operazione sulle pagine de “Il Trentino“ in data 18/09/1943 : “ Proclama del Commissario Prefetto de Bertolini :  Nell'assumere dalle mani del Commissario Supremo per le province di Bolzano, Trento e Belluno, l' incarico di Commissario Prefetto, invito la popolazione trentina a mantenersi calma, attendendo al proprio lavoro. Sarà una delle mie prime cure di provvedere acché la vita civile, in quanto lo consentano le operazioni di guerra, rientri nelle condizioni di normalità. Invito i cittadini ad espormi senza inutili formalità le loro domande riflettenti cose di   pubblico  interesse, promettendo loro di aiutarli nei limiti delle possibilità del momento. Dal canto mio attendo che la popolazione collabori onestamente, in modo, che sia raggiunta la finale vittoria delle armi germaniche; solo così potrà un giorno nelle migliorate condizioni di vita raccogliere il compenso per i sacrifici ora sopportati.”  Due elementi appaiono con particolare chiarezza in questo proclama del Commissario Prefetto de Bertolini :

1) la semplificazione della vita amministrativa, come abbiamo visto anche nel caso dell' Alto Adige; 2) la frase   “sia raggiunta la finale vittoria delle armi germaniche”, che Ada Saletti, sua dattilografa, testimoniò durante al processo a de Bertolini essere stata aggiunta dal Consigliere Germanico Kurt Heinricher a posteriori ed all'insaputa di de Bertolini.

 Si ritrova insomma, di nuovo, la concezione della politica ridotta a buona amministrazione e alla ricerca della coesione sociale, ma a quanto mi consta il Commissario Prefetto, nonostante le sue lodi  “ Da questi oggetti, che non servono più che di ingombro, la proverbiale tecnica tedesca sa creare dei tessuti, che possono  fornire ancora degli indumenti atti per il soldato. alla potenza occupante, non si espresse in alcun modo, se non indirettamente, sulla natura intrinseca del regime nazionalsocialista, né d'altra parte   la questione fu mai sollevata in alcun modo dalle numerosissime persone che si rivolgevano a lui in cerca d' aiuto. Sembra quindi che a prevalere nel suo giudizio fu la necessità di evitare uno scontro frontale con i tedeschi ed allo stesso tempo la guerra civile fra la popolazione, che d'altronde egli volle reprimere in modo piuttosto duro, incoraggiando in questo modo la popolazione a lottare per compiere il proprio dovere in difesa di una giusta causa, per il benessere e la legalità che a lui in quel momento veniva affidata dall'occupante, la quale aveva grande fiducia nel suo operato come dimostrano queste lettere :

   “Risulta evidente che il trattamento dei nostri internati lascia molto a desiderare, se non è loro concessa nemmeno la possibilità di comunicare con le famiglie e viceversa. C' é anche la Croce Rossa che provvede all' uopo, ma perché é necessario l'intervento della Croce Rossa, come se si trattasse di interferire con dei nemici anziché con degli alleati, e non é più efficace l' intervento delle nostre autorità, dato che tra il Commissario Supremo per la Zona d' Operazioni delle Prealpi ed il Governo del Reich mi sembra corrano relazioni assai buone?.”   : “Egregio Signor Prefetto, scusi se con questa mia uso rivolgere poche parole alla gentil Sua persona, ma sapendola buona sono obbligato. Non saprei proprio Signor Prefetto perché esista ancora tante ingiustizie noi qui trentini di nome e di fatti non siamo più capaci di avere una casa un' occupazione che ciò é tutto per li italiani, noi qui ci licenziano giornalmente dalle officine e dagli uffici e dobbiamo abbandonare moglie figli madre per recarci lontani a lavorare mentre gli italiani occupano tutti i nostri posti, dovrebbero essere loro che girano dopo in più il male che parlano di noi e nostri alleati, noi non si dovrebbe lasciare i nostri paesi, una madre ammalata, una sposa con cinque o sei piccoli bambini non é giusto Signor Prefetto , se fosse per fare il nostro servizio alla patria e nostro dovere ma non per lasciare i nostri traditori già due volte ai nostri posti. Così Signor Prefetto buono e giusto come siete abbiate cuore anche per noi, mettete una legge che prima di licenziarci noi trentini e dintorni siano loro che lasciano ciò. Sperando presto avere buone speranze su voi Signor Prefetto in un cambiamento sennò dobbiamo rivolgerci al comando supremo. Vi ringraziamo a nome di molti operai e operaie di Trento e Rovereto. Con  stima un operaio per tutti.  favorendo in questo modo il gioco dei piani annessionistici nazisti. A ciò si aggiungeva il distacco giuridico,  ed il tentativo di assicurarsi i favori della popolazione mediante un regolare rifornimento annonario.

Il regime nazista tese a fomentare i separatismi locali in quasi tutte le regioni europee conquistate, tranne forse in Ucraina occidentale e in Bielorussia in cui vi erano già forti sentimenti antirussi, ma che il regime nazista non ritenne opportuno sfruttare a causa della sua viscerale concezione antislava. Anche nella Zona d'Operazione “Adriatisches Küstenland” le autorità naziste, prevalentemente austriache e carinziane,  fecero in modo di fomentare il nazionalismo friulano in funzione antitaliana e soprattutto spinsero i due gruppi etnici, gli sloveni ed croati contro gli italiani. Gli italiani a suo tempo erano stati violentemente snazionalizzatori, ma ora venivano contrapposti dai nazisti alle popolazioni slave in modo da potere fungere da arbitri e padroni del complesso mosaico etnico della regione e reggere così l'intero fronte balcanico.

Come intendeva realizzare il Gauleiter Hofer il distacco della provincia dal restante territorio italiano? Anzitutto chiudendo tutti i canali di comunicazione istituzionali con il resto d'Italia, e mettendo al fianco del Commissario Prefetto de Bertolini il Consigliere Germanico Kurt Heinricher, il cui nome di << consigliere >> poteva però ingannare, come ricordade Bertolini nel suo primo memoriale di difesa allorché si trovò ad essere processato nell'immediato dopoguerra per collaborazionismo ma assolto perché operava in condizioni di forza maggiore. Così testimonia il de Bertolini : “Più importante mi è sembrato che l'Hofer si era manifestato irriducibilmente antifascista e che a questo mirava il dott. Heinricher, che era il vero capo della provincia, era in diretta congiunzione telefonica col Commissario Supremo, ne eseguiva gli ordini, ne interpretava le direttive. Io gli ero subordinato e le parti erano invertite: mentre il nome lo faceva apparire mio consulente, la realtà affidava a me il compito di illuminarlo, predisporlo, calmarlo. Ogni mio scritto diretto al Commissario Supremo doveva essere presentato a lui prima di essere  spedito. Se non gli andava me lo ritornava. Colle autorità militari e la gendarmeria potevo corrispondere solo per suo tramite. Le disposizioni ministeriali dovevano essere inviate a Bolzano prima di venir applicate. La corrispondenza col Ministero doveva passare per Bolzano. Perfino negli affari comunali l'ingerenza era continua e curata non soltanto dai consiglieri germanici addetti alla Prefettura, ma perfino da un incaricato immediato del Commissario Supremo nella persona dell' avv. Dott. Mario Ravanelli di Bolzano che girava da comune in comune e provvedeva a sostituire i capi. Di tale stato di cose tutti erano al corrente, non solo in ufficio, ma anche fuori.”

