home |
|
Biografia
ODDINO MORGARI (1865-1944)
di Gianni Artero
1. Il personaggio
Nato a Torino il 16 novembre 1865 in una famiglia di pittori (il padre Paolo Emilio,
la madre Clementina Lomassi, la sorella Bice, il fratello Luigi, il più celebre, vissuto
dal 1857 al 1935 e autore di numerosi affreschi[1]),
questa parentela concorse probabilmente allo stereotipo di bohemien. A questa nomea contribuì l'autobiografia di
Rinaldo Rigola in cui lanziano sindacalista racconta che, eletto deputato nel 1904,
non essendovi allora indennità per tale carica "l'on. Morgari mi impartiva delle lezioni di
economia parlamentaristica:..."risparmio i soldi dell'albergo andando a dormire in
treno. Combino il viaggio in modo che tra l'andata e il ritorno ci sia da passare l'intera
notte" approfittando della franchigia ferroviaria che consentiva ai
deputati di viaggiare gratuitamente."Sapevo che Morgari era capace di fare ciò ed altro
ma non ero del suo avviso...non mi sentivo di
spingere il mio eroismo a tal punto....(....)...non [ero ] tagliato per l'eccentricità" [2]
Più seriamente, cè sicuramente nella sua vita un lato
avventuroso, un certo gusto per la vita
nomade: dal soggiorno in Francia alla fine degli anni '80 alla presenza in Macedonia nel
1903 dove era accorso in occasione dell'insurrezione al dominio turco, dai due anni
trascorsi in Estremo Oriente (1911-13), ai viaggi durante la guerra mondiale per
riallacciare i rapporti tra i socialisti, fino alla presenza a Budapest durante la Comune
e ai viaggi in Russia nel 1922 e alla metà degli anni '30.
Spontaneo il paragone con personaggi del socialismo dell'epoca, come
Giacinto Menotti Serrati[3]
che trascorse una parte importante della sua vita nell'emigrazione come
organizzatore dei lavoratori italiani in Svizzera e negli Stati Uniti, o come il "cittadino
del mondo" Edmondo Peluso[4] che ha suggerito il sottotitolo. Al di là dellaspetto pittoresco è
importante cogliere lo spessore umano e politico del personaggio che fu una figura non
secondaria di un quarantennio del socialismo italiano, e nel periodo della guerra anche
internazionale, trovandosi sovente al centro dei più importanti avvenimenti, fino almeno
al primo dopoguerra quando verrà superato dai nuovi eventi e da una nuova generazione.
Nel sistema di valori fondativi del socialismo
italiano delle origini, il carattere positivistico-sentimentale della sua adesione è
comune alla maggior parte della generazione,
mentre i suoi tratti distintivi sono il disinteresse, che lo portò a subire più che a
ricercare le cariche direttive, e la predicazione tra le masse. Nelle cronache delle agitazioni e degli
scioperi di tutta Italia, dal 1890 in poi è raro non trovare il suo nome: quando la
situazione si faceva critica e occorreva la presenza di qualcuno che sapesse parlare alle
masse, le sezioni del Partito e le Camere del Lavoro si rivolgevano a lui. Analogamente
proiettato verso gli umili fu il suo impegno di pubblicista.
Dopo
queste essenziali chiavi di lettura, unultima osservazione: avendo operato sia a
livello locale torinese, che (dallelezione alla Camera nel 1897) nazionale, e dal
1914 anche internazionale, non è facile con
un esposizione rigidamente cronologica che spezza la narrazione in singoli episodi
slegati seguire il filo di attività che si sviluppavano parallelamente su
piani diversi. Abbiamo pertanto ragruppato le
vicende secondo nuclei tematici, così da poterle descrivere nel contesto in cui si
collocano.
Nel 1885 durante il servizio di leva,
che per la sua conoscenza del disegno andava
svolgendo all'Istituto Geografico Militare di Firenze, ebbe luogo la sua
iniziazione politica, che così rievocherà in uno scritto dei suoi ultimi anni: nella
mia adolescenza per motivi di natura psicologica ed ereditaria la mia mentalità era come
una spugna pronta ad imbeversi di quel qualunque ideale umanitario che le fosse
prospettato dal primo idealista in cui si sarebbe imbattuto; e volle il caso che
questo fosse un mazziniano
andato al par di me nella
Fortezza di Basso di Firenze, ragion per
cui in tre giorni fui avvinto e mi diedi a quella fede per metà politica e per metà
religiosa con quella stessa ardente passione con cui un giovane vive il suo primo amore
[5]
Ma fu costretto a dimettersi «quando il Ministero delegò una
Commissione disciplinare a giudicare di un rapporto della polizia, che [lo] denunciava
come mazziniano»[6]
Espatriato, raggiunse Parigi e in
seguito Marsiglia dove dal settembre al dicembre del 1890 diresse il circolo mazziniano. Per usare le sue parole, scritte però a cinquantanni dagli
avvenimenti e quindi da considerare con cautela: Quattr'anni
erano passati dopo d'allora durante i quali avevo preso contatto col pensiero socialista
traverso scarse ed incomplete battute, cosicchè poco a poco ero venuto a dubitare che il
mazzinianesimo fosse un edificio mancante di alcuni muri maestri, ma per passare alla
convinzione socialista ero impedito da diverse obiezioni suggeritemi dal buon senso
dell'aspetto pratico delle questioni già vivo in me nonostante l'età giovanile.
Respingevo con noia certe obiezioni volgari. (...).ma certi altri dubbi mi
ponevano in imbarazzo: per esempio mi stringeva il cuore assistendo alla propaganda di
tanti sindacalisti e socialisti che alle masse parlavano soltanto di diritti e mai di
doveri...e che si disinteressavano delle sofferenze di tanti altri lavoratori solo perchè
non portavano il berretto dell'operaio di fabbrica....Si poteva temere che nel nuovo
assetto si scatenasse una nuova forma di sfruttamento, quella degli oziosi e dei cinici
sui compagni coscienti e volonterosi..(...)..mi chiedevo se per ottenere un corretto
adempimento dei nuovi obblighi sociali non sarebbe stato necessario un regime di dittatura
che avrebbe trasformato l'Eden promesso in un'immensa caserma...Il socialismo prometteva
di costruire una nuova casa di cui però non presentava il piano limitandosi a
magnificarlo con vaghe frasi messianiche...tutti motivi che mi portavano ad attendere che
un uomo o un libro mi dimostrasse con argomenti irrefutabili che .....non era un'impresa
destinata a fallire dopo immensi sacrifici per l'incapacità morale e tecnica dei suoi
imprenditori e per imprevisti difetti d'un meccanismo che nessuno aveva cura di
prevedere....La rivelazione mi raggiunse sotto la forma d'un volumetto venutomi sotto mano
per caso e che lessi d'un fiato in una camera di un albergo di quint'ordine della vecchia
Marsiglia...L'Anno 2000 di Edoardo Bellamy, uno scrittore totalmente
vuoto in fatto di dottrine..[ma]..nel leggerlo io vidi la società socialista nella
sua architettura e nei suoi ordinamenti e di colpo tutti i miei dubbi sparirono dalla mia
mente...e poi fui certo che la società degli uguali e dei liberi non era un sogno come
quello del paradiso dei cristiani, ma un meccanismo che si poteva concretamente costruire
e far funzionare (...) Questa verità mi folgorò nel cervello e mi fasciò di gioia
tantochè ad un certo punto della lettura andai alla finestra e gridai: ho
compreso! ho compreso! come se volessi informare tutta Marsiglia. Per qualche
tempo vissi nello stato d'animo di un visionario a cui Iddio è apparso in sogno per
assegnargli una qualche missione[7]
2. Lo sviluppo industriale e le origini del
socialismo torinese
La storia di Torino operaia e
socialista è stata scritta più volte[8]
ma si ritiene utile fornire alcuni dati essenziali di inquadramento.
