Etienne Balibar
Democratizzare le frontiere
Prima conferenza - 5 maggio1997
1. Premessa
L’esistenza di cittadini, anche quando sono riconosciuti
attraverso gli statuti delle istitituzioni statali, non è mai il presupposto
assoluto della cittadinanza attiva: ne è piuttosto il risultato, più o meno
prolungato nel tempo. Ma questo risultato, lo sappiamo tutti, dipende da condizioni
complesse di cui rappresenta la sintesi aleatoria. In senso forte, può essere
considerato come un’opera d’arte politica, cioè collettiva. Non nel senso romantico
di creazione dello spirito o del genio di un popolo, bensì nel senso opposto
di prodotto dell’intelligenza discorsiva, della capacità di sfruttare le condizioni
storiche per orientarne o riorientarne il corso spontaneo, o anche selvaggio,
attraverso la discussione pubblica, il gioco di proposte e contropoposte, la
rappresentazione degli interessi organici della società e dei loro conflitti.
Tra queste condizioni della cittadinanza non dobbiamo certamente dimenticare le tendenze economiche, le rivoluzioni tecnologiche, lo spostamento dei luoghi del potere e degli spazi del suo esercizio. Ma non possiamo discuterne senza prendere in considerazione anche l’aspetto della cultura, che dalla cittadinanza risulta secondo me inseparabile. Direi anzi l’aspetto di civiltà, pensando che la civiltà, come condizione della cittadinanza ed anche come risultato della sua vitalità, si presenta prima di tutto come un processo permanente di riduzione o di conversione della violenza: quella ereditata dal passato, quella prodotta dallo sviluppo della modernizzazione, quella che scaturisce dai processi di trasformazione sociale (antagonismi di interessi, strategie di dominio), quella infine scatenata nel quadro delle istituzioni statali – violenza legale, per così dire, che rappresenta l’eccesso inevitabile del potere sul potere stesso, che nelle situazioni di crisi di egemonia o di crisi di legittimazione può mettere in pericolo la possibilità stessa della pratica politica.
Tenendo presenti queste premesse, ho voluto concentrare la mia attenzione sul problema delle frontiere, cercando di riflettere in modo forse un po’ generale e filosofico su come si presenta e si presenterà la questione – allo stesso tempo politica ed antropologica – delle frontiere, delineando il percorso che potrebbe portarci dalla attuale violenza potenziale esercitata mediante l’istituzione delle frontiere, fino all’idea di una democratizzazione di tale istituzione, senza la quale ogni progetto per creare una nuova cittadinanza in Europa risulterà contraddittorio ed incompiuto.
2. Che cosa è una frontiera ?
Che cos’è una frontiera? Questo interrogativo vecchio e nuovo non ha una risposta semplice. Non la può avere. Non esiste infatti una “essenza” della frontiera, applicabile a tutti i livelli di spazio per tutti i tempi, omogenea dal punto di vista delle esperienze individuali e collettive. Lasciamo da parte il limes romano, la grande muraglia cinese che non ha mai chiuso nulla, le marche medioevali ecc.
Pensando soltanto al percorso degli stati moderni nazionali in Europa, si vede bene quale distanza concettuale, giuridica e tecnica separi la frontiera di una monarchia del Seicento al tempo della fondazione del cosiddetto equilibrio europeo, dalla frontiera comunitaria istituita dai trattati europei, prima di tutto quelli di Roma, rafforzati poi dalle convenzioni di Schengen e Dublino. Sappiamo anche che la stessa frontiera può essere molteplice: non si entra o si esce allo stesso modo con un passaporto nordamericano o con un passaporto di un paese balcanico. Tuttavia questa impossibilità di fissare l’essenza storica della frontiera è anche una fortuna, o può esserlo.
In questo mondo instabile abbiamo bisogno di nozioni complesse per rovesciare la falsa semplicità delle rappresentazioni tradizionali. Discutere delle frontiere vuol dire discutere delle identità nazionali o della loro istituzione. Non c’è dubbio che esistono delle identità, o piuttosto delle identificazioni attive o passive, accettate o imposte, ristrette a piccoli gruppi o estese a grandi masse di popolazione. Che siano molteplici, che siano costruzioni storiche o finzioni nel senso forte, ciò non le rende meno effettive. Tuttavia è anche chiaro che queste identità non vengono mai ben definite o delimitate senza ambiguità, senza conflitti, senza difetti. In senso forte, delle identità semplici sono impossibili, o piuttosto lo sarebbero, se non venissero delineate attraverso una forzatura.