Appare evidente da questa citazione il ruolo relativamente secondario del de Bertolini nell'amministrazione della provincia da parte dell'occupante tedesco, che gli aveva prefigurato un ruolo di mero esecutore delle direttive che venivano dall'alto, salvo concedergli un ruolo relativamente autonomo nell' amministrazione delle emergenze  umanitarie, che assolutamente non mancavano, come mi risulta dalla lettura di centinaia di lettere che si rivolgevano all' avv. De Bertolini in cerca di aiuto morale, ma anche, e molto spesso, materiale. Questo suo ruolo umanitario fu riconosciuto nella sentenza di assoluzione della Corte d'Appello di Trento  qui citata in nota.

 

L’atteggiamento della popolazione.

Le autorità naziste avevano elaborato una strategia molto stringente ed efficace per annettere il territorio al Reich:

 1) in un primo tempo la fornitura a fini propagandistici di beni alimentari di cui si sentiva una disperata necessità;

2)  un aumento dei salari della popolazione del 30% ;

3)          la promessa di mantenere l'ordine in regione;

4) il ripristino delle autonomie comunali;

 5) una semplificazione della vita amministrativa;

 6 una valorizzazione esasperata della cultura locale;

7) il distacco della provincia dal tessuto connettivo italiano dal punto di vista amministrativo e giuridico.

In un primo tempo la politica di pacificazione del territorio del Gauleiter Hofer si servì del rifornimento annonario per ottenere il consenso della popolazione e la tattica sembrò funzionare, ma a partire dalla primavera del 1944 le ripetute sconfitte dalla Wehrmacht sul fronte orientale, impedirono all'economia tedesca di spogliare quei territori e la dirigenza tedesca si trovò ben presto costretta a scegliere se continuare a rifornire di alimenti le zone occupate per ottenerne una progressiva pacificazione oppure nutrire le proprie truppe e la propria popolazione. E' evidente che in mancanza di un surplus alimentare la scelta non poteva che ricadere sulla seconda opzione se si voleva evitare che il fronte interno tedesco cedesse.

 La questione annonaria divenne centrale per le condizioni di vita della popolazione, come testimoniato dal seguente rapporto dei carabinieri di Pergine Valsugana:A Pergine non sono giunti la pasta e la farina da polenta per il mese volgente, essendo quasi la fine del mese, lo zucchero dei mesi di settembre e ottobre. Per questo la popolazione protesta e nel pomeriggio del 22 corrente. Un gruppo di una sessantina di donne ha inscenato a Pergine una dimostrazione di protesta, imprecando contro le organizzazioni e le autorità italiane che, secondo loro non sanno intervenire in favore del popolo bisognoso e proteggono la borsa nera. Le donne perciò si portavano davanti al Comando Militare Germanico che ha sede in piazza del Comune, chiedendo l' intervento delle Autorità germaniche” e fu determinante per l’atteggiamento della popolazione trentina nei confronti dell'occupante, che, costretto a  sua volta a fare i conti con le proprie necessità alimentari,  procedette a  sequestrare  le derrate alimentari agli agricoltori trentini  per uso personale o per portarle agli ammassi, ad un prezzo minore di quello di produzione. Il risultato di questa politica fu, a partire dalla primavera del 1944, una vera e propria esplosione del mercato nero ed un aumento generale dei prezzi, limitando seriamente il potere d'acquisto della popolazione già stremata dalla guerra.

Ciò, ovviamente, non giovò all’amministrazione tedesca ed alla sua popolarità, che iniziò nettamente a scemare a partire dall'autunno del 1944, soprattutto quando all’esproprio della produzione, seguirono il lavoro coatto (come viene ben descritto da Manci: “Anche per il fronte del lavoro, si é iniziata, con la zelante collaborazione dei comuni, una larghissima coscrizione di mano d' opera maschile e femminile- con immediato invio in Germania. Bisogna riconoscere che queste chiamate hanno distrutto il senso di accomodante e benevola attesa della maggioranza della popolazione verso i nostri amici. Come logica reazione aumenta il numero degli sbandati”42 ), o il servizio militare obbligatorio a cui gli uomini venivano costretti mediante precettazioni la cui elusione implicava la prigionia dei congiunti di coloro che vi si sottraevano. Scrive in proposito Anna Menestrina : “Nuove chiamate alle armi. Nessuno scampa più. Anche quelli che sono sui lavori ricevono la cartolina per presentarsi alle caserme. Mamme e spose piangono..... uomini che se ne vanno. Non giova più avere uffici di scuola, impiego etc. Non c' é nessun esonero. Solo ancora i medici e i farmacisti. Per ora, almeno.    Un’altra misura che di certo non giovò alla popolarità dell’occupante fu quella dei prelevamenti coatti di generi alimentari, come annota Silvio Gobber, gestore della cooperativa di Prade : “ La S. S. leva il blocco a Primiero e se ne va dopo aver frugato i dintorni per scovare i partigiani. Raccontano che furono prelevate quattro vacche e incendiati dei masi; chi non dava informazioni precise sul conto dei partigiani veniva schiaffeggiato.”

Malgrado tutto, l’atteggiamento della popolazione rimase però incerto: varie sono le posizioni politiche che si ritrovano nei documenti d’epoca e che vanno dall’accondiscendenza verso l’invasore ad un atteggiamento di rifiuto totale nei suoi confronti; anche nei confronti dei partigiani quello che emerge è  un sentimento ambiguo, che pian piano, mentre sempre più chiara si delinea la sconfitta tedesca, si trasforma in appoggio esplicito al movimento partigiano. 

Ecco alcuni esempi tratti dal diario di Anna Menestrina che annota in data 14/08/144 : “ I ribelli hanno fatto saltare un ponte sul Leno e danneggiato l'acquedotto, così Rovereto é senz'acqua. I giornali ammoniscono che in casi di sabotaggio simili a questo, saranno arrestate persone del luogo- uomini, donne, ecclesiastici, senza distinzione- e tradotti come ostaggio. Che si può fare?Affidarsi alla misericordia del Signore.“

