Etienne Balibar
I tre punti che vorrei proporre alla discussione sono i seguenti: 1. Se partiamo dalla situazione attuale, nella quale il problema di una nuova forma di cittadinanza a livello europeo viene ripetutamente evocato sia in maniera puramente simbolica, sia in forma più seria, e appare come un intreccio di questioni di identità, partecipazione, rappresentanza, organizzazione dei poteri, definizione delle comunità e delle politiche sociali, il primo aspetto che dobbiamo discutere è l’aspetto storico a lungo termine. Credo che ci sia bisogno di una storicizzazione radicale del concetto di cittadinanza, se vogliamo capire come venga oggi messa in discussione la famosa equazione di cittadinanza e e nazionalità. Forse è necessario aggiungere un terzo termine a questa equazione, un termine la cui importanza non è solo simbolica, ma decisiva sul piano materiale: il termine sovranità. Già da qualche tempo, da un periodo abbastanza lungo in termini storici, anche se non lunghissimo, accettiamo l’idea di una equazione quasi naturale nei nostri paesi tra il diritto di cittadinanza e l’appartenenza nazionale. Questa accettazione ha come conseguenza e anche come presupposto una certa idea della sovranità. Anche se questo è un punto molto delicato, la semplice idea di una estensione di questo modello a livello sovranazionale non può essere presa in considerazione, perché risulta contraddittoria. Per molti aspetti, quello a cui assistiamo in questi ultimi anni in Europa è lo scontro senza possibilità di composizione — che si fa più forte in relazione alle nuove tappe della costruzione europea e anche al comparire di nuove forme di resistenza a questa costruzione — fra l’idea che la sovranità non può essere definita se non a livello nazionale, e quindi una cittadinanza o una comunità di cittadini europei non può essere che una cittadinanza “di secondo grado”, e una visione, magari parziale o ipotetica, di uno stato europeo sovranazionale che riprodurrebbe lo stesso legame di sovranità, di territorio, di appartenenza o di controllo della popolazione che si è sviluppato nell’età moderna nel quadro dello stato nazione. In questo modo sfugge ad ogni riflessione seria la possibilità che esistano e che si creino, sia a livello europeo sia in altri contesti, dei modelli di cittadinanza che sono profondamente diversi o divergono dal modello della cittadinanza nazionale. E’ per questo che io ritengo essenziale quello che ho definito una “storicizzazione radicale del problema”, precisamente per far emergere e reintrodurre nella nostra coscienza storica il fatto che la storia della cittadinanza è una storia lunghissima, una storia complessa, non lineare, nella quale si sono già prodotte delle trasformazioni, degli spostamenti decisivi, anche se naturalmente alcuni principi astratti, essenziali, come il principio dell’uguale libertà che era già implicito nella cittadinanza greca e venne formulato in termini espliciti soprattutto nel diritto pubblico romano, restano costanti. In modo molto strano, gran parte delle discussioni filosofiche e sociologiche anche recenti intorno ai modelli di cittadinanza e al concetto di cittadino rimangono prese nella famosa alternativa tra il concetto antico o cosiddetto antico di cittadinanza, e il concetto moderno, cioè l’alternativa fra il primato della polis, il primato del tutto, del gruppo come tale, e il primato dell’individuo, dei diritti soggettivi, l’affermazione della società civile, che sarebbe tipica della democrazia o della cittadinanza moderna. Questo dibattito famosissimo, che ha coinvolto già dall’inizio dell’Ottocento filosofi e politici in tutti i paesi europei (in Francia Benjamin Constant e Alexis de Tocqueville), riflette le condizioni di formazione dello stato nazionale europeo moderno, ma nasconde e produce distorsioni enormi quanto alla storia reale del concetto di cittadino. Quali che siano le differenze enormi e considerevoli che possiamo trovare fra la cittadinanza di un greco di Atene o di un altra città antica, o un cittadino romano del tempo della repubblica o dell’impero, o il cittadino cosiddetto borghese delle città medioevali e delle repubbliche italiane del Quattrocento e del Cinquecento, e più tardi il cittadino delle monarchie per finire con gli stati nazionali dell’Ottocento, c’è evidentemente una invariante che rimane sempre presente: quello che chiamerei il principio di chiusura, l’idea che la cittadinanza non può essere universale. L’idea di una cittadinanza mondiale, l’idea del cosmopolitismo è certamente esistita in diversi periodi, sia come ideale di vita del saggio o dell’individuo isolato, sia all’interno di movimenti politici e intellettuali o tra i militanti del movimento operaio. Ma è rimasta appunto un ideale o una utopia. Sul piano più materiale delle istituzioni positive, sembra che l’idea di cittadinanza non possa essere separata da un principio di chiusura. Tuttavia la chiusura, quella che produce le frontiere territoriali e umane che limitano i movimenti di popolazioni, non è forse un concetto assolutamente univoco. Ció che ci porta a ritenerlo tale è stato probabilmente il mito della sovranità assoluta dei singoli stati. La mia ipotesi è che la sovranità assoluta dello stato non sia esistita veramente che in periodi limitati e in casi eccezionali. La regola storica è piuttosto quella della sovranità limitata delle unità politiche, degli stati ecc. E’ probabile che l’idea della sovranità assoluta, che è l’idea di se stessi che gli stati europei hanno sviluppato nel loro discorso giuridico e ideologico di legittimazione, sia profondamente legata alla giustificazione delle politiche imperialistiche del secolo passato, e forse proprio per questo è entrata profondamente in crisi mano a mano che queste condizioni venivano superate. 