Una definizione pratica delle identità collettive esige che venga ridotta una complessità, esige in altre parole, e un po’ paradossalmente, un “supplemento di semplicità”. Lo stato-nazione è un formidabile riduttore di complessità. Tuttavia la sua esistenza è un fattore permanente di complessità e di disordine, che si cerca a posteriori di ridurre. Ne osserviamo ogni giorno gli effetti violenti, soprattutto nell’ambito della cosiddetta mondializzazione, e questo ci porta a fare i conti con l’accrescimento di situazioni di violenza legale o paralegale.
A mio avviso il compito centrale di ogni progetto di nuova cittadinanza nell’era della trans-nazionalizzazione dell’economia, delle comunicazioni e della cultura, è quello di proporre progetti e iniziative politiche per fare fronte a questa nuova e violenta complessità, dato che ogni tentativo di ricreare un “Leviatano”, una unica autorità centrale sacralizzata dal diritto ed armata dal monopolio della violenza legittima, non può produrre che il suo opposto: una anarchia generalizzata su scala mondiale.
Ripartiamo dunque dalla difficoltà di fissare le identità. Vediamo oggi identità impossibili da definire, non riconosciute, considerate come delle non-identità che nascono ai limiti di certe fontiere, oppure attraverso le frontiere stesse. In certi casi, come nell’ex Jugoslavia, il problema sfocia nell’orrore. Ma è lo stesso da ogni parte, e tocca il cuore della nostra storia. Bisogna dunque ripensare il problema della frontiera.
3. Le ambiguità della frontiera
3.1 In passato sembrava che ci si stesse dirigendo verso un ideale di reciproca appropriazione, degli individui da parte dello stato e dello stato da parte dei suoi cittadini, mediante il territorio. Invece in questa fine secolo, come già aveva annunciato in modo profetico Hannah Arendt, arriviamo ad un ribaltamento quasi completo. Si manifesta l’impossibilità di raggiungere questo ideale di appropriazione reciproca che sembrava così prossimo, e che la definizione stessa delle istituzioni internazionali aveva formalizzato.
Sin dai tempi più antichi sono esistite delle frontiere di città, di stato, di impero, vale a dire delle linee, delle zone o strisce di separazione e di contatto o di confronto, delle barriere e dei passaggi fissi o mobili, continui o discontinui. Ma queste frontiere non hanno mai avuto la stessa funzione, anche quando gli stati-nazione le hanno codificate e fortificate. Quello che lo storico francese Gérard Noiriel ha chiamato “la tirannia della nazionalità”, che impone per esempio a tutti i cittadini la registrazione, la carta d’identità ecc., ha mutato forma (ivi comprese le forme del controllo di polizia) in modo costante.
Sotto i nostri occhi, attraverso la convenzione di Schengen, sta cambiando forma e funzione ancora una volta, per esempio nella misura in cui un singolo stato può diventare il rappresentante di parecchi altri in materia di controllo dell’immigrazione, con relative implicazioni e conflitti. Emergono nuovi modi di discriminazione fra il cittadino nazionale e lo straniero, e nella pratica cambiano le condizioni di appartenenza degli individui ad uno stato. Basta osservare con quale riluttanza gli stati accettano statuti di doppia nazionalità, per capire l’importanza essenziale per lo stato nazione, per la forma moderna di stato, di venire considerato “proprietario” ed unico rappresentante degli interessi dei suoi sudditi.
Tutto ciò non è che la controparte – almeno relativa e simbolica – di un principio di esclusione dello straniero. Non c’è dubbio che in condizioni di normalità nazionale, di egemonia della forma nazione, tale appropriazione viene anche interiorizzata dal cittadino, diventa una condizione, un punto di riferimento essenziale per i sentimenti comunitari e per la stessa identità. In questo senso le frontiere non funzionano soltanto come costrizioni esterne, diventano anche quello che il filosofo tedesco Fichte nell’anno 1808 chiamava “frontiere interne”, cioè frontiere soggettive e costituenti il soggetto.