Si percepisce un atteggiamento di sospensione del giudizio o di accettazione di una realtà fattuale, senza alcun giudizio politico sul loro operato, che tuttavia può essere interpretato in modo positivo se si considera   come fosse difficile per un cattolico concedere la totale approvazione ad un movimento che agiva al di fuori della legalità e che necessariamente uccideva e rapinava per fornirsi dei mezzi necessari al combattimento. E’ evidente dalla lettura del diario come nel dipanarsi della vicenda il coinvolgimento emotivo si trasformi  in giudizio politico solo  a tratti e che su alcuni argomenti, permane una sorta di “zona grigia“ che viene “squarciata” soltanto con la fine della guerra, evolvendosi in una approvazione integrale dell' operato dei  “patrioti“ :“ La guerra é finita. La Germania si é arresa senza condizioni. Ora si fa appello ai patrioti e a tutti coloro che amano la Patria per risolvere senza troppi orrori questi momenti decisivi. Si ordina quindi ai Patrioti di scendere immediatamente da tutti i posti e impedire la ritirata ai germanici; di impedire devastazioni e asportazioni di roba; di opporsi a chi volesse rifugiarsi tra i monti. Si ordina di occupare subito tutti i posti pubblici, le caserme, gli uffici e vegliare all' ordine sulla città in attesa dell' occupazione. Che fremito ci scuote l'anima! Non é l' orgoglio nazionale del 1918 quando uscivamo   dalla guerra vincitori. Oggi usciamo con l' anima a brandelli e la Patria in rovina.“

L'atteggiamento verso i partigiani rimane ambivalente per tutto il diario, mentre quello verso i tedeschi è di fastidio, di noia e sarà così per tutto il diario :  “ Continua il passaggio di truppe germaniche. Numerosissime. Oggi, andando in S. Maria (è la festa patronale dell' Assunta) ho dovuto passare davanti ai carri armati germanici che occupano tutta la piazza davanti alla chiesa. Carri armati in via Prati, in via Rosmini, in   via Barbacovi..... germanici nelle scuole di via Verdi, alle Sanzio, alle Scuole Commerciali....... Tutta la città ne é piena“.

Un tono ancora più accorato sulla situazione della Patria e della regione assume invece il professor Pietro Cortona nel suo epistolario con Beatrice Rizzi, futura direttrice del Museo Storico di Trento: “ Quanto le scrive R. Ha purtroppo un fondo di verità: il ceto rurale- che forma la gran massa del nostro popolo- angariato da una burocrazia rapace, oppresso da apparato legislativi cavilloso ed ingombrante, testimonio quotidiano di malafede, di raggiri e di cupidigie delle grandi e piccole autorità, sogna l' ordine e il paternalismo che non gli faccia difetto sotto quello stato che non é più ma di cui a Mosca si promise la rinascita: se al Trentino come certo all' Alto Adige si applicasse il plebiscito, esso andrebbe- non v' é alcun dubbio- perduto per la Patria!Alla classe rurale che pensa così si accostano gli arrivisti e gli opportunisti sempre più numerosi ed influenti i quali pensano a possibili autonomie, a qualche repubblichetta di tipo svizzero, lusingati dalla relativa calma politica che regna in questa regione prealpina per merito di un capo tedesco

Degno di nota è il fatto che Anna Menestrina e Pietro Cortona, nonostante il loro dolore per la situazione in cui versava la Patria ed il Trentino, si esprimono entrambi nei loro scritti a favore dell'operato del Commissario Prefetto de Bertolini, se non a livello politico (confine amministrativo posto a Borghetto e costituzione del C.S.T. per la sua intensa opera umanitaria effettuata in favore della popolazione senza alcuna distinzione politica, e per l’opera di concentrazione dell'amministrazione  e  della cura complessiva degli affari della regione nelle mani dei trentini.

E’ la prova di una sorta di convergenza nell'appoggio a de Bertolini tra la popolazione trentina che può essere suddivisa in almeno tre schieramenti :

·      filotedeschi o filotirolesi per qualsiasi ragione lo fossero (fiducia, paura, opportunismo, populismo, ignoranza della “vera”  natura del Terzo Reich);

·      attendisti senza alcuna opinione politica di sorta;

·      patrioti perplessi e amareggiati che disprezzavano la tendenza secessionista di una buona parte della popolazione, rimpiangevano il miserando stato in cui versava la Nazione ed al tempo stesso si sentivano rincuorati dalla presenza del Commissario Prefetto per l'amore e le capacità che questi profondeva in favore della sua terra natale

La situazione della provincia continuò a peggiorare progressivamente per la perdita dei territori dell'est, della Francia (a partire dall'autunno del 1944), e dei territori dell'Italia settentrionale attaccati dai partigiani che attaccavano gli ammassi allo scopo di danneggiare il consenso di cui i tedeschi godevano presso alcuni strati della popolazione, aggravando ulteriormente la situazione alimentare del Reich.

La Germania non riuscì più a garantire il rifornimento alimentare alla Zona d'Operazione come inizialmente stabilito, poiché l'attività partigiana distruggeva le carte annonarie destinate al sostentamento della popolazione civile e le liste di arruolamento, alimentando così il disordine sociale, che il Gauleiter Hofer cercò di controllare invano con ordinanze sempre più draconiane   . La popolazione si trovò presa nella morsa tra le rappresaglie tedesche e le azioni partigiane e sospettata dall' uno di parteggiare per l' altro e viceversa, come testimoniato da una lettera di de Bertolini : Si verifica la strana situazione per cui gli uffici tedeschi ritengono che gli abitanti di Folgaria appoggino i ribelli, mentre i ribelli li sospettano di collaborazione con i tedeschi.

La politica del Gauleiter, partendo dalla premessa che il regime nazista teneva in considerazione il benessere della classe lavoratrice, aveva cercato la pace sociale, concedendo da una parte l’aumento dei salari (in particolare di quelli degli operai) a condizione che non vi fossero ulteriori rivendicazioni salariali o rivendicazioni di tipo politico che sarebbero state represse con la violenza, tenendo dall’altro a restare in buoni rapporti con gli imprenditori privati.

Ad essi chiedeva un piccolo sacrificio in termini di profitto in cambio di uno immensamente superiore: l'ordine sociale ed il funzionamento a pieno ritmo delle industrie trentine in favore dell'economia di guerra del Reich. Questa politica accelerò l'industrializzazione del Trentino sotto l'impulso delle commesse belliche naziste, nonostante la propaganda tedesca illustrata dal giornale “Il Trentino“ ed indirizzata prevalentemente alle popolazioni rurali, insistesse sulla conservazione di una modalità di vita tradizionale.

Paradossalmente un altro fattore di “vantaggio“ del territorio trentino rispetto al resto d'Italia, considerata dai nazisti eminentemente un territorio da sfruttare, fu che i territori dell'Alpenvorland fossero destinati ad essere annessi direttamente al Reich; la circostanza  fece sì che la popolazione ed i macchinari industriali non fossero prelevati e portati in Germania, e gli effetti micidiali dell’occupazione nazista vennero in parte attutiti dalla lotta interna fra i vari organi di potere (“policrazia conflittuale“).

 

Gli inutili tentativi della RSI di fare valere i propri diritti nella ZOP Alpenvorland

La dittatura fascista tentò in ogni possibile occasione da fare valere i propri poteri, più nominali che reali, sulle due Zone d'Operazione. La documentazione in merito ci viene fornita in particolar modo dal fondo “Segreteria particolare del Duce- R.S.I. 1943-1945” presso l'Archivio di Stato di Roma ed il fondo dedicato alla documentazione relativa alla R. S. I. presso l' Archivio Storico del Ministero degli Esteri a Roma.