L'Esposizione Universale del 1884
aveva sancito il superamento della crisi legata al trasferimento della capitale. Su una
popolazione nel 1880 di 300.000 abitanti gli
addetti all'industria (comprendendo anche i lavoratori a domicilio e parte degli
artigiani) costituivano una quota del 20-30 %. La maggior parte delle imprese risultava
già allora concentrata nei settori metallurico e tessile con il 40% e il 19% delle
imprese cittadine rispettivamente. Accanto al vecchio comparto statale (Arsenale militare,
Manifattura tabacchi, Officine ferroviarie) che continuava a rappresentare il più
consolidato nucleo produttivo cittadino, cresceva un tessuto di imprese private dotate di
grande dinamismo che avevano dato vita a stabilimenti di medie dimensioni con maestranze
operaie dalle 100 alle 300 unità e che negli anni tra la fine degli anni '80 e i primi
anni '90, nonostante la rottura commerciale con la Francia e la crisi bancaria, riuscirono
a consolidare il primo nucleo del capitalismo d'impresa destinato a soppiantare le
produzioni governative e a fornire alla città il suo definitivo volto industriale.
Questo processo di sviluppo entrava in
confltto con una società connotata da relazioni
sociali fortemente gerarchiche, da retaggi
politici e
culturali di tipo tradizionale e da un sistema politico-istituzionale
elitario. Aveva iniziato a modificare questo quadro la crescita tumultuosa e disordinata
di un proletariato proto-industriale accanto e pericolosamente intrecciato con il ceto
operaio sobrio e previdente caro alla tradizione sabauda, crescita che era vista
come una minaccia del rapporto paternalistico tra élites liberali e associazionismo
operaio
Nel 1880-81 dal ceppo della Lega della
democrazia, cioè dall'area che andava dai mazziniani ai radicali e che, pur non
essendo vasta e socialmente radicata come nel milanese, non era priva di organizzazioni in
ambiente operaio, artigiano e piccolo-borghese, erano sorte l'Associazione democratica
subalpina, il Consolato operaio, la Società di mutuo soccorso Fratellanza
artigiana
Nella primavera 1886 l'agitazione dei muratori
assuse quasi le caratteristiche di una rivolta urbana con blocco dei quartieri, scontri
violenti e presidio di molte zone da parte della polizia; poi vi erano state la lotta
delle sigaraie e la diffusione di una piccola conflittualità negli stabilimenti
manifatturieri su problemi di salario, orario, regolamenti
Intorno
a quel periodo cominciò a manifestarsi quella tendenza repubblicano-socialista che,
dapprima rappresentata solo da pochi mazziniani attratti dal movimento operaio (gli
avvocati Leandro Allasia e Giambattista Cagno, il giovanissimo pacifista ClaudioTreves, il
gasista Gianpietro Daghetto) crebbe sino a costituire il pilastro della formazione a
Torino del Partito socialista
Nel giugno 1887 nasce la Gazzatta
operaia fondata dallo studente vercellese Luigi Galleani[9],
che ebbe un ruolo come elemento di mediazione tra anarchismo e movimento operaio, ma numerosi erano, in un'area dai confini incerti,
i giornali che si pubblicavano nella capitale piemontese: il Ventesimo secolo
di Giovanni Lerda (autodidatta, divenuto poi
protagonista a livello nazionale come leader della corrente intransigente[10]),
il Grido del popolo del tipografo Chenal, la Squilla
di area radical-repubblicana.
Nel corso del 1888 si costituì, con
l'intervento degli operaisti milanesi Lazzari e Casati, sul modello dei lombardi Figli
del lavoro, la Associazione fra i lavoratori d'ambo i sessi di città e di
campagna che poco dopo si presentò come federazione locale del Partito Operaio
Italiano. Fu l'unica forza in grado di intervenire nell'intensa fase di agitazioni di
fabbrica e proteste operaie che attraversarono Torino
nella primavera-estate 1889, con
dimensioni e intensità mai raggiunte in precedenza, e i cui effetti determinarono una
svolta decisiva per la configurazione del movimento operaio e socialista locale
A metà aprile del 1889, partita dai pellettieri che protestavano per una
ribasso dei cottimi, ripresero le agitazioni che si infittirono ed estesero in tutti i
settori, in particolare quello tessile colpito dal rialzo delle tariffe doganali.
La tendenza spontanea dell'agitazione operaia si
intrecciò così con il progetto politico e organizzativo della federazione operaista che
si era costituita proprio sulla tesi della centralità delle lotte economiche per lo
sviluppo del socialismo come movimento politico, sostenendo un duro confronto con
l'anarchismo intransigente tradizionalmente diffidente verso il concetto stesso di lotta
di classe come lotta rivoluzionaria
La situazione si radicalizzò a partire
dall'inizio di giugno, con una città quasi in stato d'assedio: gli arresti nei giorni 11
e 12 furono una quarantina e il 13 iniziarono i processi per direttissima con condanne da
due giorni a tre mesi; anche dopo questa data si ebbero strascichi con l'entrata in scena dei panettieri e poi dei
garzoni del macello civico.
Il 10 novembre 1889 si votò a Torino per rinnovare
il consiglio comunale sulla base della legge del 30 dicembre 1888 che estendeva il diritto
di voto a parte dell'elettorato operaio. Si determinò in occasione di queste elezioni la
frattura dei democratici tra un'ala possibilista, che si inserì nella lista liberale, e
un'ala più radicale che si accordò con i gruppi socialisti-operaisti per la
presentazione di una lista democratico-operaia, i cui
risultati furono deludenti, non andando nessuno dei candidati oltre i
1800-1900 voti.
3.
Morgari nel socialismo torinese del decennio 1890-1900
In questa situazione si inserisce Morgari
che, rientrato dalla Francia, prende parte attiva sulle pagine della Squilla alle
discussioni seguite al congresso socialista di Genova del 1892 . Non proveniva dal
socialismo militante, era quasi sconosciuto all'inizio al punto che il Grido del Popolo
ne storpiava il nome, ma apparteneva a quell'area di repubblicani di recente
conversione guardata con una certa diffidenza dai vecchi operaisti e socialisti per questo
motivo.
Così viene descritto quasi cinqunt'anni dopo
da un anonimo collaboratore dell'Avanti!: Arrivato da dove non
si sa piovve un giorno a Torino un tale con un pizzetto rossiccio (...) trovò
lavoro come contabile presso la cartoleria Simondelli in via Po. ....Erano allora gli impiegati pagati a mesi e
Oddino ebbe l'audacia di chiedere un anticipo sullo stipendio del suo primo mese.
Allora si andava a vedere il padrone con il cappello in mano e l'ordine di costui e il
fatto per di più che gli venne concesso stupirono parecchi di noi della stessa ditta.
Parlava un linguaggio nuovo e una sera mi invitò ad andare alla Fratellanza operaia
..(...)..non ricordo se a parlare ci fosse Cerutti o Chenal. Intervenne nel dibattito anche un
avvocato che più tardi seppi era Claudio Treves...Passò qualche anno e il PSI fondò una
sezione a Porta Palazzo sorvegliatissima dalla polizia.... Poscia la testa calda fondò
un'altra sezione vicina a Piazza Filiberto frequentata da universitari: Roux, Casalini e
altri E forse anche persone di dubbia moralità, difatti una sera vedo Oddino pallido e silenzioso. Più tardi
ci spiegherà l'origine del suo malumore ..Aveva riscosso quella sera stessa il suo
stipendio e mentre era nella Sezione un biglietto da 100 lire
aveva preso il volo dal suo portafoglio. Oddino non volle denuncìare il fatto alla
polizia Ne subirebbe la sezione..La gente direbbe che vi son dei ladri fra noi che
vogliamo riformare il mondo. E poi chi lo ha preso forse ne aveva più bisogno di me.
