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La Resistenza, i partiti e la crisi della politica
Le
discussioni provocate in questi giorni dagli intereventi di Prodi e D'Alema, il primo
sulla inefficienza del Parlamento, il secondo sulla crisi delle istituzioni, sono state
precedute da un seminario organizzato dal partito di Rifondazione Comunista, 12 maggio, dal quale sono emersi -casualmente per l'anticipazione, ma certamente a
riprova della loro attualità - i problemi che
condizionano la mostra democrazia. Il Presidente dellAnpi Roma-Lazio Massimo Rendina ha
trattato il ruolo dei partiti. Diamo una sintesi della sua relazione.
Una riflessione sulla situazione in cui
versano i partiti oggi nel nostro Paese, per
rispondere alla domanda se vi sia crisi della forma partito o piuttosto crisi
organizzativa e di adesioni nei partiti, tale da incidere profondamente nella vita democratica, necessiterebbe di una esposizione
organica e ci porterebbe ad affrontare sul
terreno della dottrina costituzionale il tema assegnatomi. Il che comporterebbe altro
spazio e altra preparazione culturale da parte mia. Ritengo pertanto di dovermi limitare
ad alcune riflessioni, anche per il ruolo di critica costruttiva che svolgo
nell'associazionismo resistenziale e nel nostro osservatorio politico istituito nella Casa
della Memoria e della Storia e attraverso il Centro Telematico di Storia Contemporanea.
Occorre tuttavia essere d'accordo su un
principio. La democrazia parlamentare in generale, e in particolare la nostra , che deriva
dalla Costituzione e ne è diretta espressione, non potrebbe esservi senza i partiti ai quali spetta il compito di rendere concreta e
non solo formale la sovranità che la Costituzione assegna al popolo, sovranità che,
secondo un testo illuminante di Mortati risalente al 1945, in fase costituente, fa del
popolo il vero autore di una Costituzione che assegna a se stesso la sovranità Qui, mediante questo preciso
riconoscimento, avviene il passaggio dallo
stato liberale di diritto, riconquista avvenuta con la Liberazione, allo stato liberale di
diritto democratico e sociale che fu al centro dell' opera costituente e avrebbe improntato la Costituzione.
Si tratta però di un riconoscimento di
uno stato di fatto, di una necessità sostanziale non
completamente ridotta a forma giuridica. "Il partito politico è
infatti presente nella Costituzione e nello stesso diritto costituzionale esclusivamente
come specifica forma associativa, come particolare espressione del fondamentale diritto di
associazione
Entro questo modello la funzione del partito politico, che lo
differenzia da ogni altra forma di associazione, è quella di aiutare i cittadini elettori
ed il popolo sovrano a scegliere e selezionare
la propria classe politica e i propri rappresentanti" (Maurizio Fioravanti).
Quanto sopra per affermare che se i
partiti politici vengono meno alla loro funzione, tutta la impalcatura democratica ne
risente, e inoltre per ribadire che i partiti
politici debbono essi stessi, e non per legge
ma con la loro attività, farsi indispensabili
al sistema democratico e nello stesso tempo renderlo consono ai compiti costituzionali
rispondenti al processo di modernizzazione di una società
partecipe dello sviluppo europeo
e mondiale. L'alternativa, che buona parte del
centro destra persegue, è il ricorso alla
tipologia dei vari regimi autoritari, che si esprimono attraverso "governi delle
élites" o "governi presidenziali", antidemocratici, disegno che il centro destra voleva perseguire
nell' ultimo referendum rivolto a cambiare la
Costituzione, fortunatamente bocciato dalla
stragrande maggioranza degli italiani.
Altri relatori documenteranno come si stiano sviluppando tali
propositi sostanzialmente liberticidi. Un coacervo di iniziative, fatti, manifestazioni,
operazioni di sottocultura che vanno dal revisionismo storico strumentale, alla
provocazione fascista, plateale, non disgiunta da azioni squadristiche anche sanguinose, al
discredito programmato nei confronti dell'
istituzione parlamentare, che fu punto di forza della scalata al potere del Fascismo e del
Nazismo, alla esaltazione delle capacità dei
managers trasferiti alla politica, nel cui curricula non mancano imbrogli e malversazioni
anche inserite nella fedina penale. Si aggiunga le difficoltà che stanno attraversando i
mezzi di informazione e in particolare la RAI dove domina la politica spettacolo, i
dibattiti politici assumono maggior rilievo che nei luoghi istituzionali, ma trasformati
in intrattenimento, con conduttori che spesso si fanno essi stessi protagonisti,
sfruttando la popolarità che il mezzo attribuisce anche indipendentemente dalle capacità
professionali. Tutto ciò per rilevare come il nostro sistema democratico nel quale
cultura politica e informazione vanno di pari passo e la democrazia è tale -uso le parole di Aldo Moro- se largamente
partecipata, stia attraversando crescenti difficoltà aumentando perciò le
responsabilità dei partiti politici senza i quali non si ha solo, come nella concezione
liberale e societaria, una sfera delle libertà
politiche meno ricca, una società meno partecipe nella sfera della politica, ma priva degli strumenti di formazione e selezione di
una classe politica sempre più chiamata ad
impegnarsi nel decentramento delle istituzioni
e nella corresponsabilità dei cittadini alla gestione, anche capillare, della cosa
pubblica.