Già ad una prima lettura dei documenti appare subito evidente l'impotenza con cui il governo di Salò rivendicava i territori strappatigli, che i tedeschi insistevano a giustificare con la momentanea necessità di proteggere le linee di collegamento ferroviario del Brennero, che assicuravano il collegamento tra Germania ed Italia. Quanto questa risulti una verità molto parziale risulta dallo spesso carteggio tra i due contendenti tratto in buona parte dal libro dello storico britannico William Frederick Deakin, che analizzò in profondità i difficili rapporti tra Germania nazista e Repubblica Sociale Italiana.

Per l'Italia fascista si trattò in primo luogo di salvare quei territori che erano stati l'obiettivo dichiarato o meno, degli sforzi compiuti dalla nazione a partire dalla sua unità nel 1870, dalla firma della Triplice Alleanza voluta da Crispi con Austria e Germania nel 1882, ai sacrifici affrontati durante la Prima Guerra mondiale combattuta a fianco dell’Intesa in base al patto di Londra firmato nel 1915. In queste terre era nato lo stesso spirito del fascismo, “lo spirito delle trincee”; più prosaicamente esse avevano costituito l’importante avamposto da cui sarebbe partito il progetto imperiale di Mussolini verso i Balcani.

Dopo il 1943 la Repubblica di Salò si trovò in una posizione estremamente debole nei confronti dell'”alleato-occupante” e le cui uniche leve di potere su cui poteva contare, consistettero nel dilazionare o meno i finanziamenti alle due Zone d'Operazione, e nel fornire un sufficiente numero di uomini per le repressioni antipartigiane. In realtà i tedeschi non procedettero mai a una annessione formale di questi territori al Reich solo perché un tale atto avrebbe suscitato in tutta Italia una esplosione di indignazione tale da far mancar loro l’appoggio necessario per la continuazione di una guerra dalle sorti sempre più incerte e che richiedeva continuamente nuove risorse umane ed economiche .

Particolarmente importanti sono a questo proposito le dichiarazioni della classe dirigente nazista Ribbentrop, Rahn, Goebbels, già citati nel secondo capitolo ed a cui ora ritornerò brevemente: “ Il Duce probabilmente solleverà con il Führer la questione dello status delle zone operative sulle coste adriatiche e nelle zone alpine. So che si è occupato del problema senza interruzione e con frequenti e violente reazioni. Ha seguito attentamente <<la stampa tedesca in queste zone>> e in particolare le vecchie tendenze austriache. In alcuni provvedimenti presi dall'alto commissario, il Duce vede la preparazione dell'annessione futura di queste zone alla Germania...Sono riuscito sinora a impedire che il Duce e alcuni membri del suo governo si preoccupassero troppo del problema delle zone operative e a far comprendere loro la necessità delle misure adottate dall' Alto Commissario. Ma in complesso l'autorità del governo italiano e il suo contributo al comune sforzo bellico in vari settori... hanno assunto un'innegabile importanza; di qui la tendenza del Duce a metterci di fronte a faits accomplis e a sondare le nostre reali intenzioni con piccole punzecchiature esplorative” 

Risulta chiaro da questi brani come la tattica tedesca consistette prevalentemente nel rispondere evasivamente alle sempre più insistenti richieste del governo della R.S.I.  per continuare a godere della sua sempre più riluttante collaborazione, mentre contemporaneamente avviava i preparativi per una possibile annessione, che consistettero in una progressiva nazionalizzazione delle popolazioni autoctone di etnia tedesca, gli altoatesini, ed una progressiva snazionalizzazione di quelle italofone, in questo caso i trentini.

Nell'ambito dell’altra Zona d'Operazione, la Zona Adriatisches Küstenland, i nazisti cercarono di rinfocolare l'odio delle popolazioni slave e le loro pretese territoriali nei confronti dei territori italiani e di quelli recentemente conquistati dall'imperialismo fascista, come la zona di Lubiana :  “ Circa la questione delle rivendicazioni croate e in generale dei popoli balcanici verso territori già annessi all' Italia, o all'Albania, esse sono state avanzate su precise disposizioni del Governo del Reich, il quale desidera assicurarsi l'amicizia dei popoli balcanici, ultimamente un po' vacillante, attraverso concessioni e una buona campagna propagandistica.

La reazione italiana all’occupazione delle due Zone d’Operazione da cui pervenivano rapporti sempre più preoccupantinon si fece comunque attendere. Scrive Serafino Mazzolini, ministro degli Esteri della R.S.I.: “ Sulla questione non sono mancati i passi qui fatti presso l'ambasciatore Rahn, passi che però non hanno sortito effetto alcuno. Sono pertanto d'avviso che sarebbe utile richiamare su quanto precede l'attenzione della Führung, insistendo particolarmente sul concetto che diviene difficile, per non dire impossibile, convincere gli italiani che bisogna essere strettamente uniti e combattere con la Germania, quando questa è il paese straniero che per primo avanza pretese su parti del territorio italiano e che priva il governo italiano della sua sovranità, nonostante tutte le affermazioni di alleanza, di lotta comune e di difesa contro la rapacità del nemico.

Tali iniziative rimasero comunque prive di un risultato concreto come testimonia questa sibillina dichiarazione di Ribbentrop : “ Se la Germania perde la guerra, la sorte dei confini italiani sarà senza dubbio pregiudicata chissà per quanti anni; se la Germania vince la guerra, la questione delle province di frontiera sarà certamente esaminata dal Führer insieme al Duce con quello spirito di comprensione e di amicizia che ha sempre caratterizzato i rapporti tra i due capi. Non bisogna sentire perciò preoccupazioni di alcuna natura.

Nella successiva storiografia di matrice neofascista si è voluto sottolineare il ruolo positivo che la R.S.I. avrebbe avuto nell’impedire la frammentazione dell’Italia e l’annessione delle due ZOP da parte della Germania. In realtà la Repubblica di Salò si trovò sempre in una condizione di grande debolezza e poté posticipare nel tempo l'annessione, che non avrebbe potuto probabilmente impedire se il Reich avesse vinto la guerra.