Prendendo le mosse da questo doppio aspetto o doppio volto delle frontiere, oggettivo e soggettivo, vorrei cercare brevemente di indagare la loro fondamentale equivocità attuale.
3.2 Un primo aspetto di questa equivocità, lo chiamerò la sovradeterminazione delle frontiere. Si sa che ogni frontiera ha la sua storia particolare, dove si intrecciano la rivendicazione del diritto dei popoli, la potenza o magari impotenza degli stati, le demarcazioni culturali e linguistiche, gli interesse economici ecc... Questo ci fa spesso dimenticare che nessuna frontiera politica è mai stata il semplice limite di due stati: essa è sempre stata allo stesso tempo sancita, relativizzata e raddoppiata, insomma sovradeterminata da altre divisioni geopolitiche più vaste. Questo tratto è intrinseco, non è contingente, e fa sì che le frontiere siano durevoli.
Si possono ricordare due esempi i cui effetti si fanno sentire ancora oggi: gli imperi coloniali europei sono stati, nel quadro di successive economie-mondo, la condizione dell’emergere, del rafforzarsi e del sussistere degli stati-nazione europei. Di conseguenza, le frontiere reciproche di questi stati erano allo stesso tempo frontiere nazionali e frontiere imperiali, con il loro prolungamento fin nel “cuore delle tenebre”, secondo il famoso titolo di Conrad, ubicato in qualche parte dell’Asia e dell’Africa. E così sono servite a distinguere diverse categorie di persone umane. Gli stati imperiali e nazionali non avevano soltanto dei cittadini - cittadino francese, italiano o tedesco - ma anche dei sudditi coloniali, distribuiti nell’intero mondo. Questi, dal punto di vista dell’amministrazione, erano allo stesso tempo meno stranieri degli stranieri e più diversi di loro, potevano con più difficoltà attraversare le frontiere, salvo nei tempi di guerra.
Altro esempio più recente: quello dei blocchi della guerra fredda, dal 1945 al 1989/1990. La spartizione coloniale del mondo rinforzava alcune sovranità nazionali, mentre ne impediva altre. All’opposto, la divisione dei blocchi ha unito una generalizzazione della forma nazione al mondo intero con una gerarchizzazione di queste nazioni all’interno di ogni blocco, mantenendo una sovranità limitata per la maggioranza di essi. Risultato di questo doppio carattere fu una nuova sovradeterminazione delle frontiere: alcune rafforzate (si pensi al muro di Berlino), altre indebolite. Di nuovo, in pratica, ci sono stati tipi diseguali di stranieri e di estraneità, modalità diverse di passaggio delle frontiere per gli amici e per i nemici politico-ideologici. Tutto questo va ricordato se si vogliono comprendere i termini della discussione attuale sul problema dei rifugiati dall’Est in Europa occidentale e il ribaltamento di legislazioni come quella tedesca sul diritto d’asilo, o la difficoltà che l’Unione europea ha di concepirsi precisamente come una comunità di interessi e di destino, poichè i suoi limiti, la sua forma storico-geografica, è stata in buona parte il sottoprodotto e uno degli strumenti della guerra fredda e dei rapporti di potere intorno al campo occidentale.
Gli imperi coloniali del passato, i blocchi di ieri, hanno lasciato delle tracce profonde nelle istituzioni, nel diritto, nelle mentalità. Sarebbe ingenuo immaginare che oggi lascino il posto a una semplice giustapposizione di nazioni uguali.
Quello che chiamiamo “crisi dello stato-nazione”, da un lato nasce da una incertezza obbiettiva sulla natura e l’ubicazione delle demarcazioni geopolitiche che potrebbero nuovamente sovradeterminare le frontiere (per esempio, il punto in cui passa esattamente la superfrontiera sociologica ed economica fra Nord e Sud). Dall’altro, proviene dalla difficoltà di sapere con quale grado di autonomia nazionale tali ipotetiche superfrontiere siano compatibili. Questo problema si combina con quello delle scissioni interne, etniche, sociali, religiose di ogni stato-nazione, ivi inclusi i più vecchi, come la Francia. E’ possibile che questo intreccio di problemi minacciosi, poco riconosciuti in alcuni paesi europei (tra cui la stessa Francia), determinerà il profilo di future crisi politiche.