2. La seconda idea o il secondo tema sul quale volevo insistere è questo: segue quasi naturalmente dal punto precedente, che si può parlare di una cittadinanza europea o della sua prospettiva, cioè di uno statuto comune a individui e gruppi che si riconoscono come membri di una stessa comunità a livello continentale, solo in base ad una “regola di esclusione” che funzioni su scala europea. Non ho il tempo di fornire esempi della recente proliferazione di miti, nuovi o rinnovati, storici, religiosi e politici finalizzati a creare l’immagine di una natura comune dei popoli europei, o di certi popoli europei, come fondamento di questa regola di esclusione. Ne cito soltanto uno: alcune settimane fa un notevole e notissimo sociologo francese, Henry Mondrasse, ha pubblicato un libro, tra i tanti che vediamo in questi tempi nei nostri paesi, dal titolo L’Europe des européens. L’autore si sforza di mostrare che esiste un contenuto culturale identificabile comune ai diversi paesi europei, che può servire da struttura di base o radicamento per i progetti istituzionali comunitari, ivi compresa l’unificazione monetaria, e cerca di enumerare questi punti di riferimento fondamentali: in primo luogo l’individualismo, in secondo luogo l’idea di nazione, con vari contenuti sociologici, in terzo luogo un certo modo di combinare scienza e tecnologia nello sviluppo capitalistico e infine una certa idea di democrazia rappresentativa o parlamentare. E’ interessante che dalla descrizione di questi criteri che sembrano conferire all’idea di tradizione europea comune un contenuto di tipo universalistico, si traggano immediatamente delle conseguenze in termini di esclusione, le quali servono a tracciare delle frontiere che in realtà - lo sappiamo tutti - sono difficili da collocare e sono spesso motivo di conflitto. Per esempio, frontiere fra le tradizioni culturali dell’Europa dell’Ovest e dell’Europa dell’Est, frontiere fra i paesi di tradizione cristiana e i paesi di tradizione islamica della zona mediterranea, dimenticando che la frontiera fra le radici cristiane e le radici islamiche oggi si è spostata e riprodotta all’interno di alcuni paesi europei. Ma lasciando da parte, anche se è molto importante, il discorso di legittimazione più o meno mitico relativo alle radici e la cultura comune, vorrei soffermarmi brevemente sull’aspetto più direttamente giuridico. Secondo il trattato di Maastricht - cito più o meno a memoria - “è cittadino europeo quello che ha la nazionalità di uno degli stati membri”. Questa formulazione è molto importante perchè per la prima volta l’idea di cittadinanza europea viene sottoposta ad un processo di definizione e non è più soltanto un ideale o una utopia più o meno vaga. Secondo me questa formulazione è estremamente interessante perchè esplicita in modo ufficiale quello che io chiamavo ieri il “principio di appropriazione” dei cittadini da parte degli stati nazionali, e in questo senso contiene una contraddizione molto profonda. Infatti essa introduce l’idea (o semplicemente il nome) di una nuova cittadinanza su scala europea, e allo stesso tempo, probabilmente per ragioni di legittimazione e anche per rassicurare l’opinione pubblica dei diversi paesi europei, riafferma l’appropriazione dei cittadini da parte dei singoli stati. Chi non ha la nazionalità di uno degli stati membri non può entrare nella comunità e, in modo reciproco, non si entra nella comunità se non attraverso la mediazione dell’appartenenza nazionale. Abbiamo qui a che fare con un vero effetto perverso. Invece di produrre una apertura, anche se relativa, della cittadinanza, si produce una nuova esclusione, e cioè l’esclusione dalla comune cittadinanza europea di tutti quei gruppi di origine non europea ma stabiliti sul territorio europeo già da diverse generazioni, che formano parte integrante e costituente del lavoro europeo, dello sviluppo economico europeo, della vita quotidiana delle città europee, della cultura e dell’emergere di nuove forme di civiltà a livello europeo (come i turchi in Germania, i pachistani e gli indiani in Inghilterra, i magrebini e gli africani in Francia, ecc...).Ció che viene per così dire sottolineato da questa definizione, è che c’è una parte importante, non si può misurare in termini esatti, forse il 10% della popolazione del continente europeo che si trova qui non per ragioni di invasione o in modo illegale, ma in modo permanente, e che viene esclusa dal processo di costruzione di questa nuova cittadinanza. E’ questa l’ipotesi, o piuttosto il rischio, dell’emergere di un apartheid europeo che sarebbe come il lato oscuro, la controparte