 

La stampa

La propaganda tedesca venne svolta principalmente sul quotidiano “ il Trentino“ che fu diretto da Mario Giovanni Paoli trentino e giornalista professionista I tedeschi cercarono di fornire una rappresentazione dei partigiani come di persone che disonoravano il concetto di guerra tradizionale, attentando alla serena convivenza della popolazione senza fornire alcun contributo rilevante alla vittoria degli avversari del nazionalsocialismo. Scrive “Il Trentino“ “ In questo genere di guerra il mito dei popoli in arme manca di ogni fondamento. Al contrario: le bande sono divenute molto più dannose per le loro stesse popolazioni che un vero pericolo per le forze armate tedesche.  Spontaneamente accorre solamente la gentaglia, banditi di mestiere, in pace ed in guerra. Perciò i capi devono organizzare il terrorismo tra le loro stesse popolazioni. I borghi intenti al lavoro, per la loro pacifica vita quotidiana, vengono aggrediti ed incendiati e gli uomini in grado di combattere vengono portati via. Chi si dimostra renitente viene ucciso, donne e bambini compresi. La popolazione non osa reclamare e la segue intimorita nei boschi. Beni ed averi le sono  già quasi tutti tolti e quindi essa non vede più alcuna via d' uscita. Dove le bande si vedono incitate a ripulire, depredano con aggressione improvvisa ed uccidono. Dove le bande hanno posto il loro dominio, su singoli tratti di territorio, il loro contegno non é meno sanguinario. Essi, secondo la terminologia bolscevica, possono chiamarsi anche <<partigiani>>- cioè appartenenti ad un partito sovversivo- ma restano sempre estranei alle vicende del luogo ove si trovano e sono incaricati di attentare alla quiete pubblica.“

Gli elementi che la propaganda tedesca utilizzò furono essenzialmente il disconoscimento del valore politico dell'operato delle formazioni partigiane, che vennero rappresentate come banditi da strada, gentaglia al di fuori della legalità, ( il termine tedesco adoperato, particolarmente forte, é Gesindel) che danneggiava e distruggeva villaggi e città, comportando ingenti danni alla popolazione industriosa e pacifica, costretta a fuggire nei boschi. Si nota all'interno di questi articoli una fin troppo evidente divisione tra “noi“ e “loro“, un “bianco“ e un  “nero“ tra chi era parte integrante della comunità e viveva in conformità alle sue leggi e chi ne viveva al di fuori.

Altro elemento di cui si avvalse la propaganda nazista fu il fatto che la guerra partigiana fosse una  guerra senza onore, al di fuori delle regole del combattimento tradizionale.  Jens Petersen,   spiega in modo esauriente come la guerra partigiana risultasse assolutamente incomprensibile per i militari tedeschi e per questo venne repressa con particolare ferocia. Scrive Petersen : “ Né nelle memorie di Kesselring né in altre testimonianze scritte da militari tedeschi v'é posto per le motivazioni politiche, etiche e patriottiche della Resistenza. Qui emergono tre ordini di motivi che potrebbero suffragare l' estraneità e il distacco: 1) la chiusura del tedesco- legato alla legalità, alla fedeltà allo Stato ed all' obbedienza- al fenomeno della Resistenza in generale; 2) il rifiuto e la perplessità del militare di carriera tedesco di fronte ad ogni forma di << guerra piccola>>, di guerriglia che comporta la disintegrazione della concezione tradizionale della guerra e l' abolizione delle differenze tra popolazione civile e i militari. In Germania non esistevano forti tradizioni << garibaldine>> della volontarietà, della spontaneità e della organizzazione autonoma. Come ha già dimostrato l' esperienza di Garibaldi nella guerra franco prussiana nel 1870-71 l' incomprensione dei militari per la guerriglia poté condurre rapidamente alla criminalizzazione di tale fenomeno;3)oltre a queste due barriere mentali, bisognerebbe ricordare anche certi tratti specifici dell' immagine che i tedeschi avevano dell' Italia. Le azioni di guerriglia portarono in superficie aspetti tradizionale del carattere del popolo italiano così come erano stati descritti e fissati attraverso alcuni secoli dalla letteratura tedesca sull' Italia Nel<< Welschen>> ( un termine tedesco adesso caduto quasi in disuso che stava ad indicare tutto ciò che é <<latino>>, con una connotazione spesso spregiativa) erano concentrati tutti i possibili aspetti del machiavellismo, cioè tradimento, perfidia, slealtà, crudeltà e anche disumanità.” 

Un’ulteriore conferma di questo fatto viene dal mancato riconoscimento anche lessicale del fenomeno della Resistenza da parte dei militari tedeschi, che in tedesco poteva essere chiamata soltanto “Bandenkrieg”, guerra di bande.

Lo stesso pensiero esprime nel libro di Isabella Bossi Fedrigotti il Consigliere Germanico Kurt Heinricher, alias Kurt Stauderer, che dice :  “Alcune delle condanne furono in effetti firmate dal Commissario Supremo ( e non furono solo opera della Gestapo), ma ci trovarono tutti d' accordo. In cosa consistevano infatti le azioni partigiane se non nello sparare, dal nascondiglio dei boschi, a militari tedeschi ignari che salivano lungo le strade delle valli per trasporti vari, perlustrazioni, o semplice passaggio di truppe? Azioni di cui i <<patrioti>> andavano assai fieri, ma che a noi sembravano vili tradimenti”.

Un altro aspetto che viene messo in evidenza dalla propaganda filonazista ne “Il Trentino è l'istituzione del Tribunale Speciale che aveva il compito di soffocare ogni pur minima  forma di ribellione al sistema di dominio instaurato dal regime del Gauleiter Hofer in Trentino. Esso aveva  il compito di proteggere e garantire gli “interessi tedeschi” e gli “interessi tedeschi sono sempre in gioco quando le esigenze della condotta di guerra, il mantenimento dell' ordine e della tranquillità e la tutela della popolazione richiedono un procedimento rapido ed efficace.” Il giornale ribadisce ancora una volta il concetto del giusto rigore da applicarsi contro coloro che agiscono in deroga alle leggi della Comunità, anche se in questo caso il termine viene meno accentuato rispetto al suo omologo bolzanino che parla di “Comunità popolare”. Scrive ancora “Il Trentino” : “Il Führer ha quindi istituito nel grande Reich Tribunali speciali con competenze speciali,il cui compito é particolarmente quello di procedere contro tutti i nemici della comunità rapidamente, efficacemente e se necessario con ogni rigore. Per i sabotatori e i mestatori, per gli <<sciacalli>> che agiscono nelle zone colpite dai bombardamenti aerei, non c'é posto in questa guerra. Essi cadono sotto la spada della giustizia.”

Due autori che si sono particolarmente interessati alla stampa collaborazionista sono il professor Vittorio Paolucci  e Marco Donatoni che ne hanno analizzato in profondità i contenuti. Lo stile ed il contenuto de “Il Trentino” si richiamavano fortemente al coevo giornale filonazista “Bozner Tagblatt”, differenziandosi soltanto per la minore enfasi del “Il Trentino” su alcune tematiche, quali l'esaltazione del ceto contadino nell'ambito della dottrina del “sangue e della terra” e l’importanza delle istituzioni  sociali naziste .

Le altre tematiche adoperate ne “Il Trentino” non si differenziavano in alcun modo da quelle utilizzate nella stampa nazista dell'epoca. Ecco cosa scrive ad esempio “il Trentino“ sull'alpinismo trentino e sugli effetti che produce sulla gente di questa terra :“ Parlare dell' alpinismo trentino significa penetrare in una forma di attività, dove l' anima e il carattere della nostra gente si rivelano in tutte le loro qualità più spiccate .Così l'alpinista trentino si é sempre imposto per la sua azione silenziosa e schiva da esibizionismo e da vane esteriorità. Anche negli ultimi tempi, in cui la stampa dedicava spesso spazio abbondante a roboanti resoconti di imprese, che non sempre meritavano una pubblicità tanto sonora, creando glorie e gloriuzze di un giorno, l' alpinismo trentino manteneva quella linea tradizionale di serietà severa, dando esempio di una modestia, che é conseguente alla grande lezione di vita, che la montagna dà a chi la pratica con sentimento sincero“.