Così la cosa fu messa a tacere per non danneggiare la sezione [11]
Dopo la fallimentare campagna elettorale del
1889, sull'onda della delusione che serpeggiava, e con la ripresa delle vertenze, questa
volta alle Officine ferroviarie, la parola d'ordine della fondazione della Borsa del
lavoro ebbe grande successo, raccogliendo
nell'estate del 1891 l'adesione dei più forti sodalizi operai a partire dall'Associzioe
Generale Operaia (AGO) che, forte di 6.000 soci, aveva un'immagine pubblica quasi
istituzionale, e tutt'altro che scontata era la sua adesione al progetto, presentato
comunque con caratteri di moderazione tali da essere accettabile ai liberali.
La proposta di fare del Primo Maggio una giornata
internazionale di lotta, lanciata a Parigi nel
1889, diede luogo a Torino nel 1891 ad incidenti: sfidando il divieto prefettizio folti
gruppi di dimostranti, radunatisi in piazza
Statuto, furono circondati e dispersi dalle forze di polizia: Quell'episodio rimase rimase
a lungo impresso nella memoria collettiva della città, e fu il fatto scatenante che
determinò nel noto scrittore Edmondo De Amicis, che assisteva alla scena dalle finestre
del suo appartamento su quella piazza, l'interesse verso il socialismo. Nei giorni
successivi vennero celebrati i processi per direttissima, che comminarono pene pesanti: da due a tre anni.
Frattanto il progetto della Camera del lavoro
che, come a Milano e in altre realtà, diede luogo ad una trattativa con il Municipio per
il riconoscimento e un sussidio, andava avanti: nell'estate 1891, non appena fu avviata
l'organizzazione delle sezioni per arti e mestieri, passò rapidamente da poco più di 700
a quasi 4.000 aderenti.
Nelle elezioni del novembre 1892 si presentò
una lista socialista con candidati in quattro collegi, con risultati deludenti: Prampolini
ottenne 53 voti, Lerda 153. Mentre per Lerda il problema della sconfitta non si poneva,
non avendo mai puntato sulle elezioni se non come occasione per far sentire la voce del
socialismo, nella nota di commento pubblicata dalla Squilla e scritta
da Morgari si coglieva una posizione più problematica, espressione di una cultura per la
quale lotta economica e lotta politico-parlamentare formavano un tutto unico e che poneva
l'esigenza di una tattica di partito integrale.
La dura sconfitta alle urne indusse l'area
degli ex-radicali e repubblicani, della Squilla, della Lega
Democratica Sociale, a prendere la decisione, nel corso di una riunione tenuta
il 15 novembre 1892, di fondare la sezione del Partito dei lavoratori di Torino e
provincia, in attesa di concordare l'affiliazione a livello nazionale. Fu una
forzatura di un gruppo di organizzatori che in questo modo si candidava al ruolo di
direzione del socialismo torinese in sostituzione della vecchia gurdia.
Il quadro dirgente che guidò il
processo di formazione del partito non proveniva dalle esperienze storiche del socialismo,
(con l'eccezione del vecchio operaista Paolo Alessi) ma dall'associazionismo repubblicano
e a dare il tono al nuovo partito più che la componente operaia, presente con Chenal,
Daghetto, Racca e gli organizzatori Quirino Nofri e Morgari, fu quella quella dei giovani
di simpatie democratiche e repubblicane provenienti dall'Università e destinati a ruoli
di primo piano come Claudio Treves, Adolfo Zerboglio, Guglielmo Ferrero, Camillo Olivetti,
Mario Novaro, Zino Zini, Guglielmo Ferrero, Felice Momigliano, Gina e Paola Lombroso. Fu
un passaggio di consegne non formalizzato ma dovuto alle indubbie capacità organizzative
di alcuni personaggi che dimostrarono di meritare un ruolo di guida nel partito e di
saperlo condurre alla conquista di nuovi traguardi.
Il Partito esordì organizzando una serie di
conferenze operaie a partire dal 2 dicembre e indicendo le elezioni per il rinnovo della
Commissione Esecutiva della CdL che, sebbene fondata appena da un anno, languiva in
difficoltà amministrative e politiche. Il nuovo gruppo dirigente restituì la CdL
all'influenza socialista, cosa che aveva un significato particolare alla luce dei principi
organizzativi stabiliti al Congresso di Genova, e si presentò come gruppo autonomo,
dandosi una struttura unitaria al posto della precedente federazione di associazioni di
mestieri e di circoli politici
Al momento dell'adesione nazionale, il 14
gennaio 1893, i soci iscritti erano solo 80, ma già il 21 confluì la Lega Democratica
Sociale portando un contributo essenziale di soci e di risorse con 300 iscritti, ad aprile
1893 divenuti 400. e la Squilla cessò le pubblicazioni irrobustendo il Grido del popolo, divenuto organo ufficiale a
livello locale. Al successo di questo giornale contribuì anche il declino del Ventesimo
secolo di Lerda e Schiaparelli.
In
questa fase di impianto dell'organizzazione, a prendere le iniziative (formazione di una
commissione di propaganda, istituzione di una scuola di partito, piano di potenziamento
del Grido) fu un gruppo composto
dall'insegnante Battelli, dal medico Norlenghi, Morgari, Daghetto, Allasia, Zerboglio,
Treves, Cagno......
La sezione si formò su alcune basi politiche
e ideologiche: propensione all'analisi sociologica, influenza del socialismo prampoliniano-emiliano; critica
dell'ordinamento borghese più moralista che marxista. Come scriverà La Stampa alcuni
anni dopo, il partito socialista a Torino lo fondarono un esiguo numero di
persone, giovanissime quasi tutte, alcune colte, quasi tutte sentimentali e talune fino
alla mobosità, agitate da sogni seducenti di ricostruzione dell'attuale società viziata
e corrotta [12]
Per la giornata del Primo Maggio 1993 il
partito tenne 13 conferenze in città e altre 4 in provincia, dando così l'immagine di
un'organizzzione forte e radicata sul territorio. Il 28 maggio Morgari tenne un comizio al
Teatro Nazionale in appoggio alla proposta di legge del deputato democratico Pietro
Albertoni di abolizione dei dazi sui beni di largo consumo e di una tassazione fortemente
progressiva sulle successioni. A maggio iniziò la propaganda nelle campagne attraverso
conferenze e in giugno i quattro candidati alle amministrative (Morgari, Nofri, Alessi,
Goria) ottenevano 1809 voti che erano anche il risultato della precedente conquista di
un'importante istituzione quale la Cooperativa ferroviaria
Nell'agosto
del 1893 ad Aigues Mortes in Provenza erano avvenui dei gravissimi scontri tra gli operai
locali e quelli italiani che accettavano di lavorare nelle saline per salari più bassi,
culminati nel linciaggio di una trentina di immigrati. Alle dimostrazioni
antifrancesi appoggiate dal governo, i socialisti torinesi contrapposero una piccola
manifestazione nel corso della quale Morgari fu arrestato e subì la sua
prima condanna: dieci giorni di arresto per violazione dell'art. 434 (disobbedienza
all'ordine di scioglimento d'una manifestazione)
Al congresso di Reggio Emilia del
settembre 1893 Morgari non fu tra i delegati della sezione torinese, che inviò Giuseppe
Battelli e Claudio Treves
Il 29 ottobre 1894 fu condannato a
quattro mesi di detenzione e a 300 lire di multa per un discorso tenuto durante un
banchetto a Romano Canavese. Nel novembre dello stesso anno fu sul banco degli imputati
della pretura di Torino[13]
con Treves e Guglielmo Ferrero per un proclama inserito nel Grido del Popolo e venne definito: «uno dei più
esaltati caporioni del Partito in Torino» e condannato a tre mesi di confino a Morgex
(Aosta). Per concludere, il 18 febbraio 1897 a Roma, durante il processo a 120 socialisti,
venne condannato ad un'ammenda di 10 lire per aver protestato contro il decreto di
scioglimento della federazione socialista romana.