della costruzione di questa nuova cittadinanza. Inoltre, con il fatto più o meno diffuso e anche ufficialmente riconosciuto di questo apartheid, per cui da un lato in Europa si costruisce una nuova cittadinanza, però dall’altro solo una parte della gente che vive nel continente avrà il diritto di partecipare a questo processo e di godere dell’insieme dei diritti di cittadinanza, sorge anche il rischio di un “razzismo istituzionale”, che ritengo in un certo senso molto più pericoloso delle forme cosiddette spontanee del razzismo sociologico. La conclusione, secondo me, è la seguente: l’unica alternativa all’apartheid è una transizione regolata verso una cittadinanza aperta, quello che, trovandomi a Roma, vorrei chiamare in modo simbolico l’equivalente moderno dell’editto di Caracalla. 3. Il terzo punto è - molto brevemente - questo. Bisogna sforzarsi di collegare al problema precedente una riflessione più generale sulla polarità tra l’aspetto relativo allo status e l’aspetto dei diritti e delle libertà nella definizione della cittadinanza. Credo che questo sia un problema permanente, che potremmo riscoprire quasi in ogni forma storica della cittadinanza, dalle città antiche fino al presente. Non ho mai creduto o pensato che la cittadinanza antica esistesse solo a livello di status, fosse cioè definita soltanto in termini di diritti oggettivi concessi dallo stato all’individuo. Vi sono stati diritti soggettivi anche nelle città antiche, perchè ci sono stati movimenti popolari, rivendicazioni, affermazioni di libertà individuali e collettive, e naturalmente nelle società moderne, e specialmente contemporanee, non assistiamo al puro e semplice trionfo del diritto soggettivo, cioè della libertà individuale sullo status, ma vediamo piuttosto una permanente tensione fra questi due aspetti. Questo è, se si vuole, l’intreccio degli statuti della cittadinanza passiva, dei diritti riconosciuti all’individuo, ma in modo passivo, e della cittadinanza attiva, della partecipazione politica e civica, cioè l’intreccio di status e di diritti che si è progressivamente stabilizzato nella forma più recente dello stato democratico, quello che si è chiamato lo stato provvidenza o lo stato sociale. Per conto mio, sapendo bene che questa formulazione è provocatoria, preferisco chiamarlo “stato nazionalsociale”, poichè sono convinto che la politica sociale, quella del riconoscimento di certi diritti del lavoro e di certe forme di assistenza pubblica ecc.., si è sviluppata soltanto a condizione di rispettare e di rafforzare il carattere nazionale dello stato. Tuttavia, nello stesso tempo, lo stato moderno ha potuto superare le sue crisi, soprattutto le grandi crisi corrispondenti alle guerre mondiali, soltanto nella misura in cui si è rifondato e rilegittimato come stato sociale, nell’Europa dell’ovest anche per ragioni di concorrenza con il modello socialista. Chiamerei questo intreccio di aspetti nazionali e sociali, usando una parola classica della filosofia politica, la costituzione mista degli stati moderni, cioè un certo equilibrio di poteri e di contropoteri. La mia conclusione è dunque la seguente: l’equazione di cittadinanza e nazionalità non è naturale, produce un effetto di sovranità, vale a dire che rende possibile un legame forte di legittimità democratica fra popolo da un lato e governo o stato dall’altro, solo nella misura in cui viene riprodotta attraverso l’integrazione di lotte sociali, lotte di classe, il riconoscimento di diritti, la ridistribuzione parziale e la possibilità di esprimersi di certe rivendicazioni. Qualche tempo fa ho avuto l’occasione di riprendere una famosa affermazione di Hegel e dichiarare: “es gibt keinen Staat in Europa”. Perchè? perchè non c’è uno stato europeo sociale, vale a dire non c’è una costituzione mista a livello europeo, una costruzione politica dall’alto e dal basso allo stesso tempo, in una parola non c’è un popolo europeo. Per creare il popolo europeo, che è la chiave dell’invenzione di un nuovo tipo di stato nè nazionale nè sovranazionale, o di un nuovo tipo di cittadinanza della quale non possiamo ancora auspicare o immaginare tutti i contenuti, ci sono due vie opposte. Una è quella della coscienza comunitaria mascherata da discorsi di tipo universalistico. Il problema cruciale è sempre lo stesso: se la creazione di questa coscienza comunitaria si fa attraverso l’esclusione, cioè lo sfruttamento di un rapporto nemico/amico, il problema, di questi tempi, è che una parte di questi potenziali nemici non si trova all’esterno, ma si trova già all’interno dello spazio europeo. All’opposto di questa via, c’è l’ipotesi della creazione di una coscienza comunitaria attraverso il movimento democratico, movimento sindacale, culturale, educativo, e soprattutto la costruzione dei contropoteri. Il problema dei contropoteri non è solo un problema di rappresentanza, è un problema di controllo dei controllori, è il problema di un governo popolare dei governanti, qualcosa che secondo me potrebbe ben essere il vero contenuto di quello che un filosofo tedesco ha chiamato “pattriottismo della costituzione nel mondo di oggi”.
Cittadinanza, nazionalità, sovranità: alcune riflessioni
Seconda conferenza - 6 maggio1997