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Resistenza: Roma

Via Rasella

 

pallanimred.gif (323 byte)  L'opinione di Pietro Ingrao

(da "Il Manifesto" del 29 giugno1997)


NON CI CREDO. Non é possibile. Leggo, virgolettato su Repubblica. questo brano della sentenza con cui il gip del tribunale di Roma Maurizio Pacioni ha motivato la richiesta d'indagini sui protagonisti dell'azione partigiana di via Rasella il giudice si richiama all'art 1 del regolamento allegato alla IV Conven-zione dell'Aia del 1907. "In base a questa convenzione - Osserva il gip - la qualità dei belligeranti deve essere riconosciuta non solo all'esercito, ma anche alle milizie e ai corpi volontari. Ammesso che questi ultimi rispondano a determinati requisiti, e cioè abbiano alla testa una persona responsabile per i propri subordinati,
abbiano un distintivo fisso e riconoscibile a distanza, portino apertamente le armi". E tali requisiti, davvero, i partigiani di via Rasella proprio non li avevano. Mi domando sbigottito: che cosa sa, che cosa ha letto, cos'è per il giudice Pacioni quell'evento grave e memorabile che fu la Resistenza italiana dall'8 settembre '43 fino al 25 aprile'45?
Seppi dell'azione di via Rasella il giorno stesso, e direttamente, da uno dei protagonisti, Carlo Salinari. Avevo appuntamento con lui - mi sta fisso nella memoria - a Porta Pia. Non portavamo "distintivi riconoscibili a distanza". Anzi eravamo clandestini in tutto, nascosti in qualche rifugio amico, ciascuno dove poteva. Portavamo in tasca carte d'identità fabbricate da  falsari. Prima di rientrare in casa la sera (la casa amica che ci nascondeva) facevamo prudenti giri per accertarci che non ci fosse la polizia dentro. Avevamo rotto ogni rapporto - o quasi - con la madre, con il padre, con fratelli e sorelle, per il rischio che divenissero un tramite involontario per la polizia nazifascista che ci cercava. Più che dell'arresto e della tortura, avevamo paura di parlare sotto la tortura, e qualcuno di noi si uccise in carcere per non parlare. Migravamo da una città all'altra, da una casa all'altra, secondo gli ordini di capi lontani che non potevano nemmeno incontrare e interrogare. Il gip Pacioni chiede distintivi: noi invece
truccavamo disperatamente la nostra immagine, le nostre carte, tutto ciò che potesse farci riconoscere per ciò che eravamo; e camminando per strada continuamente scrutavamo se per caso potevamo essere identificati e seguiti. "Un popolo alla macchia", ha scritto giustamente Luigi Longo, uno dei capi della Resistenza.
Non avevamo scelto noi quella vita segreta e truccata. Alcuni di noi avevano iniziato quel cammino giovanissimi, e subito dovemmo imparare a nascondere carte, timbri, date, lettere per non finire nelle mani della polizia. Imparammo così a divenire dei falsari consapevoli.
Non abbiamo avuto scelta. Hitler non ci lasciò margini, e tanto meno le condizioni anche minime di una lotta aperta. Alcuni di noi, per qualche tempo, esitarono anche, e poi furono trascinati anch'essi in quest'impresa alta e doppia, in cui bisognava maschersi per attingere la libertà.
Ci trovammo di fronte un potere che non adoperò soltanto la violenza e le polizie: costruì una macchina di  guerra inaudita, mai vista prima, e cancellò ogni distinzione fra il fronte di guerra e le retrovie, fra militari e civili (lo sa questo, il giudice Pacioni) -arse le città, deportò milioni (letteralmente d'esseri umani, alcuni persino li segnò con una stella, poi decretò il loro sterminio consapevole. E fu Auschwitz, in nome di una razza superiore, chiamata a possedere il mondo. Mi spaventa quando leggo - nelle carte del giudice che l'atto di guerra di via Rasella viene spiegato con una sciocca (e inesistente) faida contro un altro gruppo clandestino chiamato "Bandiera rossa". Significa che non siamo riusciti a dire qual è l'orrore che nel cuore di questo secolo ci siamo trovati di fronte, e qual è il rischio che ha corso l'umanità: rischio che non solo ci ha costretto a bandire le faide, ma ci ha spinto disperatamente a cercare l'unità, e ha visto combattere insieme ci piacesse o no - il conservatore Churchill e il comunista Stalin.
Se così è stato - ed è stato così - la questione non riguarda solo Rosario Bentivegna e il mio caro amico Pasquale Balsamo, con cui poi - venuta l'agognata pace - ci trovammo a vivere l'avventura giornalistica de l'Unita. Il giudice Pacioni ci chiama in causa tutti.
Ho partecipato, proprio in questi giorni ad un convegno sulla memoria Storica dei massacri compiuti durante la seconda guerra mondiale. In quel convegno si è parlato d'antifascismo, comodi un ethos possibile per un'Europa unita, che non sia ridotta al solo metro della moneta unica. Sinceramente dubito non del valore, ma della sorte di una tale impresa, di fronte alla frantumazione dei soggetti e delle culture che furono a fondamento della grande epopea antinazista, il caso ha voluto che quel
convegno si tenesse nello stesso momento in cui il gip Pacioni metteva sotto accusa la Resistenza romana. Mi sono chiesto dentro di me: forse dovrebbero dire una parola, o compiere un gesto, che so il presidente della repubblica, il presidente del consiglio. Tale è la posta.
E invece no. Bisogna essere più orgogliosi, non domandare nessuna legittimazione ad altri. Voi che mi leggete al mare, se mi leggete, raccontate la storia di via Rasella e delle Fosse Ardeatine ai vostri figli, ai vostri nipoti. Non ci sradicheranno mai da quella che è stata la cosa più alta della nostra vita.


 

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