Dal 1896
Ia propaganda socialista a Torino trovò nella questione dell'amministrazione cittadina la
leva più potente di agitazione. Di fronte ai problemi delle masse popolari riusciva, con un «programma minimo», a
sostanziare la fede nell'avvenire di solidi motivi immediati: socializzazion dei servizi
pubblici (acqua, gas, telefoni, luce), abolizione dei dazi sui consumi, giornata
lavorativa di otto ore per i dipendenti municipali, facilitazioni alle cooperative,
istruzione laica obbligatoria e gratuita.
Per le elezioni politiche del 1897 venne enunciato
un programma più avanzato, propagandando oltre alla grande rivendicazione democratica del
suffragio universale la concezione della "nazione armata: facciamo
come in Svizzera, dice Morgari che non si limita ad illustrare questo programma
attraverso giornali e opuscoli ma insiste sulla necessità della costituzione di circoli,
come strumenti fondamentali di penetrazione.
4. L'elezione
nel 1897 e il Novantotto
Nel 1897 furono eletti in Italia 15
deputati socialisti, di cui due in collegi torinesi: Quirino Nofri, ferroviere e
cooperativista e Morgari, anche se la
sua candidatura fu ostacolata, come traspare da una lettera a Treves: Ritengo non sia assolutamente
necessario che i rappresentanti del Partito in Parlamento siano tutti e senza eccezione
scelti nella categoria delle macchine da discorsi e da teoria, ma anche qualche volta, in
quella degli uomini da lavoro e di senso pratico, atti non solo ad illustrare e a
demolire, ma anche ad amministrare, organizzare, costruire. Disposto a ritirarmi di
fronte a candidature operaie (...) non lo sono di fronte alle candidature di chiunque
altro (...) Dimostrami che l'interesse del Partito esige il mio ritiro. Se rimango convinto mi ritirerò»[14].
Il 5 maggio 1897 esordì in Parlamento con una
interrogazione al Ministro dell'Interno sulla morte del detenuto Frezzi, un anarchico
deceduto in circostanze sospette nelle carceri di San Michele a Firenze. Intervenne più
volte in favore degli operai delle manifatture tabacchi; difese i dipendenti del Ministero
della Guerra che chiedevano le 10 ore. Chiese, associandosi alla campagna promossa dai
partiti dell'Estrema, il trasferimento di fondi dai bilanci dei dicasteri «non
produttivi», quali l'esercito e la marina militare, a quelli dell'agricoltura e
dell'industria. Fece
parte della prima redazione dell'«Avanti!» e ne fu amministratore;
ma nel gennaio del 1898
rinunciò a
quest'incarico per dedicarsi maggiormente all'opera di propaganda e motivò così le sue
dimissioni: "non
sono all'altezza; o dirò meglio alla bassezza di un incarico che esige spirito
inquisitoriale, severità, misure di rigore. Negli impiegati e nei dipendenti di ogni
fatta vedo dei compagni con cui l'estrema familiarità delle relazioni toglie la
possibilità del tiraneggiare. Vedo degli uomini e dietro ogni loro pena le cause
ereditarie di nutrizione, di nervi, di bisogno e di passione che quella deficienza
producono e ciò mi disarma. Non sono tagliato per comandare»[15]
Nel 1998 il tribunale di Biella lo condannò a tre
mesi e 26 giorni e ad una multa di 100 lire per eccitamento all'odio fra le classi
sociali, in seguito alle parole pronunciate in una conferenza elettorale a Cossato nel
1897, in appoggio alla candidatura di Dino Rondani[16],
anche lui eletto deputato in quella legislatura.
Nell'aprile del 1898 fu presente con Andrea Costa
e Camillo Prampolini allo sciopero di Molinella e presentò diverse interrogazioni sulle
cause che avevano portato allo scioglimento della cooperativa locale. Pochi giorni dopo
partì con Rondani per Palermo, per sostenere la locale sezione nella lotta contro la
mafia crispina della zona.
A Torino si ebbe inizialmente scarsa eco dello
scoppio dei moti del maggio 1898, tanto che
Morgari, Nofri e Treves firmarono un manifesto della sezione in cui si lamentava «la
lotta micidiale di Milano, che si combatte senza un chiaro obiettivo» e si invitavano i socialisti ad astenersi da
ogni dimostrazione, a mantenere fede alla tattica evoluzionistica del partito, al
gradualismo «che solo potrà
portare il proletariato alla conquista del potere politico" . Il 9 maggio il generale Bava Beccaris,
comandante della piazza militare di Milano, che per la proclamazione dello stato d'assedio
aveva ricevuto dal capo del governo Rudinì i pieni poteri, fece trattenere Turati e
Bissolati, presentatisi in questura per protestare contro l'espulsione della Kuliscioff, "essendovi evidente flagranza
reato incitazione rivolta per parte entrambi", fece arrestare Andrea
Costa e diede analoghe disposizioni per Morgari e il deputato socialista di Carpi Alfredo
Bertesi.[17]
Lo
stessogiorno partì per Milano ma non riuscì a trovare contatti, essendo tutti
incarcerati o fuggiti; partì allora per Lugano per avere notizie più precise dai
compagni là riparati. In questo viaggio l'autorità di P.S. volle vedere un legame con la
tentata invasione di bande armate dalla Svizzera[18].
Gli
arresti avvengono sulla base di elenchi predisposti dalle questure, quasi mai in
flagranza di reato e per lo più senza prove e capi d'accusa, alla ricerca dei quali si
procede al momento del processo.
Il commissario straordinario di Milano
propose l'arresto fuori della sua giurisdizione anche di Rondani, bestia nera degli
industriali biellesi perché animatore delle lotte operaie della Valsessera e di Nofri, organizzatore dei ferrovieri, Si scatena dunque la caccia
benchè fosse prescritta la flagranza di reato per l'arresto di membri del parlamento.
Rondani è già riuscito a espatriare. Meno fortunati furono Nofri e Morgari. Il primo, dopo essere stato
sorvegliato, è fermato a Torino la sera del 12. Morgari
il 14 maggio è arrestato a Roma essendo risultato essersi egli trovato Milano
nel giorno nove quando avvennero tumulti Monforte, parendomi inoltre esistere flagranza a
termini del capoverso articolo 33 codice penale essendo stato trovato deputato denaro
giornale sovversivo "Avanti" e così in possesso oggetti che lo fanno
presumere coautore in reato di istigazione.
A fabbricare le prove provvide la questura di Milano, con due
voluminosi rapporti all'avvocato fiscale militare. Preoccupazione primaria del questore è
di ribadire il carattere insurrezionale dei tumulti, l'ideologia rivoluzionaria dei
partiti socialista e repubblicano e degli anarchici, la responsabilità determinante di
trentadue capi socialisti, repubblicani, anarchici che coincidono con gran parte del
gruppo dirigente nazionale e locale dei tre movimenti politici.