Mi viene in mente quanto scriveva nel 1975
Antonio Barbera nel suo "Commentario della Costituzione" invocando una
"strategia istituzionale di libertà" che nel promuovere l'azione fondamentale
dello sviluppo della persona deve essere coerente alla domanda di partecipazione politica
che emerge dal Paese e che va trovando muove forme di aggregazione dentro e fuori i canali
tradizionali rivolta a dare attuazione e svolgimento proprio
a quei principi costituzionali all' interno dei quali possano trovare spazio
e svilupparsi le istanze e di maggiore socializzazione del potere politico generale e di maggiore e
reale potere dei lavoratori e, ancora, di maggiore capacità
per le stesse articolazioni elettive dello Stato (dalle Regioni agli Enti locali) e per la
pluralità dei gruppi che operano nella vita politica e sociale (la totalità degli
istituti e delle formazioni democratiche: lo Stato-comunità). Da allora ad oggi questa esigenza non si è attenuata con la crescita di nuovi soggetti aggreganti -movimenti, volontariato associazionismo
di ogni genere- ma è cresciuta e cresce di giorno in giorno , perché mentre la società
intermedia si articola maggiormente, anche con
lo sviluppo di strumenti di comunicazione mirata, quali le reti telematiche, i partiti
politici assumono il compito (prima assolto semmai nei confronti delle organizzazioni
sindacali) di una rappresentanza diffusa di elementi che altrimenti non possono esprimersi
politicamente.
In sostanza, mentre cresce la
consapevolezza che i partiti politici sono sempre di più investiti di compiti
indispensabili all' intera società, se ne avverte l' insufficienza, quasi che, da una
parte, sia irreversibile o quasi insuperabile lo sconvolgimento culturale e politico
connesso a tangentopoli e dall' altra dovendosi
chiedere proprio ai partiti il superamento di quella stagione infelice e deprecabile e insieme di compiere uno sforzo di identità,
perché i cittadini vi si riconoscano, quanto ad istanze e progetti, e i gruppi sociali e
culturali possano conferire con piena convinzione e chiarezza, pur nel rispetto della
volontà dei singoli aderenti, la delega di rappresenta politica, specie parlamentare, ai
partiti prescelti
Di questa particolare frattura tra
politica e società che ha origine nella crisi
partitica di ieri -tangentopoli- non ancora interamente risolta, ha approfittato Forza
Italia, ovvero Berlusconi, vincendo allora le elezioni e oggi, conquistando con i suoi
alleati metà dell' elettorato.. Sull'onda
dell' ostilità alla forma partito ha
costituito una forza politica che si avvale di tutti i vizi della partitocrazia, e
a tal punto da proteggere
sotto la cappa politica l'interesse privato e il malaffare mettendoli al riparo dalla
giustizia con leggi a ciò destinate.
L' analisi che ho appena abbozzato non
può fermarsi qui. Altri forse dirà della mancata
o largamente insufficiente rielaborazione progettuale da parte dei partiti della sinistra
dopo la caduta del muro di Berlino (rielaborazione che è mancata anche in quei liberali
trasformatisi in liberisti che hanno salutato l' autodissolversi del socialismo reale in
tono trionfalistico ideologico, per profittarne e assoggettare il mondo ai potentati
economici-finanziari, minando alle fondamenta l'eco sistema del pianeta, facendo dilagare
la morte per fame in oltre due terzi dell' umanità, affidando alle armi la soluzione di conflitti che nascono da nuove forme
di imperialismo). Per quanto riguarda noi
partigiani, mi limito a rilevare, riallacciandomi a quanto detto dianzi, lo scarso impegno
delle forze politiche della sinistra nel contrastare sul
piano politico e culturale il revisionismo storico strumentale e l' insorgenza delle varie
forme di fascismo e di tentazioni autoritarie. Sul piano istituzionale è mancato e sebbene sollecitato, il richiamo non sporadico, ma autorevolmente ultimativo, ai
prefetti, questori, e alla magistratura, a far rispettare le leggi costituzionali e le
norme Scelba e Mancino (sulla ricostituzione del partito fascista e sull'esaltazione dei crimini del regime e del
collaborazionismo) sistematicamente violate.