3.3 C’è poi un secondo aspetto della equivocità delle frontiere, che vorrei chiamare polisemia o carattere polimorfo della frontiera, vale a dire il fatto che le frontiere non hanno lo stesso significato pratico per tutti. Una frontiera può essere ufficialmente la stessa, identica quando la si attraversa in un senso o nell’altro, ma in pratica, sul piano più materiale, essa ha un significato opposto per un uomo d’affari, per un docente universitario che viene a partecipare a Roma ad un convegno o per un giovane disoccupato. Si tratta di due diverse frontiere che hanno in comune soltanto il nome. Da tempo infatti le frontiere hanno la funzione pratica di effettuare delle discriminazioni, non solo procurando agli individui provenienti da diverse classi sociali esperienze diverse e diseguali della legge, della amministrazione, dei rapporti con la polizia, dei diritti fondamentali come la libertà di circolazione o di impresa; esse servono anche alla differenzazione attiva degli individui secondo le classi sociali.
In questo caso lo stato, che opera al tempo stesso per stabilizzare le sue frontiere ed è da esse costituito, svolge un ruolo storico ambivalente per natura. Da un lato maschera e fino ad un certo punto limita la differenziazione, proclamando la nozione di cittadino e di cittadinanza nazionale – cioè un certo primato della omogeneità e dello statuto pubblico civico sugli antagonismi sociali. Ma dall’altro lato, con l’intensificazione della circolazione transnazionale sia di uomini che di capitali, con l’emergenza di uno spazio politico ed economico transnazionale, gli stati (anche i più potenti), si pongono al servizio di un processo di differenzazione internazionale delle classi. Gli stati iniziano ad utilizzare le loro frontiere, i loro apparati di controllo delle frontiere, come strumenti di discriminazione e di filtro delle popolazioni, ma cercano di farlo preservando al massimo le forme simboliche della legittimità popolare della sovranità democratica. Si trovano quindi nella contraddizione permanente di dover indebolire e rafforzare la nozione di identità o di appartenenza nazionale.
C’è un “double bind” [doppio legame] dello stesso genere nella nozione di circolazione delle persone. Malgrado i progressi dell’informatica e delle reti di telecomunicazione, è ancora impossibile mettere in circolazione dei capitali senza una circolazione di massa di uomini, gli uni verso l’alto e gli altri verso il basso. Ma l’istituzione di un doppio regime di circolazione degli individui, quello che chiamerei un apartheid su scala mondiale - tendenza innegabile di oggi - solleva dei problemi ingenti di accettabilità a livello politico. Quella che si chiamava la “colored bar”, la frontiera di colore, adesso non separa più soltanto il centro e la periferia, il Nord e il Sud, ma attraversa tutte le nostre società. Può venire manipolata in modo massiccio solo con grande rischio, perchè la sua strumentalizzazione rafforza un razzismo incontrollabile e diffonde il sentimento di insicurezza che porta alla richiesta di un supplemento di misure di sicurezza. E’ da questo punto di vista che bisogna riflettere su uno degli aspetti più odiosi della questione dell’immigrazione e dei rifugiati: il problema delle zone internazionali o di transito nei porti e aereoporti dell’Europa. Si tratta di zone che stanno al di fuori del diritto, non solo nel senso che non cadono entro il diritto positivo che costituisce gli stati, ma sono anche esterne ai diritti dell’uomo e alle convenzioni internazionali.
Abbiamo qui l’illustrazione della condizione di violenza che sta al centro dei processi di migrazione, dei flussi di rifugiati riconosciuti o no. Soprattutto vediamo la materializzazione di questo funzionamento differenziale, di questo sdoppiamento delle frontiere già abbozzato con le formalità di ingresso secondo le origini nazionali.