Contro Morgari non esisteva che l'accusa di essere per Torino quasi
quello che Turati era in Milano cioè un abile organizzatore e propagandista. Il processo presso il Tribunale militare si
concluse il 12 agosto con l'assoluzione di Morgari e la condanna di Turati e del deputato
repubblicano De Andreis a 12 anni (ma furono liberati l'anno successivo)
5. L'ostruzionismo
Caduto il governo Rudinì gli succedette Pelloux, che si mosse sulla
stessa linea, anche se con una maggioranza parlamentare inizialmente allargata ai liberali
zanardelliani e giolittiani. In materia di ordine pubblico era stato approntato un decreto che dava
all'autorità di pubblica sicurezza la facoltà di "vietare, per ragioni di ordine
pubblico, gli assembramenti e le riunioni politiche"; vietava di portare ed
esporre in pubblico "insegne, stendardi o emblemi sediziosi"; dava
facoltà al ministro dell'interno di sciogliere le associazioni dirette a
sovvertire, per vie di fatto, gli ordinamenti sociali o la costituzione della stato";
vietava la sciopero degli "impiegati, agenti ed operai addetti alle ferrovie, alle
poste, ai telegrafi, alla illuminazione pubblica"; aggravava le disposizioni
penali in materia di reati di stampa estendendo la responsabilità di eventuali
pubblicazioni incriminate anche agli "autori e cooperatori" delle
pubblicazioni stesse, oltre che al gerente del giornale. Si trattava di un testo assai
lesivo della libertà e pericoloso, poiché poteva essere il punto di partenza di
ulteriori disposizioni repressive.
L'11 giugno 1899 nelle elezioni per il rinnovo
parziale del consiglio comunale di Milano la coalizione dei radicali, repubblicani e
socialisti ottenne 19.000 voti contro 15.000 andati alla coalizione clerico-moderata e
il radicale Mussi, padre del giovane ucciso durante la manifestazione dell'anno precedente
che era stata la scintilla dei moti milanesi, divenne sindaco di Milano. A Torino, a
Firenze e in altre città, furono ottenuti dai socialisti altri successi, indicativi del
nuovo orientamento dello spirito pubblico, oltre che della forte ripresa delle
organizzazioni operaie.
Per
il governo Pelloux, lesito delle elezioni rappresentava
un campanello d'allarme; nonostante ciò decise di far passare
il decreto in seconda lettura alla Camera. L'incauta mossa ebbe come effetto non solo di
esasperare la volontà ostruzionistica
dell'estrema sinistra, ma di far passare all'opposizione la sinistra liberale di Giolitti
e Zanardelli, che fino a quel momento si era preoccupata di tenere le distanze dall'azione
dell'estrema, suscitando perplessità e riserve persino in alcuni ambienti conservatori
settentrionali, se non altro per ragioni di
opportunità politica quando non per scrupoli legalitari.
Lostruzionismo, già ipotizzato dai socialisti da mesi,
annunciato alla Camera e parzialmente applicato alla ripresa dei lavori, si esplicò,
formalmente sempre nei limiti del regolamento dell'assemblea, con la presentazione di
emendamenti, con continue richieste di verifica dell'esistenza del numero legale, con
discorsi fatti al solo scopo di protrarre la discussione a tempo indeterminato e che
appaiono una giostra di trovate, come a esempio la pseudo arringa dell'afono Bertesi, le
disquisizioni di Morgari fatte con voce lentissima, sillabando le parole, i discorsi di
quattro, cinque ore di Ferri e Pantano, le provocazioni alla maggioranza per suscitare
incidenti e la conseguente sospensione della seduta. L'ostruzionismo,
cui non partecipò la sinistra liberale, rese assai agitata l'atmosfera dell'assemblea ed
innervosì la maggioranza governativa, non abituata a quel metodo di lotta nuovo per il
parlamento italiano
La seduta della Camera del 30 giugno 1899 all'ordine del giorno ha le
modifiche al suo regolamento e la conversione in legge del decreto 22 giugno 1899.
Terminato il primo appello sorge Prampolini a chiederne un secondo per l'approvazione del
verbale, forte del regolamento della camera. Il presidente arbitrariamente rifiuta e
mette ai voti il verbale per alzata e seduta, tra le proteste e le grida dell'Estrema,
in un clima che diviene subito arroventato.
Quando il presidente della Camera fece preparare le
urne per una votazione a scrutinio segreto vi fu uno scontro tra Bissalati e Sonnino, che
vennero alle mani, mentre Prampolini Morgari e De Felice si impadronirono delle urne e
le rovesciarono disperdendo le schede dei deputati che già avevano votato.
Nel tumulto generale il presidente dichiarò allora
sciolta la seduta e poco dopo fu
annunciata la chiusura della sessione[19].
La ripresa dei lavori fu stabilita per ìl 14 novembre.
Il giorno dopo il
presidente, i vicepresidenti e i segretari della camera si riunirono per decidere quali
sanzioni adottare contro i responsabili della rottura delle urne, ma lavvenuta
chiusura della sessione, avendo fatto decadere lintero ufficio di presidenza, li
pose nella condizione di non poter deliberare alcun provvedimento.A questo punto intervenne la magistratura
a promuovere dufficio, contro Bissolati, De Felice, Morgari e Prampolini unazione
penale per avere impedito alla Camera lesercizio di una delle sue funzioni. Allintervento
del potere giudiziario non erano estranee le pressioni dellesecutivo, che sperava
così di colpire lostruzionismo e i suoi più battaglieri esponenti
La sentenza di rinvio a giudizio della corte d'appello di Roma, le
requisitorie del P.M. e del procuratore generale, l'ordinanza della camera di consiglio
del tribunale sono concordi - dinanzi
agli imputati che sostengono di essere stati costretti a difendere con la forza i
diritti della minoranza dalla violenza esercitata dal presidente dell'assemblea
asservito alla maggioranza e che dichiarano perciò non solo di non aver commesso il reato
a loro attribuito, ma di aver compiuto lo stretto dovere di deputati - nell'affermare il
principio che, essendo "sovrana la maggioranza nelle nostre istituzioni
costituzionali, non si saprebbe capire come possa la sua deliberazione qualificarsi
violenza e tale da consentire una reazione fuori le linee della legalità con vie di fatto
costituenti delitto." A giustificazione poi della procedura contro quattro
deputati senza tener conto delle immunità parlamentari, la magistratura si appella al
tipo di reato che appartiene ai delitti contro i poteri dello stato ed è quindi
"evidentemente d'azione pubblica", mentre lo Statuto garantisce ai membri del
parlamento di non essere arrestati soltanto nel periodo di apertura della sessione
parlamentare.
La risposta di Bissolati, De Felice, Morgari e Prampolini
all'intervento dei giudici romani è politicamente abile: pur ribadendo che la
magistratura non ha alcun diritto di giudicare il modo in cui si svolgono le discussioni
parlamentari, essi dichiarano di astenersi dal sollevare eccezioni sulla legittimità e
regolarità dell'azione giudiziaria, perché a tutti "importa per ragioni
politiche che il processo abbia corso colla maggiore possibile sollecitudine,"
per trasformare l'azione giudiziaria in un processo politico.
Perciò
non soltanto confermano, durante gli interrogatori, i fatti attribuiti loro dall'accusa,
ma addirittura si spingono fino all'autodenuncia allo scopo di allargare sempre più le
dimensioni del processo politico contro il governo[20].
A questo punto però il governo, dopo aver tentato di servirsi della magistratura per
colpire gli ostruzionisti, è costretto a retrocedere, per evitare di divenire, dinanzi al
paese, da accusatore accusato.