Non mancavano dei consigli ai lettori per la vita quotidiana e per un miglior sfruttamento delle risorse di cui disponevano, che se da un lato li distraeva dall'affrontare tematiche più impegnative, dall' altro dava l'impressione di un concreto aiuto ai lettori in difficoltà, soprattutto a partire dall' inverno del 1944. Non mancavano i riferimenti alla donna quale “angelo del focolare” epitome dell' ideologia tradizionalista e paternalista che stava dietro alla propaganda ufficiale del regime che coincideva in questo caso con la concezione nazista del ruolo della donna nella società. Scrive  “Il Trentino:  “ Saranno sufficienti alcuni piccoli accorgimenti per assicurare un riscaldamento razionale. Ed é alla brava massaia che, come alle vestali, é demandato il compito di custode del fuoco, affinché il calore prezioso non si volatilizzi, insieme al denaro speso senza essere utilizzato. Questo tipo di consigli faceva parte di una tattica indirizzata ad invitare la popolazione ad utilizzare le proprie risorse con la maggiore oculatezza possibile e si inseriva in quella strategia di più ampia portata che consisteva nel distrarre ed occupare il più possibile la popolazione con argomenti della (difficile) quotidianità, dandole una parvenza di normalità e allontanandola dalla realtà della guerra, impegnandola in futili attività come l'indizione di una corsa col sacco in una sorta di campagna di disinformazione che la astraesse il più possibile dai gravi avvenimenti politici che si stavano verificando nella regione.

Sempre su “Il Trentino” si poneva l'accento sull'esistenza di una specifica “arte trentina” distaccata dal contesto italiano, in modo ovviamente inverso a quanto avveniva sulle pagine del “Bozner Tagblatt” di Bolzano che mirava a rafforzare il sentimento di appartenenza degli altoatesini all'area culturale germanica. Negli articoli si nota un'esaltazione della natura che influisce in modo diretto sul carattere della popolazione trentina, conferendogli serenità ed allo stesso tempo severità, una completa eliminazione dell' elemento cristiano nell'arte locale, ed una preferenza per l'arte paesaggistica e di tipo ruralista, omaggio indiretto ad un mondo che si cercava di salvaguardare dalle “dannose”   influenze esterne.

Il giornale di propaganda si soffermava anche sui meriti dei personaggi illustri locali come Luigi Negrelli, progettista del canale di Suez, di cui nell'articolo si lodava l'ingegno, l'abilità ed il contributo prestato al progresso della civiltà mondiale, ma il cui progetto fu defraudato e messo in opera dal francese De Lesseps  in combutta con la Compagnia Universale detenuta da capitali francesi. Il fatto che non potè che provocare il biasimo de “Il Trentino” per le abitudini “predatorie” ed “imperialiste” del grande capitale anglo-francese  : “ La Compagnia Universale, sfruttatrice in un primo tempo dell' ingegno degli italiani ed in seguito dei traffici di tutte le Nazioni.” Altri elementi evidenti alla lettura de “Il Trentino” furono la presenza di una limitata  propaganda antisemita ed il tentativo di operare un distacco, anche psicologico, dall'Italia e da Roma.  Non ha bisogno di alcun commento la frase che appariva sul frontespizio del giornale “ Le leggi della Repubblica Sociale non trovano applicazione all' interno della Zona d' Operazione Alpenvorland” e una colonna dedicata al  “Notiziario romano”. Per quanto riguarda la politica estera non si nota alcuna sostanziale differenza rispetto a quanto pubblicato sul giornale bolzanino ed in generale alla stampa nazista. Al posto dell'ideologia subentra un' analisi storica e politica più razionale e lucida che fa scrivere a “Il Trentino”:  “ Come nel passato, il comunismo staliniano continuò a sventolare la bandiera del proletariato, ma il suo vero obiettivo fu quello di riprendere con nomi e metodi diversi la politica zarista di espansione verso i mari e d' imporre la direzione della Russia in Occidente. Così il comunismo, nato come idea e dottrina pacifista a carattere universale, si é trasformato in un nazionalismo delirante.” Manca in questa analisi, condivisibile o meno che sia, lo stile “appariscente”, pieno di aggettivi altisonanti e roboanti tipici della propaganda fascista che non poteva essere apprezzato dalla popolazione trentina dall'indole piuttosto riservata e amante della concretezza.

Non diversamente viene trattata la questione del ruolo che l'Europa, nell'ambito di una coalizione guidata dalla Germania, potrà assumere in un mondo ormai guidato dalle “potenze laterali” Usa e Urss, che minacciano di schiacciarla e sostituirla nella leadership mondiale.  La vecchia Europa, troppo divisa all’interno da secolari rivalità, poteva essere riunificata solo dal Führer nell'ambito del suo programma contro il bolscevismo e le plutocrazie anglosassoni, con la collaborazione delle numerose forze conservatrici europee che egli aveva riunito attorno a sé.

 In queste righe emerge un'Europa concepita come “terza forza” tra le due potenze ascendenti  e si profetizzava il declino dell’impero britannico che la lotta sostenuta avrebbe indebolito a tal punto da far perdere “anticipatamente” il suo immenso impero coloniale.

 Ecco quanto scrive “Il Trentino: “ Gli Stati Uniti  denominano questo il secolo degli americani: in altre parole essi avanzano la pretesa di erigersi a tutori del mondo intero: Il bolscevismo batte, in teoria come in pratica, la stessa strada,solo con mezzi differenti. L'Inghilterra é senz' altro relegata ad una parte di secondo ordine. Essa infatti rimane tuttora attaccata alla vecchia tesi dell'equilibrio europeo e non si accorge che questo é ormai sorpassato dagli avvenimenti. Lo sviluppo degli eventi ha già superato da lungo tempo questo invecchiato concetto del mondo.

Ancora una volta l'analisi degli avvenimenti può essere discutibile, ma non si tratta unicamente di pura propaganda.

 Nell'articolo rivolto a lettori di lingua e cultura italiana manca, rispetto all'edizione tedesca, piuttosto simile, ogni specifico riferimento culturale all'Europa intesa come entità in divenire verso la meta della necessaria unificazione tra i popoli. Si trattava di una struttura di tipo organicistico-teleologico di derivazione idealistica di evidente matrice hegeliana, tendente alla costruzione di entità sempre più complesse ed ordinate in modo gerarchico, di cui la Germania nazista avrebbe dovuto essere al centro ed esclusiva leader, in una sorta di rinnovata dottrina Monroe europea, come aveva teorizzato l'eminente giurista del Terzo Reich, Karl Schmitt.

Mancava inoltre qualsiasi riferimento a quale ruolo i trentini avrebbero avuto in questo Nuovo Ordine europeo e che in qualche modo loro destinato.

