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Resistenza: Roma

La partenza dei convogli dei deportati

Verso l’alba del lunedì, i razziati furono messi su autofurgoni e condotti
alla stazione di Roma-Tiburtino, dove li stivarono su carri bestiame, che
per tutta la mattina rimasero su un binario morto. Una ventina di tedeschi
armati impedivano a chiunque di avvicinarsi al convoglio.
Alle ore 13,30 il treno fu dato in consegna al macchinista Quirino Zazza.
Costui apprese quasi subito che nei carri bestiame "erano racchiusi" - così si esprime una sua relazione- "numerosi borghesi promiscui
per sesso e per età, che poi gli risultarono appartenenti a razza ebraica".
Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per
raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più
probabilmente a Orte) incrociò il "treno piombato", da cui uscivano voci
di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il
viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si
avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non
tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo
segno di vita che ci sia giunto da loro.
Nei pressi di Orte, il treno trovò un semaforo chiuso e dovette fermarsi
per una decina di minuti. "A richiesta dei viaggiatori invagonati"- è ancora
il macchinista che parla - alcuni carri furono sbloccati perchè "chi ne
avesse bisogno fosse andato per le funzioni corporali". Si verificarono
alcuni tentativi di fuga, subito repressi con una nutrita sparatoria.
A Chiusi, altra breve fermata, per scaricare il cadavere di una vecchia,
deceduta durante il viaggio. A Firenze il signor Zazza smonta, senza
essere riuscito a parlare con nessuno di coloro a cui aveva fatto
percorrere la prima tappa verso la deportazione. Cambiato il personale di
servizio, il treno proseguì per Bologna.
Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera, né altri stati neutrali
sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che quelli del 16
ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al
vero, perchè molte famiglie furono portate via al completo, senza che
lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la
scomparsa.

Novembre 1944

(da Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, pp. 62-64). 

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