L'inizio del processo presso la corte d'assise di Roma è già stato
fissato dal presidente il 30 ottobre, gli imputati sono già in carcere, quando la vigilia
un decreto reale annuncia per il 14 novembre l'apertura della terza sessione della
ventesima legislatura e, col restituire loro l'immunità parlamentare, rimette in libertà
i quattro deputati socialisti evitando nello stesso tempo il processo.
Prima della chiusura della sessione parlamentare la Camera approva il
9 luglio le conclusioni della commissione incaricata di riferire sull'autorizzazione a
procedere contro i deputati Turati, De Andreis, Bissolati, Andrea Costa, Morgari, Bertesi,
Rondani, Pescetti per eccitamento alla guerra
civile, istigazione e associazione a delinquere. Facendo proprie le argomentazioni
dell'avvocato fiscale del Tribunale Militare di Milano e le conclusioni della
commissione parlamentare viene data via libera all'apertura di un procedimento penale
contro Turati, il repubblicano De Andreis, Morgari e il socialista toscano Pescetti
Mentre a Montecitorio si svolgevano queste vicende,
il paese rimaneva tranquillo: nessuna saldatura si operò fra l'azione ostruzionistica
dell'Estrema e i movimenti popolari, sia per il senso di stanchezza e frustrazione
lasciato dall'esperienza del maggio precedente, sia per il rapido processo di
normalizzazione seguito alle misure repressive: molte associazioni disciolte avevano
potuto ricostituirsi e la maggior parte dei giornali sospesi riprendere le
pubblicazioni; già nel dicembre i condannati con pene inferiori a due anni avevano
riacquistato la libertà grazie a un indulto e infine proprio nel giugno 1899 un secondo
provvedimento di clemenza restituì la libertà anche ai rimanenti. Ma più importanti
ancora erano gli effetti della fase economica ascendente che stava ormai consolidandosi i cui benefici cominciavano a
filtrare vedo il basso.
6. L'attività
allinizio del Novecento (1900-1905)
Dopo la fase di repressione del biennio '98-'99, con
il nuovo secolo si aprì un'epoca di riforme (pur con una dura gestione dell'ordine
pubblico che degenerò in frequenti eccidi di dimostranti) e di graduale inserimento del
socialismo nella compagine nazionale, che durò con fasi alterne per un quindicennio, fino
allo scoppio della guerra mondiale.
Al governo presieduto da Zanardelli, con un
programma di riforme liberali, per la prima volta nella loro storia i socialisti
concessero il voto. Nonostante questo appoggio esterno, a seguito
della campagna di stampa promossa nel 1903 da Ferri contro il ministro della Marina
ammiraglio Bettolo, Morgari con il deputato liberale Franchetti propose uninchiesta
parlamentare che di fronte alla gravità delle
accuse, facesse piena luce sui rapporti della Marina con le ditte fornitrici, in
particolare la società Terni.
La Camera
respinse la proposta con una maggioranza però piuttosto esigua (188 voti contro 149) in quanto numerosi deputati
di destra avevano fatto confluire i loro voti con quelli dellEstrema. Giolitti si
dimise il giorno successivo al voto, in modo da non venir coinvolto nel declino
zanardelliano, e il governo sopravvisse pochi mesi con un semplice rimpasto.
La sua
attività politica non si esauriva in quella parlamentare: durante lo sciopero dei
portuali di Marsiglia de 1990, andato ad
incoraggiare alla lotta i lavoratori italiani, venne espulso come perturbatore dell'ordine
ed accusato da alcuni giornali italiani di essere pagato dai commercianti liguri,
interessati ad attrarre a sé il traffico del porto francese. A seguito del viaggio del re in Russia
nel giugno 1903, venne annunciato alla Camera che lo zar avrebbe restituito la visita;
egli dichiarò che "qualunque grido di acclamazione
sarebbe stato un plauso allo knut"[21] e che sarebbe stato accolto dai fischi dei
sociaIisti. I riformisti ironizzarono sulla "politica del fischio"[22] e i paventati fischi fornirono il
pretesto per rinviare una visita sgradita al governo di Vienna
Sempre nel 1903, durante
l'insurrezione in Macedonia, si recò sul posto e inviò all'Avanti! una serie di
articoli.
Nel 1903 Zanandelli si dimise e
subentrò Giolitti, cui il Partito Socialista, a differenza di quanto fatto nei confronti
del governo precedente, negò la fiducia.
PersonaImente Morgari, che denunciò sempre i brogli elettorali di Giolitti, riteneva
tuttavia che per l'immediato futuro soltanto un governo giolittiano avrebbe potuto
procedere sulla via delle riforme e in quell'occasione egli scrisse: Ora che Ella definitivamente non è più
ministro... delle elezioni. tra l'altro. posso dirigerle questo saluto senza che Ella
dubiti della mia sincerità... lo sono e sarò sempre socialista ma il progresso va per
gradi, ed Ella è tale uomo da personificare i! progresso per un periodo di I0 o di 20
anni. Poi Ella sarà sorpassato se non camminerà con esso, ma vi è tempo di
parlarne" [23]
Negli anni successivi Morgari fu presente a molte
delle agitazioni che scoppiarono in tutta Italia: nell'aprile 1904 si recò a Torre
Annunziata in occasione dello sciopero generale locale; in maggio fu nel vercellese a
sostenere le rivendicazioni delle mondariso; fu presente allo sciopero dei contadini di
Magliano Sabino e a quello dei minatori Capoliveri.
Nel settembre del 1904 in un grande comizio a
Milano, dopo la strage dei minatori di Buggerru (Sardegna), fu lanciata la parola dordine
dello sciopero generale nazionale; riunitoso il 14 a Roma il Comitato Esecutivo del PSI,
composto da Ferri, Lerda e Morgari, ai quali si aggiunsero il segretario amministrativo
Mongini, Varazzani per il GPS e Cabrini per il Segretariato della resistenza (embrione
della CgdL). decise in un primo momento di respingere la richiesta di sciopero generale,
che fu comunque proclamato perchè a causa di un altro eccidio il movimento spontaneo divenne incontenibile.
7. Il propagandista Morgari e il ciarlatano Frizzi
Il 1. febbraio 1900 fondò il quindicinale "Sempre Avanti!, periodico per gli umili e i
pratici", in cui riprende i
moduli della sua arte propagandistica già collaudata. Alla diffusione dei principi e
degli obiettivi cui sono dedicate le prime due facciate sotto il titolo La pagina degli umili, aggiunge La pagina
dei pratici, con la quale si propone di dare maggior mordente alla propaganda
trattando gli argomenti dellorganizzazione e gestione cooperativa, dellamministrazione
comunale, della condotta pratica degli scioperi. Interessante è la rubrica Se fossi
deputato, cosa farei? che pubblica le risposte dei lettori.
Morgari rivela una
grande capacità di volgarizzatore, teorizzando così il suo metodo di predicazione: Per attrarre le masse lavoratrici è
necessario convincerle e per convincerle occorrerà parlare in maniera da essere compresi.
Bisogna ridurre ai termini minimi il bagaglio delle idee, renderle semplici, riferirsi a
dei fatti conosciuti, partire dal noto per giungere allignoto, servirsi di parabole
e fare impiego di una lingua che altro non sia che dialetto tradotto, insomma discendere
fino al basso livello culturale delle masse lavoratrici, prenderle per mano e
riaccompagnarle adagio adagio allinsù[24] e a chi
lo accusava di cadere nel semplicismo, rispondeva: «Bisogna dividere il lavoro.
Occorrono discorsi, giornali e opuscoli per le classi colte, discorsi, giornali e opuscoli
per le non istruite». A queste ultime egli rivolse specialmente la sua opera.