3.4 Tutto questo ci conduce al terzo aspetto che avevo annunciato: quello che chiamerei l’“eterogeneità e l’ubiquità delle frontiere”, vale a dire il fatto che si sta dissolvendo oggi la fusione tra le frontiere politiche, culturali ed economiche realizzate in modo più o meno completo dallo stato-nazione, o meglio dai più potenti di questi stati. Il risultato è che alcune “frontiere” semplicemente non si collocano più alla frontiera, sul limite geografico-amministrativo del territorio, si sono spostate in altri luoghi, dove si fanno i controlli selettivi (per esempio di sanità o di sicurezza). Il fatto stesso che tutte queste funzioni diverse, il controllo del flusso di merci e di uomini, ma anche quello dei germi e delle malattie, la separazione amministrativa e culturale siano concentrate tutte in uno stesso punto, è stata una tendenza dominante nei periodi di formazione e rafforzamento dello stato nazione, laddove esso tendeva a raggiungere la sua forma ideale. Ma non è una necessità irreversibile. Già da tempo vediamo che si sviluppa una nuova ubiquità o molteplicità della frontiera.
4. Conclusione
Che cosa ho voluto sottolineare, descrivendo questa nuova complessità della frontiera? In primo piano sta il dilemma dell’istituzione. Le modalità di istituzione della frontiera hanno fatto sì che essa diventasse la condizione di possibilità di una molteplicità di istituzioni nazionali: perchè la frontiera è stata definita come una finzione semplificatrice; perchè la sua semplicità fittizia è stata imposta con la forza dallo stato ed interiorizzata dai soggetti stessi precisamente perché diventasse questa condizione di possibilità, questa garanzia del territorio e dell’identità.
La conseguenza di questa istituzione è stata la seguente contraddizione: all’interno delle frontiere si poteva conquistare un certo grado di democrazia, come risultato di lotte, movimenti, negoziazioni, compromessi storici. Ma le frontiere stesse restavano istituzioni assolutamente antidemocratiche, sfuggendo ad ogni controllo collettivo, ad ogni pratica politica, ad ogni forma di negoziazione. Soltanto durante le guerre i cittadini si sono installati in modo durevole sulle frontiere, ma per sterminarsi reciprocamente.
Le frontiere nazionali sono state le condizioni antidemocratiche di questa democrazia parziale, limitata, antireale, ottenuta nel quadro di alcuni stati nazionali. E’ per questa ragione che penso che oggi dobbiamo far sorgere, malgrado le difficoltà, una esigenza di democratizzazione radicale delle frontiere. Quando le frontiere si differenziano e si moltiplicano, vuol dire che esse tendono ad inquadrare fin nel dettaglio lo spazio sociale, e non più soltanto i limiti esterni.
L’alternativa dunque è fra un irrigidimento autoritario e violento, un aumento delle segregazioni, oppure un nuovo radicalismo democratico che punti a decostruire l’istituzione della frontiera. Da parte mia, non voglio tuttavia identificare tale processo di democratizzazione radicale con l’ideale di un mondo senza frontiere. Un mondo siffatto rischierebbe di divenire l’arena del dominio selvaggio di potenze private che monopolizzano il capitale, la comunicazione e domani forse anche gli armamenti. Voglio piuttosto porre la questione di un controllo democratico sui controllori delle frontiere, vale a dire gli stati e le organizzazioni sovranazionali. Tale democratizzazione dipende completamente da un’altra questione: sapere se coloro che sono da un lato e dall’altro della frontiera, soprattutto da un lato e dall’altro delle nuove superfrontiere, troveranno finalmente degli interessi ed un linguaggio politico comune. Ma dipende anche da una questione più concreta: chi si incontrerà e come in questi luoghi reali e virtuali che sono le frontiere?
Perchè individui e gruppi estranei si incontrino si ha spesso bisogno di interpreti e mediatori. L’esperienza dei militanti per il diritto d’asilo, per la protezione legale e il riconoscimento dei clandestini è spesso, lo sappiamo, piuttosto deprimente. Tuttavia essi costituiscono parte di questi mediatori indispensabili alla civiltà. Ma sono soprattutto gli emigranti stessi, che partono e arrivano con o senza documenti d’identità regolari, che sono i mediatori del futuro per eccellenza.