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L'appello dell'Anpi

per il 25 aprile

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25 aprile 1945 – 25 aprile 2002

Il fascismo è costato alla nostra Patria, oltre la disfatta militare, il disonore di aver scatenato, insieme ai nazisti tedeschi, una feroce guerra di aggressione, che sarà ricordata nella Storia per gli innumerevoli delitti contro l’umanità commessi in nome delle "razze superiori" e dei loro deliranti obbiettivi di dominio sul mondo.

Ma la fine della 2° Guerra Mondiale ha visto anche l’Italia, per merito della Resistenza, che il popolo italiano ha condotto insieme alle Armate Alleate, e dell’insurrezione che l’ha conclusa, partecipe del trionfo degli ideali di libertà, di democrazia e di giustizia sociale, sigillati poi nella Costituzione della nostra Repubblica.

NOI

partigiani e patrioti del Corpo Volontari della Libertà, ufficiali e soldati del Corpo Italiano di Liberazione, perseguitati politici antifascisti, perseguitati per le turpi motivazioni razziali, militari e civili superstiti dei campi di sterminio nazisti, anche in memoria di chi fu assassinato dai fascisti e dai nazisti nella pratica infame della tortura, delle stragi e delle rappresaglie, siamo orgogliosi di essere stati l’avanguardia e il braccio armato di questo popolo d’Italia, che ci è stato vicino e partecipe, e di esserne la memoria vigile.

Accade però oggi che un governo, che in alcune sue manifestazioni mostra i caratteri di un cartello di affaristi, post-fascisti e secessionisti, scarsamente provvisti di senso dello Stato, ha preso in mano la guida della maggioranza che legittimamente ha vinto le elezioni, e sembra imprimere nuovi impulsi allo scadimento delle istituzioni e della morale pubblica, alle insidie alla Costituzione, alla tolleranza del vilipendio dei simboli della Patria e delle istituzioni europee, che invece così largo consenso ottengono dal nostro popolo.

I nostri ordinamenti sono saldi, il nostro è uno Stato democratico che difficilmente potrà essere trasformato in un regime se non saranno intaccate le regole costituzionali che ne garantiscono la struttura; la nostra adesione agli ideali di un’Europa unita non è in discussione, malgrado le arrochite esternazioni di incolti e screditati caporioni locali.

Ma sentiamo che possono nascere nuove emergenze per la democrazia quando si utilizzano gli strumenti di governo in difesa di interessi personali, attentando ai principi dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura e agli spazi delle libertà fondamentali e dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

In particolare va difeso il diritto a un’informazione corretta e completa: bisogna perciò impedire la concentrazione della proprietà e della gestione dei mezzi di comunicazione, a partire da quello televisivo, soprattutto nelle mani di chiunque abbia responsabilità di governo, perché non diventi strumento di manipolazione del consenso.

Altrettanto pesante ci sembra l’attacco alla scuola statale, con il tentativo di arretrarne la funzione educativa e formativa a scuola di classe al servizio delle imprese, e alla laicità dello Stato.

Ma soprattutto inverosimile appare la virulenza dell’aggressione ai diritti acquisiti dalle lotte democratiche dei lavoratori, allo stato sociale, ai principi di solidarietà umana che li informano.

Una politica dettata apoditticamente dai grandi interessi economici renderà incerto il futuro sia per i "padri" che per i "figli", quale che sia il livello delle loro professionalità, se esso resterà affidato alla variabile delle convenienze, ritenute tali da chi mantiene, oltre il potere economico, anche il controllo di una "flessibilità del lavoro" priva di adeguate garanzie.

La situazione si è ulteriormente aggravata con la ricomparsa del terrorismo omicida, sempre presente, con tempestiva puntualità, nei momenti critici per la democrazia politica e sociale. Ciò impone ulteriore vigilanza di fronte ai rischi che una nuova "strategia della tensione" comporterebbe alla dialettica democratica, e impegna tutto il paese a respingere compatto, con orrore e disprezzo, qualsiasi manifestazione di violenza politica e terroristica.

Non basta predicare che bisogna abbassare i toni della dialettica politica. Il problema non è solo di linguaggio: lo stato di salute della democrazia si basa sull’alternanza, di cui oggi vengono negati da alcuni gli stessi presupposti. Basti pensare alla liquidazione della "concertazione" e la proposta di sostituirla con un "dialogo" che di fatto garantisce solo l’eventuale arbitrio di chi ha in mano le leve decisionali.

NOI

Sentiamo fortissima l’esigenza di rivolgere un pressante appello a tutti i democratici di qualsiasi colore, e alle loro strutture rappresentative – politiche, professionali, sociali, culturali, ecc. – perché recuperino quell’unità che rese tanto forte la Resistenza in Italia e in Europa.

E’ in pericolo la democrazia? Non lo riteniamo probabile, sia perché non ne esistono i presupposti sia per la risposta ferma e civile che il paese sta dando al ritorno del terrorismo e al "progetto di controriforma", che sembra caratterizzare questo governo, con un movimento imponente, ma pacifico e di alta qualità, cui aderiscono milioni di cittadini di tutte le età e di tutti i ceti sociali e i livelli culturali.

Torneremo a gridare "LIBERTA’ ", il 25 di aprile, sulla piazza del Campidoglio, nel rispetto rigoroso della dialettica democratica e delle leggi che noi le abbiamo dato e che la garantiscono a noi e a tutti, ma che, forti del consenso antifascista che ancora oggi pervade questa Patria nostra, non permetteremo a nessuno di manomettere.

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