Essa fa appello agli stessi sentimenti elementari e
profondi delloperaio, al suo spirito di giustizia e fratellanza, convincendolo che
soffre non perché i padroni siano cattivi ma perchè il sistema sociale è ingiusto. Nel
povero è racchiusa la figura ideale del sofferente e delloppresso, accomunando il
muratore e il contadino, il mendicante e la ragazza di filanda. Ad essi si rivolge badando
non solo a cementarne lunione ma a liberarli dai pregiudizi antisocialisti radicati
negli strati popolari: rompendo con la tradizione dei primi fogli operai, l'atteggiamento
verso la religione, la patria, le istituzioni è rispettoso: Il socialismo non
vuole distruggere né la famiglia, né la religione, né la proprietà, né la libertà.
Vuole procedere con mezzi pacifici, a grado a grado
i socialisti non vogliono
spartire: mettono insieme: tutti procedono come soci». La descrizione avveniristica
di una società di eguali è l'espressione di una fiducia positiva nell'evolversi
dell'umanità verso un mondo di giustizia.
La tecnica della propaganda ha una suggestiva presa
sentimentale e insieme regole fisse, elementari. Procede a base di dialoghi, apologhi,
vignette, con una didascalica convincente e meticolosa che non ignora i richiami
letterari, alla Zola, di una descrizione veristica.
Nel 1896 aveva scritto L'arte
della propaganda socialista, pubblicata a puntate e poi raccolta in
un opuscolo che ebbe vasta diffusione e fu più volte ristampato[25].
E' un testo didascalico, interessante oggi solo in quanto rivelatore della ideologia socialista "media" del tempo:
come testi per la formazione del propagandista colto indicava "un
riassunto delle teorie di Darwin e Spencer...Marx completerà la fondamentale triade col
celeberrimo e indispensabile suo Capitale, il vangelo dei socialisti contemporanei",
a cui aggiunge il "Socialisme integral" di Benoit Malon, Socialismo
e scienza positiva di Enrico Ferri, Schaffle La quintessenza del
socialismo, Bellamy "L'anno 2000", mentre agli operai
consigliava la lettura dei giornali di partito.
L'andata al popolo,
l'origine
piccolo-borghese dei quadri, è proclamata così: Sono ben spesso i migliori, codesti
disertori della loro classe. Avrebbero tornaconto a mantenere il presente assetto sociale,
sì mite per loro e lo combattono. Essi nel partito sono i più disinteressati. Il partito
fu fondato dai disertori della classe abbiente e quasi ovunque è diretto da essi
Sempre nel 1896 fondò il periodico
La parola del povero. Foglio di
propaganda popolare, supplemento quindicinale del "Grido del
popolo" che si pubblicava con il
motto Lavoratori voi non siete piccini se non
perchè state in ginocchio: alzatevi". Presentandolo scrive:È la parola che viene dalla risaia dove bruciano al sole fanciulle
decenni e vecchi falciatori; è la parola che esce dalle fabbriche dove si consuma tanto
fiore di giovinezza: è la parola che sale dalla perpetua notte delle miniere e dalle
zolfatare, sepolcri di vivi: è la parola che viene dalle soffitte fredde e dai
bugigattoli marci, dove si pigiano tutte le miserie. Conteneva l'interessante rubrica "Prime notizie dalla città
futura" e
nell'ultima pagina la pubblicità dell'Alleanza cooperativa torinese. Ebbe una notevole diffusione di massa tirando nei primi 23 numeri
complessivamente più di 300.000 copie. Sul Sempre
Avanti! nel 1902 aveva pubblicato in appendice lautobiografia di Arturo
Frizzi, singolare personaggio di venditore ambulante convertitosi al socialismo[26],
che mise al servizio del partito la sua arte di oratore popolare.
Questo scritto aveva anche lo scopo di mettere
in luce che il merito della mia riabilitazione la devo
alla fede socialista che sempre mi sarà costante compagna nella lotta per lesistenza".
Per il genere di vita che conduceva, la sua richiesta di iscrizione non venne subito
accettata e Bissolati, cui si era rivolto, gli rispose sii buono, pazienta ancora, sta un po
sotto aceto, poi in seguito rifarai la domanda, e se ti comportrai bene, come ho fiducia,
sarai soddisfatto. Non dubiti, caro Leonida io replicai- che farò meno male di
quanto mi sarà possibilie per rendermi degno di voi socialisti, veri apostoli di Cristo[27]...Voi
soli meritate tutto il rispetto perchè disinteressatamente sostenete le ragioni degli
umili, degli offesi, degli sfruttati. Tre anni
dopo fui accettato nel Circolo di Cremona, poi per maggior comodità, causa la mia
posizione di ambulante mi iscrissi alla Sezione Centrale dove pagavo le mie quote.
Per un atto di rispetto verso i compagni aveva
ritenuto doveroso abbandonare Rosina, la donna che amava ma che non era sua moglie, come
di frequente succedeva nel mondo degli imbonitori. Questo gesto fu apprezzato come
espressione della volontà di riabilitazione ma Morgari nella nota di commento allo
scritto volle sottolineare di non considerare come fallo
lincontro con questa donna: ... noi
rivendichiamo altamente ad ogni essere umano,
come massimo bene, il diritto alla libertà dellamore ....che prorompe fin dora
rivoluzionariamente nei casi come quello narrato dallautore, ma che
avrà pratica e generale sanzione soltanto in una società socialista, allorchè luomo
e la donna, posti su uno stesso piede deguaglianza economica, più non si
vincoleranno che per amore, sciogliendosi quando lamore non cè più, senza
danno materiale per alcuna delle parti, e nemmeno pei figli
Frizzi partecipò alla vita di partito sia come
propagandista che come candidato in prima persona e collaborando alla stampa socialista
come diffusore ed anche inviando corrispondenze a vari fogli: "La nuova terra",
"Il popolo" di Trento diretto da Battisti, ecc.
Intervenne al congresso di Bologna del 1904 dichiarando "di essere venuto con simpatie riformiste ma di
essere diventato intransigente dopo il discorso di Lazzari " [28].
Si dimise nel 1912.
Ripubblicata col titolo Il ciarlatano
e con la prefazione del direttore della Giustizia Giovanni Zibordi nel 1912,
la biografia conteneva una dedica a Oddino Morgari cui devo lessere
diventato un socialista, pratico e nemico della violenza, da qualunque parte venga. Lo
chiamo con orgoglio mio padre, sebbene di due
anni più giovane, perchè per me egli fu tale come per molti, che dalla sua parola
appresero la vera natura del socialismo
8.
A Torino agli inizi del secolo. Lo sciopero dei gasisti (1902)
Nel
1897 in Piemonte i voti socialisti balzarono da 8.850 a 30.000, superando quelli della
Lombardia. Nel capoluogo raccolsero 5.400 voti
su 20.000: un torinese su quattro votava PSI. In
una città dove la classe operaia crebbe nel ventennio 1881-1901 solo dal 28 al 29% della
popolazione attiva, fu decisiva per i successi elettorali l'alleanza con la piccola
borghesia impiegatizia, esercente ed intellettuale, che a differenza di altre città non
aveva una formazione democratica che la rappresentasse (in povincia di Torino contro i
48.000 voti costituziionali e 14.000
socialisti si hanno appena 3.000 voti radicali) ma votava direttamente per i candidati
socialisti.
Di
estrazione borghese erano quasi tutti i quadri e i candidati nelle elezioni. Nofri e
Morgari erano dirigenti di quelle associazioni mutualistiche che, col loro fitto e
ramificato tessuto, fungevano da tramite fra gli interessi economici della classe operaia
e dei ceti piccolo-borghesi. L'equilibrio era destinato a rompersi con i primi anni del
'900 quando la nascita della grande industria avrebbe dilatato la massa operaia.