Scrive infatti a questo proposito  Vincenzo Calì:   “ Sorge spontanea la domanda su quale sorte sarebbe stata riservata ai trentini in caso di vittoria delle armi germaniche; come razza inferiore, dotata però di alcune affinità con l' elemento germanico, avrebbe potuto ben servire alla colonizzazione dell' Est europeo. Si tratta di pure e semplici supposizioni ovviamente; i fatti storicamente accertati dimostrano comunque inconfutabilmente l'esistenza di precisi progetti nazisti di trasferimento di popolazioni (i cosacchi in Italia, tanto per fare un esempio) al fine di favorire-attraverso la frammentazione etnica e il mosaico delle nazionalità- una funzione germanica<<disciplinatrice>>.

 

Il CST

Il CST (Corpo di Sicurezza Trentino) rappresentò l'epitome del fenomeno collaborazionistico durante il periodo dell' Alpenvorland. Su di esso si é concentrata una letteratura regionale che ha finora lasciato alcuni punti in sospeso, anche se da essa risulta sufficientemente chiaro che l'adesione a questo corpo non fu affatto entusiasta, ma piuttosto dettata da uno stato di irresolutezza interna non maturata dalle tragiche esperienze di guerra vissute invece dalle generazioni più anziane ritornati in migliaia dai vari fronti di guerra o e dalle stringenti condizioni esterne. Così scrive Mario Chisté : Sono 2-3.5 che mettono insieme queste tradotte di migliaia di uomini che portano al macello per la Patria. Non statemi a parlare di Patria, la Patria é di tutti e se é di tutti perché (quei fascisti imboscati )non vengono con noi? Loro stanno al caldo comodi- comodi e dormono i loro sonni tranquilli perché hanno fatto il loro dovere.” Ed ancora : “Io ho parlato credimelo perché ho visto delle atrocità e agonie tremende e erano gente come noi. Io come guerra non ne ho fatta tanta ma bestialità ne ho viste anche troppe. Se le condizioni esterne, cioè la presenza delle truppe naziste, poté scoraggiare molti dal partecipare ad una Resistenza organizzata, altrettanto importante é l'atteggiamento di quei giovani che si sentirono troppo confusi per affrontare delle scelte decisive, ed il cui rifiuto del fascismo  introiettato dall'ambiente circostante non fu abbastanza forte da spingerli ad una aperta guerra partigiana contro l'invasore, come invece avvenne nel caso del CSB, il Corpo di Sicurezza Bellunese, in cui la stragrande maggioranza dei richiamati non si presentò all'ordine di precettazione militare emesso dalle autorità tedesche, preferendo aggregarsi alle formazioni partigiane che combattevano in montagna per liberare la regione dai nazifascisti, e caratterizzati , come vedremo nel prossimo capitolo dedicato al Bellunese, da forti istanze di rinnovamento sociale.

L'ordinanza del Commissario Supremo n. 41  estendeva l'obbligo di prestazioni militari a tutti i cittadini italiani di sesso maschile delle classi tra il 1894 ed il 1926 che avessero la residenza nel territorio della Zona d' Operazioni Alpenvorland.

Sul piano giuridico un provvedimento come quello preso dalle autorità nazista era tutt'altro  che conforme alle regole del diritto internazionale, in conformità all'articolo 44 del Regolamento dell'Aja del 1899, sottoscritto e mai abrogato dalla Germania, secondo il quale é vietato forzare la popolazione di un territorio occupato a partecipare ad operazioni militari contro il proprio Paese.

 L'inquadramento della popolazione venne perseguito mediante l'adozione di ulteriori misure coercitive per fronteggiare il meglio possibile la situazione di crisi in cui si sarebbe venuta a creare la ZOP Alpenvorland, nel caso sempre più probabile di un cedimento del fronte tedesco nell'Italia meridionale, ipotesi che aveva consigliato alle autorità tedesche l'adozione di provvedimenti sempre più rigidi. Il temuto crollo delle armate germaniche davanti all'incalzare degli eserciti alleati rese ancora più urgenti i lavori per l'allestimento di un ridotto alpino fortificato ai confini meridionali del Reich, incrementando di conseguenza l'esigenza di disporre di personale militare o militarizzato da adibire alla costruzione delle difese, alla sorveglianza dei cantieri contro gli attacchi delle “bande”, e al mantenimento del controllo delle principali vie di comunicazione minacciate dal risveglio della guerriglia.

Incaricato della repressione dei renitenti, era il Tribunale Speciale di Bolzano. Per gli inadempienti era prevista la pena di morte, il carcere duro oppure la detenzione dei familiari più stretti. Quest'ultima misura, chiarisce, almeno in parte quale spirito animasse i giovani trentini che si presentarono alle armi.

Questo il quadro in cui si trovarono ad operare i militi del CST. Rispondente a queste esigenze tedesche, l'ordinanza di de Bertolini cercò di mascherare le esigenze avanzate dal Gauleiter Hofer, (che intendeva gestire la questione della sicurezza limitando al massimo l'intervento degli altri organi nazisti a ciò preposti, in particolare le SS), con una retorica ricolma di preoccupazione per le sorti della “piccola patria“ e della “conservazione dell'ordine sociale“ basato su un paternalismo di fondo che lasciavano trasparire una certa predisposizione al quieto vivere ed al compromesso. Appare evidente in simili affermazioni  lo sforzo di ammantare di un'aura di nobile esclusività quella che rimaneva la mera esecuzione di un ordine impartito dall'alto, che al di là delle acrobazie verbali, più prosaicamente si traduceva nella creazione di un efficace strumento di repressione da subordinare ai voleri dell'occupante.

Le divise tedesche utilizzate dal CST avevano il compito evidente di snazionalizzare i giovani trentini, di abituarli al pensiero di fare parte di un'altra entità statale e di alimentare una sanguinosa   guerra intestina (gegeneinander spielen) all'interno della regione, creando così le condizioni per il distacco del Trentino dal resto dell’Italia.

Non è chiaro se l'avvocato de Bertolini si fosse reso conto delle manovre tedesche o avesse volutamente, ancora una volta, scelto una soluzione “pragmatica“, evitando così che gli arruolati finissero a combattere sul fronte orientale. Scrive Mario Pizzini, autore di una Tesi di Laurea sui corpi militari e paramilitari nell' Alpenvorland, in proposito :  “Fuori da qualsiasi eufemismo, fu ben presto chiaro che esso era stato concepito da subito per le esigenze di una guerra intestina interna alla comunità trentina, e che, aldilà dei nobili richiami alla <<Heimat>> locale, si rivelerà ben presto un' arma efficace nelle mani dell' autorità germanica.” 

A questo proposito risulta illuminante la testimonianza di un milite del C. S. T sull'uso del Corpo di Sicurezza da parte dei tedeschi :  “ Dopo qualche giorno dal nostro arrivo a Carpané, io e una ventina circa dei miei compagni del CST, mentre ci trovavamo nella caserma provvisoria, siamo stati radunati da due graduati delle SS tedesche i quali ci hanno ordinato di armarci e munirci dell' elmetto d' acciaio;siamo stati condotti ad un chilometro circa di distanza ove presso un edificio trovavansi ammassati, se ben ricordo, tredici partigiani fatti prigionieri. I medesimi sono stati allineati nei pressi di una siepe; quindi i due graduati delle SS ci hanno disposti di fronte ai prigionieri a circa tre metri di distanza. Dietro a ognuno di noi si é posto un militare della Kriegsmarine. Solo quando uno degli appartenenti alle SS ci ha ordinato di caricare il fucile e di puntare sui prigionieri abbiamo compreso che eravamo stati prescelti per comporre il plotone d' esecuzione e per forza maggiore abbiamo dovuto sparare sui partigiani. .