Mi pare necessario a questo proposito
rifarmi al pensiero di Pietro Calamandrei quando egli diceva ai costituenti (4 marzo 1947) che non basta definire fascista una persona perché
dichiaratasi tale o un movimento così
autonominatosi., Il fascismo è anche rivelato
da atti e comportamenti che non portano marchi di fabbrica. Certe forme di razzismo
esercitate verso gli emigrati, il disprezzo del Parlamento da parte di personalità
politiche che ne considerano l' attività un
ostacolo alla "necessaria" tempestività delle decisioni governative, perciò
istituzione sorpassata e da abolire, non sono frutto di convinzioni fasciste? Anche se non
configurabili come reati dobbiamo ricordare ciò che diceva Benedetto Croce del fascismo, definendolo soprattutto una mentalità. E ancora
Calamandrei -c on parole che oggi si attagliano all'organizzazione fiancheggiatrice della
Lega - affermava: "sarà l'organizzazione militare o paramilitare, sarà il programma
contrario ai diritti di libertà;sarà il totalitarismo e la negazione dei diritti delle
minoranze: questi od altri saranno i caratteri che la nostra Costituzione deve bandire dai
partiti, se veramente vuol bandire il fascismo".
Per legittimare se ce ne fosse bisogno la
nostra presenza qui, e appellarci alla coscienza degli italiani, credo che mancheremmo al
nostro dovere, noi partigiani, pur riconoscendo
a questa iniziativa di Rifondazione Comunista un alto valore antifascista, di studio e
denuncia, se non ricordassimo -ma ne siamo
tutti consapevoli- che i partititi come sistema basilare della democrazia parlamentare
hanno avuto nella Resistenza il più fertile terreno
di coltura. Partiti che hanno avuto nell' antifascismo, sfociato nel CLN e nella lotta armata, il punto d'incontro e proprio
nel riconoscimento del ruolo dei partiti nell' Italia
libera, democratica, per il cui conseguimento combattevamo, la fonte ideale e giuridica
della Carta Costituzionale che i rappresentanti del popolo avrebbero redatto in suo nome e
al popolo presentato per l' approvazione.
Permettetemi di ricorrere ad un episodio
verificatosi nel corso delle sedute della Costituente. Al monarchico Lucifero che in sede
di commissione aveva chiesto ad Aldo Moro di dichiarare la Costituzione non antifascista,
ma afascista quasi a garantire la neutralità ideologica, Moro replicò nella seduta del 13
marzo 1947: "non possiamo fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo
prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico di importanza
grandissima, il quale nella sua negatività ha travolto per anni le coscienze e le
istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione
oggi emerge da quella resistenza, da quella
lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della
resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di
affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale". Queste
parole anche in virtù di chi le ha pronunciate sono più che mai attuali
Anche se sarebbe azzardato sostenere che
nella Resistenza fosse chiaro in ogni sua
prospettiva il disegno politico normativo dell'Italia una volta liberata - nessuno pensi,
ebbe a scrivere Aldo Garosci, di vedervi prefigurata la futura società italiana -, dagli
atti del CLN , dalla memorialistica e dalla storiografia emergono inconfutabili le linee
guida, maturate nelle riunioni clandestine ma anche tra i combattenti, per la formazione dello stato democratico. Qui se vi
fosse il tempo sarebbe interessante esaminare il comportamento
dei due partiti che dopo la Liberazione sarebbero diventati di massa: il comunista e il
democristiano, nel dare forma e sostanza ad una Costituzione modello di salvaguardia delle
libertà individuali e collettive. Mi limito a dire che alla proposta degli azionisti di
dare fin dalla battaglia insurrezionale un
ruolo istituzionale ai partiti che avevano animato la lotta armata preservandola da
scissioni (in altre nazioni anche fratricide e sanguinose),
comunisti e democristiani scelsero
di evitare ai costituenti ogni condizionamento, sarebbe stato il popolo a decidere.
Vorrei anche ricordare a taluni
revisionisti che oggi in vario modo rievocano la mancata sovietizzazione dell'Italia,
attribuendone il merito agli Alleati e alle altre componenti della Resistenza, che fu
principalmente il Partito Comunista a non volere che le formazioni partigiane fossero
espressione vincolata dei partiti, mettendo al primo posto l'efficacia delle operazioni
militari derivata dall'unità delle forze in campo sorretta dalla più larga
partecipazione popolare. Giancarlo Paietta in una serie di lezioni tenute nel 1961 a
Milano disse: "Fu per questo che nelle brigate Garibaldi abbiamo voluto i cappellani,
e anche ufficiali monarchici, anzi li abbiamo cercati"
Riprendere
i temi resistenziali, ripercorrere la storia con onestà intellettuale ci aiuterebbe a
capire come e perché i partiti hanno avuto funzione determinante nella Resistenza e come
l'abbiano oggi nella società democratica, non solo per la formazione delle opinioni
politiche e per il ruolo della proposta programmatica e la
scelta dei candidati alle elezioni, ma anche per i valori di cui sono portatori, di libertà, convivenza,
solidarietà, promozione umana, in opposizione (che vorremmo più ferma e convinta) nei
confronti di forze politiche sostanzialmente antidemocratiche ed espressione di interessi
di parte, spregiudicate nei mascheramenti libertari e persino religiosi. |