Il 1900 si aprì, per il socialismo piemontese, con
la celebrazione del 7. Congresso regionale, tenuto ad Alessandria il 6 gennaio in cui il
neo-sindaco della città Paolo Sacco, relatore sulla tattica, propose l'alleanza tra i
partiti popolari come elemento permanente della politica socialista, incontrando
resistenze nella sezione torinese dove il riformismo era accompagnato alla chiusura ad
alleanze per mancanza di partners.
Nel 1900 il PSI aveva a Torino una estesa base
elettorale: oltre ai due deputati (Quirino Nofri e Morgari), 17 consiglieri comunali e 3
provinciali ed è accusato di badare essenzialmente alla lotta politica e amministrativa
trascurando la lotta economica e di fabbrica. Nel giugno 1902 si accresce di altri nove
consiglieri comunali provenienti dalle file della borghesia professionale e accademica.
A
dicembre 1900 entrarono in sciopero i fonditori, ma non bastò la
mobilitazione compatta per quasi due mesi e la
solidarietà di altri lavoratori per
aver la meglio sull'intransigenza degli
industriali; lo sciopero
sostanzialmente fallì, senza che l'organizzazione
delle leghe di mestiere si sfaldasse: tra la fine del 1901 e l'inizio del 1902, la Camera
del lavoro conta 6500 operai organizzati, numero comunque
modesto in rapporto al totale della massa
lavoratrice cittadina e se confontato ai 28.000 d Milano. I dirigenti sindacali e i quadri di partito vivono con apprensione questa vigilia della prima grande battaglia dei
lavoratori torinesi: è in gioco, a livello locale, la credibilità della linea strategica
riformatrice e legalitaria che il PSI ha
confermato con il voto di fiducia espresso nel febbraio 1901 al governo Zanardelli.
L'occasione
sembrò giungere agli inizi di febbraio del 1902, quando gli operai gasisti delle due
Società esercenti in città
scendono in sciopero. L'agitazione è seguita dai dirigenti sindacali: nel salone dellAGO dove i gasisti si sono riuniti per decidere lo sciopero
sono presenti oltre al segretario della Lega,
il consulente legale dei gasisti, il
rappresentante della CdL e quello della Federazione
nazionale, che si dichiarò favorevole allo sciopero in considerazione dei successi ottenuti
dalla categoria in altre città italiane. Scontata è
l'intransigenza delle due società produttrici che hanno già dimostrato, non rispondendo al memoriale, di non
voler trattare. Ma un elemento nuovo e non
previsto rende problematica una favorevole
risoluzione della vertenza: le autorità
cittadine e governative intervengono nel
conflitto, vanificando ogni possibilità di vittoria operaia. Il giorno 4 il prefetto rifiuta di ricevere una delegazione operaia e invia la truppa, affinché presìdi i gasometri e
contribuisca al funzionamento dei forni. Il sindaco respinge la proposta operaia di
continuare a prestare servizio di accensione dei lampioni nelle vie cittadine e ne incarica gli spazzini
comunali.
Morgari inviò un telegramma di protesta a Giolitti, in cui denuncia l'operato del prefetto
e fa presente che ad Alessandria, in un'analoga situazione, non vi
era stato l'invio della truppa e, anche a Genova, dove inizialmente erano stati mandati dei soldati, questi erano stati subito
ritirati.
È di alcuni giorni dopo un secondo telegramma di protesta di Morgari, che dice fra l'altro: Questo non si chiama
garantire la pubblica sicurezza, ma parteggiare per il capitale contro il lavoro. Chiedo
che si ordini al locale prefetto il ritiro dei militari o la sua immediata intromissione
per risolvere la vertenza.
Anche i consiglieri comunali socialisti, nella
seduta del 12 febbraio, protestarono
vivamente contro il comportamento del sindaco facendo presente che le società, legate da
una convenzione con il comune, sono da considerarsi
inadempienti avendo rifiutato di prendere in
considerazione le richieste operaie. Nel
frattempo le due società hanno invitato, pena il licenziamento, le maestranze a
presentarsi al lavoro. L'appello cadde nel vuoto, ma ormai la situazione è compromessa L'intervento dei soldati e il reclutamento di crumiri ha riportato
la normalità nel servizio d'illuminazione. Il 19 febbraio la proposta della commissione degli operai gasisti che la
soluzione della vertenza fosse demandata a un
collegio arbitrale fu rifiutata, facendo giungere al culmine l'indignazione della massa operaia torinese.
Nella notte del 20-21 sono diffusi manifestini inneggiami
allo sciopero generale, nella mattina del 21 vi sono alcune astensioni spontaneamente dal lavoro, nel pomeriggio il numero degli scioperanti aumenta. Un
gruppo di dimostranti è caricato dalla truppa e si effettuano alcuni arresti, alle
17 parlano alla folla Actis, Casalini e Morgari, che
è il più deciso nell' invitare allo
sciopero generale cittadino
In serata, la commissione esecutiva della CdL
redige un manifesto, in cui prende
atto della nuova situazione Non
tumulti, non violenze; la classe operaia dimostra la sua forza semplicemente con l'astensione dal lavoro. Essa non ritornerà alle
officine se non quando gli operai gasisti avranno
ottenuto soddisfazione.
I giorni seguenti sono caratterizzati da scontri tra
dimostranti e forze dell'ordine, ai quali fanno seguito arresti. Allo sciopero non hanno aderito tutti i lavoratori, ma
alcune avanguardie sono decise a continuare la lotta. Per cinque giorni, 10.600
operai e 5.000 operaie si astengono dal lavoro e sfilano per le vie cittadine,
anche se il prefetto ha proibito ogni pubblica
manifestazione.
Fu ancora Morgari nel pomeriggio del 22 febbraio a
parlare alla folla invitandola a
continuare la lotta, dopo che nella mattinata aveva guidato un corteo di protesta sotto il
municipio . Nel frattempo il sindaco convince le
due società ad accettare l'arbitrato, ma solo previa accettazione del principio dell'illicenziabilità
dei crumiri, ciò che rappresenta per i gasisti una resa senza condizioni.
Nonostante ciò, la CdL e la dirigenza socialista rivolgono un appello ai lavoratori
affinchè riprendano il lavoro, in quanto con il loro sciopero avrebbero già vinto una
grande battaglia. Anche Morgari, fino all'ultimo deciso sostenitore della lotta, firma il
manifesto. In seno alla dirigenza socialista del partito e della CdL è ancora una volta
prevalsa la moderazione.
Il 27 febbraio
in un'adunanza all'A.G.O. Morgari cercò di spiegare il suo atteggiamento e il perché
del manifesto che invitava al ritorno al lavoro, ma venne apostrofato violentemente da un
anarchico che lo accusò di aver prima trascinato gli operai nello sciopero generale,
rovinandoli, e di esser si poi ritratto e concluse invitando gli operai a diffidare da
simili «capi» che cercavano piedistalli a spese degli operai e che sarebbero domani
diventati tiranni; Morgari reagì con un
ceffone. Nei giorni successivi, coperto di lettere di biasimo, pubblicò sul Sempre Avanti! un articolo
amaro ma pacato. In esso affermò di aver agito secondo coscienza .
Il 1 marzo il lodo obbliga le due società a riassumere solo 224 dei
658 scioperanti . Il bilancio dell'agitazione non può esser più negativo: alla mancata
riassunzione si aggiungono i 200 procedimenti penali degli arrestati.
|