L'impressione che i militi del CST provocarono in Trentino fu generalmente negativa,  come testimonia una canzone dell'epoca  : “Vedi, han visi scarni, occhi neri, son slanciati, fronti   intelligenti. Italiani in germanica divisa! Marcian a passi rigidi, taglienti, senza fletter muscolo, tutti interi. Or odi un comando stridere duro ed erompe da quei petti improvvisa, in lingua tedesca, ve l'assicuro, una canzon germanica di guerra, aspra, energica, rauca, martellata, mentre i lor piedi spaccano la terra. E' questa, gioventù cresciuta e nata nella nostra italianissima terra?Stringe il cuor l'orribile parata.- Tutti li rinnegano e la Patria loro. Poveri ragazzi quei che obbligati furono, ma vergogna per coloro che di lor voglia si sono abbassati così vilmente, senza alcun decoro. Già i lor canti li hanno condannati. Milano, 28 maggio 1944. Italo Lunelli.”

Un brano particolarmente significativo tratto dall'ordine del battaglione n. 6 del CST può servire a mostrare il grado di asservimento cui erano sottoposti i militi trentini : “ Ma noi del CST abbiamo la fortuna di poter aiutare il Führer nella sua lotta e nel suo lavoro per poter in un domani vittorioso dare alla nostra Patria Trentina ciò che essa desidera. E' logico che é necessario combattere fuori della propria provincia per difenderla e ciò, cari camerati, lo state facendo da mesi. Se proprio ora il nemico aumenta al massimo l'impeto della propaganda ciò non è sicuramente un segno di forza e nemmeno noi badiamo alle fanfaronate. Noi restiamo fedeli al Führer e con ciò alla nostra patria trentina”  Ed ancora: “ Voi, i vostri camerati tedeschi ed io non abbiamo che una meta davanti ai nostri occhi; preservare e proteggere i nostri familiari ed il nostro suolo natio dalle stragi e dai massacri delle orde asiatiche e dalle misfatte dei gangster occidentali.” .

Del resto la vera funzione del CST era stata individuata già dal partigiano Giannantonio Manci nelle sue ultime lettere all' amico Gigino Battisti, esule in Svizzera. Scrive Manci il 24/05/1944 ;  “ Letta la relazione all'amico di Egidio mi sembra che la medesima vada completata anzitutto per ciò che riguarda l'arruolamento nel Corpo di Sicurezza Trentino (CST). Si é abbandonata ogni preoccupazione di fare apparire il fenomeno sociale quale << volontarismo>> e si procede invece a normali coscrizioni su larga scala”.

Il giudizio storico sull'operato del CST non può che essere formulato in questi termini: si é trattato di un corpo strumentale ai fini dei tedeschi che intendevano utilizzarlo in funzione della lotta antipartigiana e come potente veicolo di snazionalizzazione e di strumento di guerra fratricida, come si vide ad esempio nelle azioni a Caviola e nell'Agordino nell'agosto del 1944 e nella fucilazione delle partigiane “Ora” e Veglia” negli ultimi mesi della guerra.

Proprio perché le ragioni dell’occupante erano facilmente intuibili sin dall’inizio, la partecipazione dei militi   trentini restò generalmente bassa, anche se non mancarono alcuni episodi di efferatezza , ed i tedeschi furono costretti ad ammettere la scarsa considerazione sul valore militare e sull'affidabilità politica del CST aggregando agli italiani numerosi soldati tedeschi.

Ecco in proposito la testimonianza di un anonimo intervistato che racconta la discesa verso Falcade, nella valle del Biois, nell'agosto del 1944:  “ I nostri reparti furono rivoluzionati, nel senso che si mescolarono a noi numerosi soldati della Wehrmacht. In pratica ogni due trentini c'era un soldato tedesco. Insomma eravamo come sorvegliati, la presenza degli uomini della Wehrmacht era come una garanzia sul nostro comportamento.

La documentazione complessiva e la produzione storiografica sul CST resta piuttosto scarsa e frammentaria, a parte alcuni libri molto schierati politicamente usciti di recente. Scrive Tonolli : “ I numerosi sottufficiali trentini che ebbero nei marescialli (Zugwachtmeister) Carlo Tommasi e Giuseppe Zampedri i maggiori rappresentanti, pur allineandosi disciplinatamente alle disposizioni delle superiori autorità, tennero un comportamento corretto e leale nei confronti dei ragazzi. La maggior parte di loro, già sottufficiali dell' esercito italiano, furono reclutati, anche su sollecitazione dei vari rappresentanti comunali o di amici, per completare i quadri comando delle dodici compagnie del CST e per evitare che potessero confluire nelle formazioni partigiane o nella R. S. I.  Si presentarono al Distretto di Trento tra la fine di febbraio ed i primi di marzo 1944 e subito sottoposti ad un corso di istruzione molto duro, come ebbero a riferire alcuni di loro. Dovevano praticamente adeguarsi ad una diversa disciplina militare e assumere un comportamento ed un aspetto più marziale e più consono all' esercito del Grande Reich”.

Da queste poche frasi di Tonolli si evince il tradizionale rispetto della popolazione trentina per le autorità che ha avuto certamente un ruolo importante in tutta questa vicenda e l'ammirazione dell'autore per la causa dell'occupante da cui possiamo far derivare il suo collaborazionismo.

La polemica sul CST verrà portata avanti negli anni Settanta dalla Direttrice del Museo Storico in Trento, Bice Rizzi,che si opporrà vigorosamente alla proposta di alcuni esponenti del PATT (Partito Autonomista Trentino Tirolese) alla concessione agli ex militi del CST della pensione di guerra, equiparandoli in questo modo a coloro che avevano servito nell' esercito della R.S.I.  che avevano già ottenuto il beneficio pensionistico. La Rizzi motiva così la sua posizione: “ Posso anche ammettere come alcuni di essi non abbiano fatto nulla di male e che abbiano vestito quella divisa con disprezzo e dolore. Ma in questo caso si tratta non di singoli ma del Corpo di Sicurezza nel suo complesso, nel significato che esso assunse ed assume.

La direttrice del Museo Storico di Trento evita quindi pronunciarsi sull' atteggiamento psicologico dei militi del CST e sulle motivazioni  di tipo “pragmatico” che portarono alla scelta di arruolarsi, ma giudica i fatti soltanto nel loro significato di quello specifico contesto storico e politico. Della stessa opinione è lo storico Enzo Collotti che scrive parlando della analoga situazione creatasi nella Zona d’Operazione Adriatisches Küstenland “ Permane ancor